Il futuro? Se c’è…è sulle spalle della donna!

    James Hillman, forse uno dei più illuminati psicoterapeuti della nostra epoca, giunto oramai alla soglia della saggezza, scrive:
    – Cento anni di psicoanalisi, e il mondo va peggio che mai…
    Difficile dire se il grande maestro volesse essere ironico, cinico o soltanto provocatorio… ma, in tutti i casi, come dargli torto? Se devo giudicare da quello che io stesso ho sperimentato durante trent’anni di attività psicoterapica, e da quello che sento, parlando con molti dei colleghi che per lavoro mi capita di incontrare, le cose sono effettivamente molto peggiorate. E non tanto, o non solo, per il degrado culturale che negli ultimi anni è come se avesse ulteriormente ottenebrato la coscienza collettiva, non tanto, o non solo, per la perdita pressoché totale di idee, di valori, di significati e di progetti esistenziali, ma anche e soprattutto per una sorta di indebolimento grave di quella che potrebbe essere definita la struttura di base della personalità dell’uomo moderno occidentale. O anche, se vogliamo cambiare immagine di riferimento, per un indebolimento grave dell’Io, intesso appunto come nucleo centrale della personalità.
    Paura, insicurezza, ansie di vario genere e gravità, dipendenze affettive, pessimismo, sfiducia, mancanza di entusiasmi e depressione sembrano dilagare senza trovare ostacoli e, in misura maggiore o minore, interessare la quasi totalità della popolazione. Al punto da creare quasi noncuranza, sulla base di un “mal comune” che essendo sotto gli occhi di tutti non può non determinare una sorta di tacita rassegnazione. Chi ne sfugge non è sempre in virtù di una centralità dell’io armonica e vitale, bensì molto spesso grazie soltanto ad un egocentrismo patologico volto all’affermazione incondizionata di sé: nella professione, nello sport, nel mondo economico, nello spettacolo… perfino nell’amore.
    Ma che cosa sta accadendo?
    O, meglio, che cosa è accaduto? Che cosa ha trasformato così drasticamente l’essere umano, soprattutto quello moderno-occidentale (non a caso mi ripeto), da renderlo quasi irriconoscibile ai suoi stessi occhi?

     

    Io non sono un sociologo, e la mia esperienza di terapeuta, per quanto vasta la si possa immaginare, non potrebbe mai essere considerata valida al livello statistico… eppure mi permetto di credere che da un certo punto in poi della nostra storia qualcosa di grave abbia compromesso, e continui tutt’ora a compromettere, le primissime fasi del processo evolutivo psicologico dell’uomo contemporaneo. Quelle fasi che vanno dal parto vero e proprio ai primi tre, quattro o cinque anni di vita.
    Mi permetto di credere, come sostennero gli anti-psichiatri e molti psicanalisti “eretici” degli anni ’60, che è nella famiglia (intesa sia come istituzione borghese, sia come relazione di fatto tra due persone) che si annida il Male che poi tutti contamina e che si riproduce, propagandosi e ampliandosi, di generazione in generazione.
    Ma diversamente da R.D.Laing, J.Cooper, H.S.Sullivan, F.Basaglia e tanti altri, non credo che ciò dipenda dalla visione del mondo più o meno capitalistica, borghese, o religiosa propria di alcune famiglie, così come non credo che – al contrario – tutto ciò possa dipendere da una visione laica, o comunitaria delle stesse. Bensì dall’attuale modo di essere proprio della famiglia moderna: superficiale, scarsamente autentica, distratta da progetti esistenziali superflui e intellettualmente astratta; incapace perciò di percepire e soddisfare i bisogni più profondi e vitali dei propri discendenti.

    Come amava ripetere uno dei miei primi maestri: “…la verità è che – come uomini moderni – abbiamo perso l’istinto di essere madri o padri, ma non l’abbiamo ancora sostituito con una conoscenza etica degna di questo nome.”

    Questa abissale distanza, empatica e conoscitiva, tra genitori e figli non è visibile: se fosse possibile interrogare tutte le mamme e i padri di questa nostra decadente e corrotta civiltà, credo che tutti, salvo pochissime eccezioni, dipingerebbero se stessi come genitori solerti che hanno amato senza condizioni di sorta i propri figli, sacrificando loro tutto il sacrificabile. Si dipingerebbero come genitori attenti, affettuosi, altruisti, costantemente protesi nel far si che i loro ragazzi potessero realizzarsi nel miglior modo possibile.
    E il bello è che, nella maggior parte dei casi, ciò potrebbe benissimo corrispondere a verità.
    Ma il fatto è che in questa impresa encomiabile sono mancati loro sia l’istinto, che potesse guidarli a soddisfare i più essenziali bisogni dei propri figli, sia la più elementare consapevolezza.
    Si badi bene, il mio non vuole essere un discorso ingenuo: essere genitori è difficile, lo so bene. Forse è il compito più difficile che come uomini ci aspettiamo di assolvere. Di certo è il compito più severo, più articolato e complesso, più faticoso e a volte più doloroso tra quanti possiamo immaginare. Ma è un compito inevitabile, se non vogliamo che l’umanità degeneri o si estingua.
    E, se ben svolto, altamente remunerativo.

    Proviamo perciò ad entrare più specificatamente nel problema: quello che sospetto è che una vera e propria esperienza di orrore tenda a caratterizzare i primissimi momenti della nostra vita psichica e a condizionarne perciò lo sviluppo ulteriore. Un’esperienza di orrore devastante, perché subita da un soggetto ancora inconscio di sé, non autoreferente e, soprattutto, mancante di quelle funzioni superiori in grado di depotenziarla. Quello che sospetto è che si realizzi un vissuto angoscioso che la maggior parte dei bambini è costretta a subire senza potersene difendere e, soprattutto, senza poterlo comprendere, essendo tale vissuto angoscioso esclusivamente sensoriale, percettivo e non rappresentativo. E, d’altra parte, come potrebbe esserlo? Per almeno dodici o diciotto mesi, subito dopo la nascita, il “cucciolo d’uomo” può essere immaginato come un organismo sensibilissimo, estremamente recettivo, ma non ancora in grado di selezionare, riconoscere, nominare ed elaborare le esperienze che vive. Per un neonato ogni piacere (sia esso endogeno che esogeno) è una sorta di estasi pura nella quale abbandonarsi fiducioso, così come puro e assoluto è ogni dolore. Che se continuativo, e non condiviso o partecipato dall’ambiente umano che il bambino ha intorno, può diventare promotore di orrore…
    Ma fin qui non starei proponendo nulla di originale; basti pensare che addirittura in seno alla psicanalisi freudiana delle origini si sviluppò, fin dai primissimi anni, una corrente di pensiero che individuava nel fenomeno stesso del parto la matrice originaria dell’angoscia umana. Una sorta di “angoscia ontologica” inevitabile – perché derivante, appunto, dal così detto trauma della nascita – che in quanto esperienza emotiva arcaica, realizzata in un periodo evolutivo in cui sono ancora assenti le funzioni corticali superiori, si proporrebbe come serbatoio emozionale a cui attingerebbero e a cui rimanderebbero tutti i successivi eventi traumatici della vita di un uomo. Un’angoscia esistenziale fisiologica ed ineliminabile, dunque, se non nelle forme subliminali che tutti ben conosciamo: con la ragione, con l’arte, con la religione o con l’amore…
    Fatto sta che appunto da questi convincimenti si svilupparono successivamente le variopinte tecniche di analisi pre-edipiche e, in chiave di profilassi, le varie tecniche di “parto naturale” volte a relativizzare o ad attutire il trauma…

    Ma non è questo che io credo. In quanto creature viventi noi nasciamo né più né meno come nascono tutte le altre creature che popolano questo nostro mondo, e che non sembrano conservare tracce indelebili di chissà quale trauma che condizioni poi la loro esistenza; noi nasciamo attraverso una complessità di eventi biologici che sono previsti e regolati geneticamente e verso la quale ci spinge la forza stessa della vita. Noi nasciamo, infine, alla conclusione di un periodo embrionale che sarebbe molto più traumatico (e pericoloso) protrarre anziché terminare.
    No! Non è al trauma della nascita che si indirizzano i miei sospetti, bensì al periodo di vita subito successivo alla stessa, quando il nuovo arrivato si trova a dover affrontare qualcosa di cui non ha esperienza e che non è in grado di comprendere. Qualcosa che, se anche andrà a caratterizzare la sua specifica condizione umana, egli dovrebbe tuttavia poter incontrare gradatamente: la separazione dal Tutto, la solitudine e infine la paura della morte.

    Ci si potrebbe ingannare credendo che per gli animali sia la stessa cosa. Ma in realtà la loro esperienza è totalmente diversa dalla nostra: prima di tutto perché nessun animale si separa definitivamente dal Tutto all’interno del quale si troverà a nascere, né sarà mai in grado di maturare la consapevolezza del proprio esistere solitario e del proprio futuro morire. In secondo luogo le leggi che regolano la sua nascita e il suo successivo sviluppo (almeno in natura) sono ferree e obbligano la sua specie all’interno di comportamenti rigorosi e precisi, supervisionati dall’istinto.
    Sarebbe difficile immaginare una femmina di cane, di tigre, di gorilla o di elefante, ritardare l’allattamento dei propri cuccioli perché distratta da urgenti compiti lavorativi o dalle chiacchiere con altre madri. Sarebbe improbabile che un qualche saggio “re della foresta”, in base ai propri studi, potesse arrivare a modificare i ritmi naturali codificando l’ora giusta per la poppata, quella per le leccate e quella per il gioco.

    Ma tra noi, umani occidentali, questo è esattamente ciò che accade.
    In uno dei più interessanti testi che mi ritrovai a studiare alcuni anni or sono, il suo autore – Jean Liedloff – riporta come eloquente esempio del tradimento originario che tutti, chi più chi meno, abbiamo subito una ipotetica scena:

    “Una giovane donna, appena uscita dal reparto maternità dove ha partorito il proprio bambino, arriva finalmente a casa. Per un po’ si dedica a lui, lo tiene in braccio e sente di amarlo con una tenerezza mai provata. Tanto è vero che sulle prime le riesce difficile metterlo a letto dopo averlo allattato, soprattutto perché il bambino piange disperatamente non appena lei ci prova. Ma è convinta di doverlo fare, perché sia il pediatra che sua madre le hanno detto (e loro lo sanno con certezza) che se cede adesso, il bambino crescerà viziato e le causerà dei problemi. Esita, il suo cuore è proteso verso il figlio, ma poi resiste e continua con le sue faccende. Lo ha appena lavato, cambiato e allattato. È certa che in realtà non ha bisogno di niente.”

     

    La mostruosità che Liedloff ci indica è il modo con cui tutti usiamo la nostra realtà relativa e astratta come arma per torturare inconsapevolmente i nostri figli. Vediamo infatti, nell’ipotetico esempio su riportato, una madre che non sa riconoscere il profondo bisogno di contatto, di carezze e di rassicurazione del proprio figlio. E non sa farlo perché molto probabilmente lei stessa, quando era bambina, ha dovuto soffocare quegli identici desideri e bisogni, arrivando così a compromettere l’autonomia del proprio Sé, che su tali impulsi naturali si fonda. Ma la mancanza di sicurezza e autonomia in questa madre, che poi tanto ipotetica non è davvero, impediranno il suo accesso ai bisogni del figlio e si porranno come causa della di lui futura mancanza di sicurezza, stabilità e autonomia. In un circolo vizioso destinato – ahinoi – a propagarsi e a moltiplicarsi all’infinito.

    Se riuscissimo davvero ad immedesimarci nel vissuto di un piccolo ma sensibilissimo organissimo vivente come quello di un neonato – o se riuscissimo a ricordarci di quello che noi stessi, quando eravamo in quello stadio, presumibilmente abbiamo sperimentato – ci accorgeremmo dell’orrore senza parole generatosi da quel primordiale senso di separazione e solitudine che – a seguire – non poteva non comportare paura, frustrazione, rabbia e, dopo ore e ore di strilla inutili, disperazione, impotenza, sfiducia, apatia.
    Oppure ancora paura, frustrazione, rabbia, urla disperate… rinuncia, indifferenza, anestesia.

    Chi non riesce a intravedere nella diversità delle due dinamiche appena accennate i prodromi di futuri stati depressivi da una parte, o di futuri stati maniacali, narcisisti o psicopatici dall’altra?
    In entrambi i casi, però, la centralità, l’autonomia e l’indipendenza dell’Io sono stati compromessi, a prescindere dalle risorse più o meno creative con cui proverà a reagire ogni singolo individuo.
    Insomma… non si può proprio dire che la nostra sia una civiltà “a misura di bambino”.

    E posso assicurare i miei lettori che una volta compromessi la centralità e l’equilibrio di un qualunque individuo, per quanti miracoli possa fare una buona psicoterapia, il loro costo – in termini energetici – sarà comunque esorbitante se paragonato a quello, davvero esiguo, con cui il danno potrebbe essere evitato.
    E allora veniamo al punto: c’è forse una qualche nuova teoria psico-pedagogica che potremmo provare ad applicare e verificare prima, e a diffondere poi, tra gli strati della popolazione?
    Non credo proprio… il danno propagatosi nella nostra civiltà moderna occidentale è presumibilmente troppo esteso e troppo profondo per essere estirpato, e davvero non credo che – a breve distanza di tempo – ci sia spazio per un qualche significativo intervento. La maggior parte degli uomini e delle donne occidentali ha del tutto smarrito la più elementare sensibilità genitoriale ed al suo posto – scusate se mi ripeto – ha coltivato un pensiero astratto, ingenuo e superficiale.

    Ma se mi fosse concesso di abbandonarmi a fantasie utopiche e avessi la possibilità di essere ascoltato, allora consiglierei ai giovani uomini e alle giovani donne in procinto di creare una nuova famiglia di prendere l’esempio da tutte quelle popolazioni che la nostra presuntuosa, arrogante, astratta e decadente civiltà occidentale ha osato chiamare primitive. Mi riferisco indifferentemente ai nativi del Perù, della Bolivia, dell’Amazzonia, della Siberia, dell’India, del Messico, del Tibet, dell’Indonesia o dell’Africa tutta. Mi riferisco ad una percentuale altissima di umanità, se paragonata alla nostra, a culture molto diverse e distanti tra loro, ma nelle quali ancora vige la comune usanza per cui un bambino passerà i primi tre anni circa della sua vita sulle spalle della propria madre. E da quella posizione confortante, costantemente nutrito, rassicurato, vezzeggiato e – soprattutto – ascoltato e compreso nei propri bisogni più profondi, imparerà a conoscere se stesso e il mondo che lo circonda.

    Una usanza semplicissima, primitiva diremmo noi… ma ricca di implicazioni: perché si pone come la più naturale continuazione della vita intrauterina, lasciando il bambino in contatto diretto con i suoni, gli odori, i sapori e le atmosfere emozionali del corpo materno all’interno del quale il suo organismo si è sviluppato e – dunque – che ben conosce. Perché esalta l’empatia tra madre e figlio che, in questo modo, si sentirà profondamente compreso ed accettato nella propria emergente sovranità individuale. Perché permette al bambino una presa di contatto graduale e circostanziata con la realtà esterna, costantemente ridimensionata nella sua spaventosa alterità dalla presenza rassicurante dell’adulto. E infine perché favorisce la nascita e lo sviluppo graduale di quella voglia di autonomia e di esplorazione del mondo che alla fine lo staccherà senza eccessivi traumi dal corpo materno.

    Si può immaginare una qualunque altra prassi psicopedagogia altrettanto sana?
    Si può immaginare una qualunque altra usanza educativa contribuire più radicalmente allo sviluppo e al rafforzamento dell’individualità unica e irripetibile dell’uomo?

    È ovvio che non sto proponendo una panacea universale; la malattia in quanto tale – e dunque anche la malattia psichica – è un rischio intrinseco alla nostra caduca esistenza. Perciò non credo che la distribuzione statistica di handicap mentali, deficit di varia natura e psicosi più o meno gravi verrebbe modificata. Ma se è vero, come è vero, che l’eziologia della maggior parte delle nevrosi rimanda invece ad eventi e/o – soprattutto – ad atmosfere emotive malsane che il bambino respira in famiglia fin dai suoi primissimi giorni di vita, allora con molta probabilità le si potrebbero veder diminuire fin quasi a scomparire.

    Quello che so per certo – per averlo verificato sul campo – è che gli effetti a lunga portata di questo rapporto intimo e continuativo del neonato con la propria madre sono:
    a) un maggior senso del valore assoluto della propria identità personale
    b) un maggior senso di indipendenza e autonomia
    c) una mancanza quasi totale dalle paure e dai sensi di colpa derivanti dalle proprie pulsioni
    d) un naturale e spontaneo senso di appartenenza alla famiglia e, più in generale, alla propria comunità, con un consequenziale senso di solidarietà
    e) una più naturale e spontanea comunicazione dei propri vissuti emotivi

    Per tutto ciò sono portato a credere che le nostre grandi nevrosi – disturbi alimentari, ansie e angosce di varia natura, disturbi sessuali, dipendenze da droga, da alcool o da terze persone, stati depressivi o maniacali, narcisismi, immaturità affettive, e quant’altro – tenderebbero a diminuire; e potrebbero scomparire del tutto se, oltre al ripristino del rapporto intimo tra madre e figli, provassimo a ripulire questa nostra corrotta civiltà dagli stupidi modelli patinati che solo l’interesse economico giustifica e mantiene in vita.
    Ma questa sarebbe un’altra storia…

    Rimarrebbe invece da chiedersi se questa visione utopica potesse davvero realizzarsi e, in caso affermativo, come sarebbe accolta dagli uomini e – soprattutto – dalle donne di questa nostra civiltà.
    Si sentirebbero declassate? Ricacciate indietro nella storia? Misconosciute nel contributo essenziale da loro apportato in questi ultimi anni al mondo del lavoro, della cultura e della politica? Condannate al ruolo di riproduttrici e allevatrici?

    Se conosco bene la psicologia della donna moderna occidentale, la risposta è sì!
    Oltraggiata, ferita, offesa e sfruttata dal potere imperante di una cultura patriarcale che vanta oramai 2500 anni circa, la donna moderna è troppo arrabbiata, troppo occupata a farsi rispettare e troppo sospettosa per accorgersi che le sue più recenti vittorie sono state solo apparenti e che hanno rinforzato, anziché distruggere, l’odiato regime. Il sospirato e tanto atteso risveglio del potere femminile (evocato da così tanti intellettuali, scienziati e artisti alle soglie degli anni ’50) è in questo momento più lontano che mai, almeno in occidente. Ed esula dalle possibilità di questo breve articolo e dalle mie intenzioni argomentare in proposito.

    Ma se a qualcuno piacesse giocare con la fantasia, allora gli consiglierei di chiudere gli occhi e immaginare come potrebbe diventare questo nostro mondo se tutti gli asili nido, all’improvviso, chiudessero i battenti e le nostre donne se ne andassero in giro con i loro bambini sulle spalle…. E tutti noi uomini riservassimo loro non soltanto un rispetto assoluto ma anche condizioni di vita e di lavoro adeguate al loro status occasionale di madri.

    (Alcuni anni or sono, in Senegal, in occasione di una festa in piazza, vidi una cantante rock provare per ore con il suo complesso mentre, con disinvoltura, si passava il proprio piccolo dalle spalle al seno e viceversa… nessuno sembrava meravigliarsi della cosa, né tanto meno infastidirsi).

    In questi ultimi dieci anni ho viaggiato molto; mi sono allontanato da questa nostra malata civiltà occidentale tutte le volte che ho potuto… e ho curiosato appunto tra le popolazioni cui più sopra ho fatto cenno. Ebbene, posso testimoniare che fin dai primissimi miei viaggi, al di là dei paesaggi naturali, delle atmosfere, dei costumi e delle usanze, quello che sempre mi ha sorpreso è la relazione forte, viva ed intensa tra il mondo dei bambini e quello degli adulti: non ho mai visto un bambino africano, lappone, peruviano, o indiano piangere senza un vero motivo; non ho mai visto un bambino tibetano o nepalese fare i capricci; non ho mai visto un indio adulto arrabbiarsi, né tanto meno picchiare il proprio figlio; non ho mai visto un tuareg ignorare, svalutare o ironizzare le richieste del proprio piccolo.

    Il rispetto e la serietà con cui i bisogni dei bambini vengono accolti mi ha sempre provocato un contrastante insieme di sgomento, di stupore e di gioia pura.
    Vorrei essere stato allevato così… e così vorrei aver allevato i miei figli.
    Ma così non è stato… e quali che siano l’equilibrio e la maturità cui sono pervenuto, posso dire di averli pagati un prezzo non indifferente.
    Forse sarà per questo… ma mi piacerebbe che questa meravigliosa, primitiva, usanza potesse un giorno essere ripresa e trasformata in una moderna realtà. Sono davvero convinto che, già da sola, potrebbe almeno parzialmente sanare la nostra umanità. Ne sono convinto al punto che se dovessi sostenere in un contraddittorio questa mia utopica visione, non sceglierei chissà quali arguti argomenti, ma sfiderei i miei avversari sul campo, e direi loro: “Andiamo insieme in un qualche lontano e primitivo paese del terzo mondo, tra bambini scalzi e magri, che giocano tra i rifiuti e che magari muoiono di fame… e guardiamo in profondità nei loro occhi. Troveremmo una pace insospettata. La risposta a molti dei nostri laceranti problemi si trova nelle forze d’amore che l’hanno generata.”

    Piero Priorini

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