LA CASA DELLE REGOLE

    Delle sconvolgenti trasformazioni che hanno caratterizzato questi ultimi decenni ho parlato fin troppo nelle prime parti di questa raccolta. Mi basterà perciò ribadire che la decadenza epocale non è la causa del malessere delle persone, bensì l’effetto del degrado interiore in cui gli uomini e le donne di questa epoca sono precipitati. È nell’anima di ogni singolo essere umano, infatti, che si svolge la vera battaglia e sono gli effetti di quest’ultima che si manifestano poi nel mondo connotando l’arte, la cultura, la politica, l’economia e l’insieme delle relazioni sociali. Tutto questo, però, torna poi a riflettersi e a condizionare l’anima umana, in un feed-back che non presenta nessuna facile soluzione di continuità. È sempre molto difficile, infatti, poter individuare il punto in cui ogni volta, nella vita di ogni singola individualità, potrebbe essere collocato l’inizio della sua personale responsabilità. L’inizio del proprio farsi libero.

     

    Quello che è certo è che ora come ora viviamo tutti all’interno di un processo morboso aggressivo e virulento che metterà a dura prova la nostra capacità di autocoscienza.

    Un processo morboso di questo tipo è quello che oggi sta corrodendo e devastando l’anima della donna moderna occidentale.

    È ovvio – ma voglio sottolinearlo bene – che questa è una generalizzazione estrema che volutamente trascura tante singole, straordinarie eccezioni delle quali, per altro, sono spesso stato testimone. Così come spero sia altrettanto ovvio (e basterà leggere il successivo articolo di questa raccolta) che neanche l’uomo moderno occidentale se la passa poi tanto bene.

    Ma il tradimento di se stessa inconsapevolmente operato dalla donna moderna rappresenta, proprio oggi e – oserei dire – oggi più che mai, una perdita incommensurabile per la nostra civiltà.

     

    Non a caso, infatti, nei primi anni del dopo guerra, mentre il mondo si riprendeva a stento dalla barbarie di cui era stato protagonista, un folto numero di intellettuali, scienziati ed artisti si era ritrovato a Stoccolma per firmare un manifesto in cui si auspicava la rinascita del Principio Femminile. Da troppi secoli oramai il Principio Maschile dominava il mondo, influenzando con il proprio peculiare paradigma la lettura stessa della realtà. La cultura, la religione, la politica, la scienza, l’economia… tutto si era piegato ad essere espressione unilaterale dell’uomo al potere, ed essendo il Maschile, per sua intrinseca natura, grezzo, volubile, possessivo, dominatore, distruttore, spirito inquieto e mai pago se non stemperato e addolcito dalla presenza del Femminile al suo fianco, si auspicava che i tempi fossero maturi perché le cose cambiassero e che la tolleranza, la condivisione, la sensibilità, la collaborazione, lo spirito di conservazione e la spinta alla vita, proprie del Femminile, potessero infine riemergere dal limbo in cui la prepotenza maschile le aveva relegate.

     

    Ci vollero anni… ma alla fine qualcosa si mosse. La donna uscì dal ristretto ambito domestico dove era stata esiliata e a forza si riappropriò del diritto al voto, all’istruzione, al lavoro e, in una certa misura, anche del proprio corpo. Nei primi anni, dopo lo storico ’68, l’Europa si incendiò… la donna cominciò a fare sentire la propria voce, e anche se all’inizio era pregna di un traboccante rancore nei confronti dell’uomo che per secoli l’aveva reclusa (ricordate gli slogan di allora: “…Tremate, tremate, le streghe son tornate” ?) era auspicabile che in seguito avrebbe ben indirizzato la sua lotta. L’assolutismo patriarcale, e non l’uomo in quanto tale, avrebbe dovuto essere il suo nemico. E i paradigmi maschili riconosciuti appunto come unilaterali, parziali, provvisori… erronei perché in definitiva incompleti.

    Per un approfondimento di questa rivoluzione tanto attesa quanto auspicata il lettore interessato potrebbe consultare il libro di F.Capra : “Punto di svolta”, edito da Adelphi.

     

    È in questo momento storico, delicatissimo, che l’autocoscienza femminile registrò un calo di lucidità e anziché immergersi nel doloroso processo di ri-appropriazione di tutte quelle modalità e capacità e qualità che connotano appunto l’identità del genere femminile – ma potrei anche dire l’Archetipo del Femminile – finì per perdere se stessa all’interno di una sterile lotta volta a competere con l’uomo sulla base di modalità, capacità e qualità che erano intrinsecamente maschili.

     

    In altre parole la donna, anziché emergere alla ribalta del mondo mettendo sotto accusa e condannando gli stereotipati paradigmi con i quali il maschile ha sempre letto, interpretato e soprattutto manipolato il mondo, oramai da 2500 anni circa, si è ritrovata implicitamente ad avallarli nel momento stesso in cui si è illusa di poter affermare se stessa accettando di scendere in competizione con l’uomo combattendo con le sue stesse armi e sul suo stesso terreno. E magari, in moltissimi casi, riuscendo benissimo nel proprio intento: ma con ciò, paradossalmente, riconfermando la supremazia dei paradigmi maschili in quanto tali. Quanto più schiacciante è stata infatti la vittoria della donna sull’uomo nei campi dell’istruzione, del lavoro, della politica, del potere, dell’economia e del sesso, proprio perché ottenuta grazie all’uso acritico e indiscriminato dei paradigmi maschili, tanto più perdenti ne sono risultati quelli femminili.

     

    In psicodinamica questo processo è molto ben conosciuto: viene chiamato “Identificazione con l’aggressore”, e sospettiamo che tragga la sua logica all’interno di una valutazione psico-economica tutto sommato corretta, anche se perversa. Il meccanismo infatti è difensivo sul piano energetico, perché anziché spingere la vittima a spendere le proprie risorse in una lotta dall’esito incerto contro il proprio aguzzino (percepito comunque, dal proprio stato di asservimento protratto, come Grande e Potente), favorisce invece una identificazione con lo stesso, con ciò evitando lo scontro diretto. Se guerra ci sarà, sarà condotta allora con le stesse armi, all’interno degli stessi parametri di valutazione, in ossequio degli stessi principi ma, in definitiva, senza osare contrapporsi allo spirito che anima il proprio nemico. Con ciò scongiurando i pericoli – soprattutto emotivi – di una più autentica e profonda contrapposizione.

     

    Anche in criminologia, oltre che nella pratica clinica, questo meccanismo è ben conosciuto, ma della sua operatività nel tessuto storico sociale della nostra epoca nessuno ha mostrato di accorgersi. Almeno fino a qualche decennio fa, quando Vandana Shiva, direttrice della Research Foundation for Science and Technology and Natural Resource Policy, attuale leder del movimento femminile indiano e una tra le personalità più in vista del movimento ecologico internazionale, denunciò con una lucidità di pensiero senza precedenti tutte le ingenuità e gli errori del movimento femminista occidentale.

     

    Secondo Schiva le crisi prodottesi in questi ultimi decenni, e quelle che presto seguiranno, non potranno mai essere risolte all’interno di quello stesso paradigma che le ha generate. La loro unica soluzione sta nelle categorie di percezione, pensiero e azione proprie del Femminile. “Il potenziale rivoluzionario e liberatorio del recupero del principio femminile sta nella capacità di quest’ultimo di sfidare concetti, categorie e processi che hanno causato la minaccia della vita, fornendo categorie antagoniste…”

     

    In pratica tutto il contrario di quello che è accaduto fino ad ora… almeno in occidente. Lentamente, ma progressivamente, la donna è andata infatti maschilizzandosi accogliendo la sfida dell’uomo ad affermarsi usando i principi, i valori e le regole di gioco proprie di quest’ultimo. La giustificazione dialettica dell’imbroglio le è stata servita su un piatto d’argento: in un tessuto sociale dominato dalle leggi maschili, se si vuol emergere occorre emulare il proprio avversario e, se possibile, superarlo in spietatezza.

     

    Era esattamente quello che non doveva accadere. La speranza – come ho già detto – era che le più forti e dotate personalità del mondo femminile emergente riuscissero finalmente ad affermarsi all’interno dell’incartapecorito mondo maschile, proponendo al mondo una visione alternativa della realtà e della vita. Alternativa, cioè Altra, proprio perché radicalmente diversa.

     

    E invece, le donne in politica si sono dimostrate ben più assetate di potere dei loro colleghi maschi, le donne manager ben più fredde, calcolatrici e spietate; quelle approdate a ruoli di controllo (poliziotti, vigili urbani, funzionari di stato) ben più severe e rigide; e infine quelle assurte alla celebrità (attrici, cantanti, presentatrici e vallette varie) ben più ciniche, sfrontate e sguaiate. Il culto della personalità, che domina la scena culturale di questo nostro decadente momento storico, giustifica ogni aberrazione.

     

    Straordinaria – a questo proposito – la sconsolata testimonianza che uno dei più acuti osservatori del nostro tempo ha lasciato su questa spietata guerra dei sessi. Bastano due sole pagine – tra l’altro bellissime – a Tiziano Terzani per testimoniare come: “Tutto quello che la mia generazione considerava “femminile” è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.”

     

    Solo che, mi permetto di far notare, quello che la “sua generazione” considerava femminile, non era affatto relativo e culturale (come si potrebbe essere tentati di ritenere), bensì qualcosa che ancora, all’epoca della sua generazione, era radicato nel tessuto vivente dell’Archetipo del Femminile, e perciò – in quanto tale – trans-personale e trans-culturale. E se la globalizzazione, con l’immiserimento culturale di cui è promotrice, riuscirà nell’intento di obnubilare la memoria della donna moderna e a separarla per sempre dalle sue radici (ammesso che tale operazione possa davvero riuscire), il prezzo che tutti noi pagheremo sarà salatissimo.

     

    Se ne mostra consapevole un’altra giornalista, Ariel Levy, newyorchese, che nel suo più recente libro-inchiesta oltre a domandarsi: “Perché siamo preda di una specie di mistica maschile, convinte che essere mascoline sia una vera avventura, e che la cosa migliore a cui una donna può aspirare è essere arrapante?”, denuncia poi lo stato di “scollamento” di sé (schizoidismo) e atrofia emotiva in cui a ben vedere si trovano la maggior parte delle giovani donne da lei incontrate e intervistate. Donne giovani, belle, apparentemente libere, moderne, spregiudicate e sorridenti… ma che nascondono sotto questa maschera accattivante una desolazione senza precedenti. Perché il rovescio della medaglia dell’affermazione di sé usando qualità maschili è quello di raggiungere lo stesso grado di affermazione esaltando le proprie potenzialità estetiche. In apparenza questa potrebbe sembrare una modalità femminile… e invece, ancora una volta, si tratta di servile accondiscendenza alle aspettative immaginifiche e stereotipate del maschile.

     

    Siamo lontani anni luce dal riconoscimento del significato profondo del valore della Bellezza e dalla capacità di offrirla in dono all’uomo che mostrasse di meritarla.

    Oggi la bellezza femminile, disgiunta da qualunque corrispondenza interiore, è perseguita invece come un ideale fine a se stesso, con qualunque mezzo e a qualunque prezzo (diete, digiuni, turni massacranti di palestra, massaggi, chirurgia plastica), per essere poi usata come merce di scambio per la notorietà, la ricchezza o il potere.

     

    I programmi televisivi e i rotocalchi sono strapieni di ragazzine più o meno prive di scrupoli – “veline”, “letterine”, “postine” e vallette varie – che si contendono gli spettacoli più importanti e la prima pagina dei giornali a forza di comportamenti tresch, abiti succinti e calendari dove posano nude. Poco più che adolescenti, spesso di una stupidità imbarazzante, ma a cui vengono aperte le porte di importanti rubriche e fatte parlare come se il loro pensiero (e non invece le loro tette) potesse davvero essere interessante.

    “ Come è possibile – si chiede Pinco Palla nel suo recente libro: Ancora dalla parte delle bambine – che la massima aspirazione delle figlie di donne che si sono battute per tutta la vita per i diritti femminili, sia solo quella di mostrare il culo in una qualunque trasmissione televisiva?”

    E’possibile perché le loro madri hanno combattuto una battaglia sbagliata. Perché quelle madri non seppero comprendere la profonda diversità ontologica del genere femminile da quello maschile, e la assoluta necessità – per realizzare una autentica armonia sociale – che ognuno dei due generi riuscisse infine a donare all’altro, con fierezza ed orgoglio, ciò di cui è il solo e unico depositario.

    E’ avvenuto il contrario: una parte delle donne moderne si sono irrigidite in ruoli maschili. Quelle restanti si sono perdute in un estetismo nauseante all’interno del quale – come se non bastasse – si offrono con una superficialità e una disinvoltura che non appartiene alla loro natura.

    Come terapeuta, non so più quante testimonianze mi sono state fatte in tal senso: incontri fugaci, occasionali… sesso spregiudicato e disinvolto… per mostrarsi libere, sicure, moderne… a cui seguivano ore e ore di bagni e docce compulsive, depressione e un’infinità di lacrime amare.

    Sex and the city – scrive sempre Ariel Levy – ne ha fatti di danni…

    Ma come è potuto accadere tutto questo?

    Cosa ci è successo a tutti quanti?

    Eppure… cultura ne avevamo. Guardo trasognato la mia libreria e riconosco i libri – e nei libri i pensieri – che soltanto pochi anni fa credevo potessero contagiare il mondo:

    “I misteri della donna” e “La strada della donna” entrambi di Esther Harding, una delle più creative allieve di Jung. “La psicologia della donna” di Helene Deutsch. “Animus e Anima” di Marie Louise Von Franze. E poi i recentissimi “La donna ferita” e “La via al matrimonio” di Linda Leonard. “Amo a te” di Luce Irigaray. “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. Insomma: una molteplicità di riflessioni e approfondimenti sulle radici ultime del Femminile indagato al di là di qualunque particolarismo storico, culturale o religioso, oltre ogni limite individuale, per consentire poi, ad ogni singola donna, di scoprire, se non addirittura inventare, la forma unica e originale con la quale manifestarLo e manifestarsi nel mondo.

     

    E che dire poi delle straordinarie, archetipiche figure di donne emergenti dalle pagine dei numerosi romanzi di Isabel Allende, Gioconda Belli, Carmen Martin Gaite, Karen Blixen, Erica Jong, Fatima Mernissi, Kuki Gallemann,

    Ma se è vero che il nostro mondo è ammalato, se è vero che la nostra epoca sta decedendo, forse una delle principali responsabilità risiede appunto nella cerebralità del pensiero moderno. Di fatto il nostro pensiero è diventato astratto, si è come scollegato dal sentimento e dalla volontà cui una volta era in un certo qual modo congiunto, con ciò risultando poi del tutto impotente a trasformare il mondo pur sulla base di una accurata cognizione dello stato delle cose.

    Non credo sia la consapevolezza a mancare. Essa appare e scompare, anche se più o meno diafana, nella coscienza della maggior parte degli uomini e delle donne moderne.

    Quello che manca è il coraggio di viverla.

    Ed è quantomeno sorprendente, allora, rintracciare manifestazioni naturali di coerenza archetipale presso la maggior parte di quelle civiltà che noi occidentali, dall’alto della nostra arrogante prosopopea, ci ostiniamo invece definire “primitive”.

    L’Africa, in tal senso, è un vero e proprio deposito vivente di simboli ed archetipi che, in un qualche modo, hanno come resistito all’attacco sterminatore della cultura occidentale. Difficile dire per quanto tempo ancora le sue popolazioni riusciranno a conservare inalterate le proprie tradizioni, i propri culti e misteri. Forse è solo questione di pochissimo.

    Fatto sta che presso la maggior parte di queste popolazioni è ancora possibile osservare e quasi “toccare con mano” la funzione archetipica svolta dalla donna in seno alla società. Basta allontanarsi dalle capitali e dalle grandi città (dove tutto è andato perduto)… immergersi con discrezione nella vita vissuta dei più anonimi villaggi… anche per breve tempo… e agli occhi di chi vuole e sa vedere appariranno allora aspetti a dir poco sorprendenti.

     

    È quello che sperimentai, solo alcuni anni or sono, in territorio senegalese: il ruolo centrale della donna nel pur delicato equilibrio della società nella quale è inserita. Anch’essa, come la donna occidentale, lavoratrice instancabile ma, a differenza di quest’ultima, solo dedita a quelle fatiche quotidiane che da tempo immemorabile la individuano: la cura della Terra, la preparazione del cibo, l’allevamento dei figli, la pratica della magia e la produzione artistica. Oh… so bene che queste delimitazioni, osservate nell’ottica della donna moderna occidentale, abituata a percepirsi senza più limite alcuno, potrebbero essere interpretate come la riprova dell’ancora attuale emarginazione e sfruttamento della donna africana. Ma posso assicurare che così non è, perché il riconoscimento delle differenze (fisiche, psicologiche e spirituali) tra uomo e donna, e la divisione degli ambiti di occupazione che ne può scaturire, non ha mai rappresentato il vero problema, mentre lo è l’atteggiamento interiore con cui tali differenze sono state elaborate e con cui alla fine sono vissute. In Africa c’è un che di nobile, una sorta di consapevolezza aristocratica in ogni donna che, a seno scoperto, allatta il proprio figlio, in ogni luogo e in qualunque occasione. E ogni madre, in Africa, è tenuta in sommo rispetto dagli uomini tutti, che in lei avvertono, sentono e percepiscono ancora con forza la presenza della Natura, delle forze viventi della Dea Madre Universale.

     

    Forse perciò non a caso così recita la bella poesia di Leopold Sedar Senghor, nella quale la donna, la terra e la natura si sovrappongono e si confondono fino a poter essere scambiate l’una con le altre:

    Femmina nuda, femmina nera

    Vestita del tuo colore, che è la vita

    Della tua forma che è la bellezza.

    Io sono cresciuto alla tua ombra;

    la dolcezza delle tue mani ha benedetto i miei occhi.

    Ed ecco che nel picco dell’Estate e del Mezzogiorno

    Io ti scopro,

    terra promessa,

    dall’alto di un alto colle calcinato,

    e la tua bellezza mi trafigge il cuore

    come il grido di un’aquila.

    (traduzione dell’autore)

     

    Ma ancor più sorprendente, in Mali, fu la scoperta della “Casa delle regole”, istituzione ancora attiva presso quasi tutti i villaggi della oramai ben conosciuta Falesia Dogon.

    Su questo popolo – i Dogon, o anche i Figli delle stelle, come loro stessi amano definirsi, per via della presunta origine dei loro Dei da uno dei corpi celesti della “cintura di Orione” (Sirio B), scoperto solo di recente – è stato detto e scritto di tutto. Non avrebbe perciò senso riassumere e impoverire ciò che M.Griaule ha così magistralmente descritto nel suo celeberrimo: “Dio d’acqua”. Né tanto meno avrebbe senso tornare a descrivere la consapevolezza di sé, la fierezza e la spregiudicatezza espresse dalle donne dogon, raccontata con altrettanta perizia dal nostro Vittorio Franchini nel suo saggio: Mali – viaggio tra i Dogon, edito dalla Polaris.

    Potrebbe invece valere la pena, ai fini di questo articolo, soffermarsi sul fatto che all’interno della cultura dogon sia conservata ancora perfettamente attiva l’usanza della Casa delle Regole o, per capirci meglio, la Casa delle Donne Mestruate.

    Ricordo, quando arrivai a Sanga, uno dei villaggi della falesia, e mi venne indicata la collocazione della casa, ebbi quasi una folgorazione: i miei occhi potevano ora contemplare la sopravvivenza di quella dimensione simbolica, ma nello stesso tempo reale, del Femminile di cui avevo tanto studiato da giovane nei testi di E.Harding. Qui, tra i Dogon – come d’altronde presso alcuni altri popoli africani – le donne, come accadeva nella notte dei tempi, durante il periodo delle mestruazioni abbandonano la famiglia e qualunque altra loro occupazione per ritirarsi in una dimora apposita e qui soggiornare, accudite e “coccolate” dalle proprie compagne.

    Questo perché, in ossequio alla propria tradizione cosmogonica, gli uomini ritengono “impure” le donne durante questo periodo e tabù anche soltanto sfiorarle. Di fatto nessun uomo può avvicinarsi alla casa, all’interno della quale – per quanto è dato loro capire e al di là di una blanda svalutazione derisoria, tipica del Maschile – .si celebrano i Misteri del Femminile, legati alla conoscenza del sangue, della vita e della morte.

    Posso immaginare quanto questa consuetudine tribale possa stupire, se non addirittura irritare, una donna moderna ed evoluta che sia completamente digiuna delle radici simboliche di questa pratica. Come facilmente la possa scambiare per una segregazione offensiva ed umiliante in ottemperanza a stupidi precetti igienici maschili.

    E invece, niente di tutto questo. Perché la pratica dell’allontanamento della donna dal consesso sociale durante il periodo delle mestruazioni – pratica che in passato era diffusa quasi ovunque – affonda le sue radici in un doppio ordine di fattori: uno simbolico e l’altro biologico.

     

    Sul piano simbolico la donna una volta intuiva, avvertiva, percepiva, sentiva e dunque viveva la relazione che un tempo l’aveva collegata con la Luna e le sue fasi. Si sentiva in relazione con le forze germinatici e lussureggianti dell’astro argentato e partecipava perciò sentitamente al periodico lutto rappresentato dal flusso mestruale. Se ogni fecondazione era vissuta infatti come la ri-creazione di un nuovo, piccolo universo, il sangue mestruale rappresentava allora il fallimento di quella possibilità. Una sorta di collasso cosmico interno, periodico, ma non per questo meno doloroso. Era come se delle possibilità fossero andate deluse. L’occasione di una nuova vita fosse andata perduta. E le forze vitali, che avrebbero potuto e dovuto plasmare il “nuovo mondo” fino a dargli una sembianza umana individuale, fossero allora implose, destrutturandosi e contagiando in tal modo qualunque altro campo di forze con cui fossero venute a contatto. Insomma, sarebbe come se la ciclica caotizzazione interna del corpo femminile avesse il potere di caotizzare, attraverso il contatto, il mondo circostante.

     

    Già immagino i sorrisini scettici…. o le accuse di ingenuità e di stupida superstizione che una tale credenza è in grado di promuovere tra tutti noi, smaliziati uomini e donne dell’epoca dei lumi. Immagino lo scetticismo con cui oggi verrebbero accolte testimonianze come quelle che io stesso ho ricevuto, da donne moderne, che raccontano di non poter curare le proprie piante durante il periodo mestruale… pena la salute delle piante stesse.

    Lo immagino, perché qualunque cosa oggi pretenda di essere considerato vero e reale, deve poter essere sempre verificabile e soprattutto misurabile. È difficile comprendere che quello che è vero e reale, in questi casi, è il sentimento di disgregazione interiore o, se vogliamo, di lutto che le donne più sensibili possono ancora avvertire, e che ha una sua precisa collocazione all’interno dell’Archetipo del Femminile.

    Questa considerazione ci porta al secondo punto: alla consapevolezza intuitiva, nella donna antica, della tempesta ormonale di cui il ciclo mestruale è promotore. E qui, finalmente, la scienza moderna concorda: durante la mestruazione nel corpo della donna si verifica una effettiva modificazione dei valori ormonali e metabolici. E siccome l’anima si esprime, si manifesta e vive nel corpo, consequenziali sono gli sbalzi d’umore: improvvisi, irrazionali, più o meno violenti.

    Consequenziali, dicevamo, ma non per questo comprensibili… soprattutto da parte degli uomini.

    Straordinaria, allora, l’usanza antica della donna di emarginarsi in un luogo – la Casa delle Regole – dedicato a questi momenti particolari della sua vita: per ritirarsi dalle incombenze quotidiane, spesso assai gravose, e nascondersi nella propria intimità. Per riposare. Morire e rinascere. Piangere e poi ridere subito dopo, accompagnata dalla presenza solerte delle altre che, come lei, sanno…

    Noi chiamiamo “primitive” queste culture.

     

    Ma io ripenso a quante donne ho ascoltato, in tutti questi anni, confidarmi con imbarazzo le pene vissute in “quei” giorni: per la perdita di controllo emotivo, per dei gesti inconsulti e ai loro stessi occhi inspiegabili, per i malesseri e i dolori a cui andavano incontro e – soprattutto – per la difficoltà insuperabile di sentirsi comprese e rassicurate. Penso alle amenorree e alle dismenorree feroci, devastanti, delle “donne in carriera” che non possono concedersi un solo giorno di riposo per non dare soddisfazione ai loro rivali maschi. Penso alla difficoltà quasi sempre insuperabile che incontro quando mi sforzo di far prendere coscienza a queste donne delle sacrosanti ragioni delle proteste del loro corpo; o dei validi motivi che avrebbero per esigere – esigere! Avete letto bene – che il “diritto del lavoro” riconoscesse questa componente fondamentale della loro natura. Almeno come la maternità, o l’allattamento, per i quali sempre troppo pochi giorni vengono riconosciuti.

    Penso a tutto questo… e mi chiedo: sono davvero loro i primitivi? Sono primitive queste donne africane che ogni mese, ciclicamente, celebrano la propria femminilità? Che se ne vanno in giro ovunque, con i bambini sulle spalle, e la cui fierezza traspare ad ogni gesto, ad ogni sguardo, ad ogni sorriso? Sono loro i primitivi… o siamo noi?

    Piero Priorini

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