Un recente studio realizzato in Bangladesh ha dimostrato che vaccinare contro l’influenza una donna incinta al terzo trimestre di gravidanza può aiutare a proteggere da infezioni potenzialmente mortali sia la madre che il bambino fino ai 5 mesi successivi al parto.

Lo studio, sembra dunque appurare la validità di una raccomandazione statunitense di vecchia data secondo la quale le donne in gravidanza dovrebbero vaccinarsi contro l’influenza, mentre invece è meglio non vaccinare i bambini più piccoli di sei mesi.

Da dati sperimentali risulta che una sola dose di vaccino contro l’influenza somministrata alla madre, comporta un notevole beneficio sia per la donna stessa che per il feto: così ha scritto lo staff diretto dal Dottor Mark C. Steinhoff, della facoltà della salute pubblica Bloomberg dell’Università Johns Hopkins di Baltimora. Lo studio è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine del 17 settembre; in esso l’equipe di Steinhoff ha evidenziato che l’infezione dovuta al virus influenzale nella madre in gravidanza può comportare gravi rischi sia per lei che per il suo bambino, come ad esempio malformazioni fetali o addirittura la morte. Inoltre, nei più piccini l’influenza può comportare lo sviluppo della polmonite batterica o delle otiti e, fanno notare gli autori, “le morti conseguenti all’influenza durante l’infanzia sono più frequenti tra i bambini minori di sei mesi”.

Il vaccino anti influenzale è raccomandato alle donne incinte e ai bambini di età compresa tra i 6 e i 24 mesi, ma non per quelli più piccoli. E’ noto, tuttavia, che il feto possa acquisire una parziale immunità al virus influenzale a partire dagli anticorpi della madre che passano anche nella circolazione fetale. E dunque, si è ceracto di capire se gli anticorpi stimolati dal vaccino contro l’influenza somministrato alla madre, possano proteggere anche il bebè.

Per verificarlo, lo staff di Steinhoff ha seguito un gruppo di 340 coppie di madri e figli del Bangladesh tra il 2004 e il 2005. La metà di queste donne furono vaccinate contro l’influenza durante il terzo trimestre di gravidanza e l’altra metà contro lo pneumococco (microorganismo responsabile della polmonite). Durante le 24 settimane successive al parto, gli studiosi monitorarono l’incidenza di malattie respiratorie tra madri e bambini. Alla nascita i bambini furono sottoposti alle normali pratiche di profilassi, ma non furono ovviamente vaccinati contro l’influenza.

Si è trovato che, “l’immunità della madre ha ridotto significativamente la percentuale di casi di influenza nei bambini”. In pratica, tra il gruppo trattato con i vaccini, il laboratorio confermò sei casi di influenza, mentre nell’altra metà i casi furono 16. Ciò significa che l’efficacia della somministrazione è stata del 63% durante il primo semestre di vita dei bambini. Si ridussero anche le malattie respiratorie accompagnate da febbre, tanto nelle madri (36%), come nei loro figli (29%). Ciò vuol dire che “cinque donne devono essere vaccinate per prevenire un solo caso di malattia respiratoria nella madre o nel bambino (…) e un po’ meno di 16 per evitare un caso di influenza”.

Si è calcolato che, nonostante le attuali raccomandazioni, sono ancora poche le donne incinte che vengono vaccinate contro l’influenza. Al momento di prendere qualsiasi decisione terapeutica, bisogna infatti considerare che la gravidanza è un momento particolarmente delicato. La mancanza di certezze riguardo a come i farmaci agiscono sul feto, l’appurata vulnerabilità del feto stesso e il timore delle madri di fronte alle possibili conseguenze, limitano le possibilità di trattamento e di prevenzione nelle gestanti. Dunque, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute del 2005, molte donne sono ancora restie a vaccinarsi contro l’influenza.

Lo studio del Dottor Steinhoff, il primo che sia mai stato relizzato su questa tematica, offre quella che si può definire una ”prova evidente del fatto che si debba appoggiare la strategia delle vaccinazioni delle donne in gravidanza per prevenire l’influenza nei bambini piccoli e nelle loro madri”.

Pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine

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