Archives for Novembre, 2008

L’otite media

L’otite media è un’infezione, acuta oppure cronica, dell’orecchio medio che può interessare entrambe le orecchie o una soltanto.
E’ causata da batteri o da virus ed molto frequente nei bambini piccoli a causa della particolare conformazione del loro orecchio, non ancora del tutto sviluppato.

Come funziona l’orecchio

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L’orecchio è l’organo responsabile dell’udito ed è suddiviso in tre parti:

- orecchio esterno (padiglione e canale dell’orecchio esterno): ha il compito di raccogliere e amplificare le onde sonore;

- orecchio medio (incudine, staffa, martello, timpano e tromba di Eustachio): è deputato a ricevere e a trasmettere le vibrazioni prodotte dalle onde sonore all’orecchio interno. Le onde amplificate, provenienti dall’orecchio esterno, quando colpiscono la membrana timpanica la fanno vibrare. Queste vibrazioni vengono convogliate agli ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine e staffa), i quali vengono messi in movimento, trasmettendo così gli impulsi alla chiocciola;

- orecchio interno (chiocciola, labirinto): trasmette gli stimoli derivanti dalle vibrazioni al cervello e presiede al senso dell’equilibrio. La chiocciola o coclea è costituta da una delicata struttura a spirale ripiena di un fluido e in essa si trovano le cellule sensoriali. Gli impulsi giunti all’orecchio interno, viaggiando lungo terminazioni nervose, raggiungono il nervo acustico che li trasporta al cervello, dove vengono riconosciuti come suoni.

L’orecchio medio, oltre a collegarsi con l’orecchio interno, si collega anche con la cavità rinofaringea situata dietro al naso.
In particolar modo, la comunicazione tra cavità del timpano e quella faringea è determinata da un lungo condotto, in parte osseo e in parte fibro - cartilagineo, chiamato tuba uditiva o tromba di Eustachio.
Attraverso questo piccolo canale, penetra dell’aria nell’orecchio medio, dove la pressione dell’aria deve essere la stessa di quella atmosferica dell’ambiente esterno, in modo che tutte le varie strutture possano vibrare liberamente.
Gli schiocchi che si sentono ogni volta che si sbadiglia o si inghiotte sono dovuti a piccolissime bolle d’aria inviate, attraverso le tube di Eustachio, all’orecchio medio in modo da equilibrare la pressione dell’aria.

Cause dell’otite media

Quando le tube di Eustachio non funzionano correttamente, alcuni batteri o virus provenienti dal naso o dalla gola, possono risalire nell’orecchio medio attraverso questi canali.
Le tube di Eustachio possono ad esempio essere infiammate nel caso di raffreddori, sinusiti, allergie o infezioni della gola oppure possono essere ostruite da un ingrossamento delle adenoidi.
Come abbiamo detto, le tube di Eustachio dei bambini piccolo sono più corte e più orizzontali di quelle dell’adulto, di conseguenza si ostruiscono più facilmente e bloccare causando un ristagno di liquido nell’orecchio medio.
I germi possono arrivare con maggiore facilità dal naso all’orecchio medio ed è questo il motivo per cui le otiti sono molto frequenti nei bambini piccoli.
Tanto minore è l’età del bambino quando contrae la prima otite, tanto maggiore è il rischio che si verifichino altri episodi.
Il liquido nell’orecchio medio può venire infettato da virus o batteri, causando un rigonfiamento della membrana del timpano e dolore all’orecchio: questo tipo di infezione dell’orecchio si chiama
otite media acuta.
Quando i sintomi spariscono il liquido spesso rimane nell’orecchio e può portare alla comparsa di un’otite media con effusione, più difficile da diagnosticare rispetto all’otite acuta media perché, eccetto che per il ristagno di liquido e per una lieve riduzione dell’udito, non provoca altri sintomi di rilievo.
Questo liquido spesso viene riassorbito entro tre mesi; in molti casi scompare spontaneamente e l’udito del bambino ritorna alla normalità.
Dopo il raffreddore, pare che l’otite sia la malattia infettiva più frequente nel bambino ed è stato stimato che più di tre quarti di tutti i bambini presentano almeno un’otite entro i tre anni di vita; all’incirca la metà di essi presenta tre o più episodi.
Con il passare degli anni e con lo sviluppo del massiccio facciale, le tube di Eustachio si modificano per dimensioni ed angolatura: in questo modo si diventa meno suscettibili all’otite media.

Sintomi e complicanze dell’otite

I germi che penetrano all’interno dell’orecchio medio, producono pus ed altre secrezioni che, non potendo essere drenate dalle tube di Eustachio infiammate, premono sul timpano e sono causa di dolore, spesso molto intenso, che rendono i più piccoli molto irritabili.
Il dolore è più forte durante l’allattamento, per via della variazione di pressione a livello dell’orecchio medio durante la suzione e la deglutizione.
Il piccolo dunque tende a mangiare di meno. Inoltre ha più difficoltà a dormire, perché, anche stando sdraiato, il dolore aumenta.
Un’altra sensazione che può essere procurata dall’otite è quella di avere l’orecchio tappato.
Il fastidio che ne deriva porta il bambino a sfregarsi, toccarsi o tirarsi l’orecchio, tutti segnali che possono aiutare a diagnosticare un’otite nei bambini piccolissimi che non sanno ancora esprimersi a parole. Talvolta si può avere l’insorgenza di febbre.
L’otite causa inoltre una diminuzione dell’udito: i suoni appaiono smorzati e soffocati perché i fluidi presenti nell’orecchio medio impediscono alla membrana timpanica di vibrare. Generalmente questo è un problema transitorio che si risolve non appena il liquido scompare completamente dall’orecchio medio.
Quando invece la spinta delle secrezioni infiammatorie è notevole, può addirittura rompere la membrana timpanica; in questi casi il pus fuoriesce dal padiglione auricolare sotto forma di una secrezione bianco – giallastra, maleodorante, più o meno densa, talvolta tinta di sangue.
Quando avviene questa fuoriuscita, spesso il dolore diminuisce; tuttavia questo non vuol dire che l’infezione sia sparita.
Nella maggior parte dei casi, però, il pus ed il muco, senza una corretta terapia, rimangono intrappolati nell’orecchio medio poiché la tuba di Eustachio, gonfia ed infiammata, non è in grado di aprirsi per permettere il naturale drenaggio delle secrezioni, causando come abbiamo detto, un’otite cronica poiché le secrezioni permangono per molto tempo (spesso per mesi o addirittura per anni) favorendo la ricorrenza degli episodi di otite media acuta e provocando una riduzione dell’udito, che può diventare cronica o permanente.
Per effetto della riduzione dell’udito, che può persistere molto a lungo, possono verificarsi nel bambino ritardi nello sviluppo psichico e nell’acquisizione del linguaggio.
In rari casi l’otite media può complicarsi con una mastoidite, ovvero una grave infezione del mastoide, un osso contiguo all’orecchio.

Diagnosi

Per verificare o escludere la presenza di un’otite, il pediatra si serve in prima battuta di uno strumento ottico chiamato otoscopio.

Otoscopio

Introducendo questo strumento nell’orecchio, il medico può valutare le condizioni del timpano, in modo particolare può vedere un eventuale arrosamento, la presenza del fluido dietro la membrana timpanica e una sua estroflessione causata dalla pressione del fluido stesso.
In aggiunta vengono spesso richiesti due accertamenti: un audiogramma, che misura l’eventuale perdita di udito del bambino e il timpanogramma, che serve a valutare la pressione dell’aria nell’orecchio medio e conseguentemente a vedere se le tube di Eustachio funzionano correttamente.
Il timpanogramma è un esame di facilissima esecuzione, non invasivo, che è particolarmente raccomandato nei bambini che fanno diverse otiti o che presentano frequenti episodi catarrali.
Un bambino con timpanogramma patologico deve essere seguito con attenzione dal pediatra e dall’otorinolaringoiatra in quanto, oltre a essere predisposto a ricadute di otite, può, se il problema viene trascurato, subire anche dei danni all’udito.

Cura

Le forme virali, sono destinate a guarire spontaneamente, ma sono impossibili da diagnosticare.
Tuttavia, l’80% delle otiti è dovuta ad un batterio; dunque è consuetudine trattare sempre il bambino affetto da otite con una terapia antibiotica per un periodo di circa 10 – 12 giorni, anche perché l’antibiotico arriva con difficoltà nell’orecchio.
Per alleviare il dolore all’orecchio, che peraltro può risolversi in breve tempo, vengono somministrati farmaci antidolorifici.
Per alleviare il dolore possono essere utili alcuni piccoli accorgimenti che consentono di abbassare la pressione a livello dell’orecchio medio, come ad esempio far masticare al bambino una gomma (sempre che sia già abbastanza grandicello da essere in grado di farlo senza inghiottirla), tenerlo il bambino il più possibile in posizione eretta o aggiungere un cuscino che gli permetta di dormire meglio in una posizione leggermente rialzata.
L’infezione, invece, impiega molto più tempo per risolversi completamente.
E’ molto importante controllare, dunque, alla fine della terapia, la guarigione dall’otite in modo da scongiurare il rischio di una riacutizzazione di un episodio non guarito completamente.
In questo caso il medico dovrà valutare un cambiamento di antibiotico, cosa che non è necessaria quando l’infezione insorge ex novo dopo un intervallo di tempo sufficientemente lungo.
Nei bambini con otiti ricorrenti, dopo 1 mese circa dalla sospensione della cura, è sempre bene fare un timpanogramma di controllo.

Prevenzione

Alcuni fattori che possono contribuire a favorire l’insorgenza dell’otite sono:

- la costante esposizione del bambino al fumo passivo;

- la frequentazione dell’asilo nido, dove i bambini sono più esposti a batteri e virus e sono dunque più soggetti a contrarre raffreddori;

- fattori genetici: avere genitori o fratelli soggetti ad otiti;

- la scarsa pulizia delle cavità nasali in caso di raffreddore: in questi casi l’aerosol per via nasale e il lavaggio delle fosse nasali sono senz’altro utili per prevenire l’insorgere dell’otite;

- allattamento artificiale: pare che i bambini allattati con il biberon abbiano più otiti di quelli allattati al seno. Se si allatta col biberon potrebbe essere utile fare succhiare il bambino in posizione semieretta, per cercare di non bloccare le tube di Eustachio.

Durante il periodo invernale è più facile che un bambino, soprattutto se particolarmente soggetto ad otiti, possa ammalarsi.
In questi casi, il pediatra può valutare la possibilità di somministrare un antibiotico a basso dosaggio tutti i giorni per il periodo invernale, come forma di profilassi.
Qualche volta vengono consigliati approcci di tipo chirurgico come:

- la timpanostomia (o drenaggio trans - timpanico), un intervento tecnicamente semplice che viene eseguito preferibilmente in anestesia generale, con l’uso di un microscopio operatorio.
Consiste nell’applicazione di una serie di tubicini nella membrana timpanica allo scopo di drenare l’orecchio medio, ovvero di consentirne, sia pure attraverso una via non naturale, la ventilazione.
L’incisione della membrana timpanica è di pochi millimetri e il tubicino di drenaggio viene fatto scivolare attraverso l’incisione in modo che una parte si trovi all’interno della cassa del timpano.
Con questo intervente vengono favoriti i processi di normalizzazione dell’epitelio di rivestimento della cassa del timpano, la cui infiammazione è la responsabile della eccessiva produzione di muco.
Il drenaggio viene lasciato in loco fino all’espulsione spontanea, che si osserva in media a nove mesi dall’applicazione.
Questo intervento non è esente da complicanze quali lesioni della membrana timpanica, retrazioni del timpano, otiti purulente o perforazioni residue;

- l’adenoidectomia, ovvero l’asportazione delle adenoidi. Numerosi studi hanno dimostrato che il grado di ipertrofia delle adenoidi è ininfluente e che esiste invece un rapporto diretto tra infezione adenoidea e otite media sierosa; in altre parole le adenoidi cronicamente infette rappresenterebbero un focolaio di infezione per l’orecchio.

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A tre anni arriva la prima grande sfida per un bambino: staccarsi dalle braccia di mamma e papà per andare per la prima volta all’asilo.

La scuola materna non è obbligatoria, ma la sua frequenza è consigliata in modo particolare perchè getta le basi della crescita intellettuale e dello sviluppo psicomotorio del bambino. Le attività ludiche che vengono proposte, infatti, hanno lo scopo di accrescere le sue doti creative e la sua capacità di comunicare e relazionarsi con gli altri.
Questa prima esperienza scolastica è utile anche per insegnare al bambino a seguire delle seppur piccole regole e a distinguere i diversi momenti temporali della giornata: quello del gioco, quello del lavoro, quello dei pasti, ecc…
Inoltre, i bambini che hanno già varcato la soglia della scuola materna, saranno più sereni nell’affrontare il successivo inserimento alla scuola elementare quando, alle piccole regole di vita al di fuori dall’ambiente famigliare, si andranno ad aggiungere gli oneri dei doveri scolastici.

Tuttavia, affrontare questo primo distacco non è una situazione facile e crea ansia alla maggior parte dei piccini. L’ingresso alla scuola materna rappresenta sempre una situazione nuova dalla quale i bambini sono spaventati.
Questo è vero anche per quelli che hanno già frequentato l’asilo nido poiché, ad ogni passaggio di ciclo scolastico, si ripropone l’esperienza della separazione dalla famiglia.

Ma anche per i genitori, in modo particolare per le mamme, questo cambiamento è fonte di molte ansie e timori.
Molte mamme hanno già “subito il distacco” quando, alla ripresa del lavoro al termine della maternità, hanno dovuto lasciare per la prima volta il loro piccolo ai nonni, alla babysitter o all’asilo nido. Probabilmente, a differenza di chi invece fino a questo momento ha potuto godere della presenza in casa del proprio bambino, queste mamme saranno più serene nell’affrontare questo ulteriore cambiamento, in quanto saranno già abituate a dominare le proprie apprensioni, emozioni e gelosie.

Il primo distacco comporta infatti tutta una serie di difficoltà: il privarsi della presenza del bambino, la perdita del controllo assoluto su di lui e la capacità di delegare a qualcun altro il compito di educatori del proprio figlio.
Eppure, per il bene del bambino, si deve fare il possibile per affrontare questo inevitabile momento nel modo più sereno possibile, mostrandosi tranquilli e fiduciosi nei confronti di questa nuova esperienza. Diversamente, le ansie dei genitori finirebbero per aggravare i timori del bambino e la sua naturale diffidenza nei confronti di ogni forma di distacco dal guscio familiare.

In primo luogo i genitori si devono preparare a questo evento e per essere in grado a loro volta di preparare il bambino.

E’ bene parlargli già alcuni mesi prima dell’asilo, di cosa si tratta: raccontategli di quanto sia bello, del fatto che troverà tanti nuovi amichetti e che farà tante attività divertenti.

Meglio evitare di pronunciare troppo spesso frasi quali: “ora sei diventato grande”, perché il bambino potrebbe vedere la crescita in chiave negativa, come la causa di un distacco e della perdita della protezione della famiglia.

Qualche tempo prima, sarebbe bene portarlo all’asilo per fargli prendere famigliarità con questo nuovo ambiente. Serebbe anche importante, se è possibile, fargli conoscere le maestre. Anche per i genitori, stringere un buon rapporto con le educatrici è fondamentale. La fiducia che noi genitori accordiamo a chi si occupa del nostro bambino ricrea un ambiente familiare e rilassante. No quindi a gelosie e competizioni. Se il bambino capirà che c’è una buona intesa tra gli adulti vincerà più facilmente il timore della novità.

Iniziate per tempo ad abituare il bambino a quella che sarà la sua nuovo routine (ad esempio l’orario del risveglio mattutino, in modo che non vi siano poi grandi o repentini cambiamenti. Sarà bene quindi cominciare per tempo ad anticipare l’ora della nanna in modo che il momento della sveglia per andare a scuola venga accettato senza grossi problemi.

Una buona idea è quella di leggergli delle fiabe sui bambini che vanno a scuola per la prima volta e raccontargli le storielle più divertenti con protagonisti mamma e papà che da piccoli andavano all’asilo. Ad esempio raccontategli del vostro primo giorno di asilo.

Quando arriverà il gran giorno, mamma o papà (o entrambi) dovranno accompagnare il figlio all’asilo. Tenete presente che arrivando presto, tra i primi bambini, avrà la possibilità di vedere arrivare i suoi nuovi compagni e non si sentirà tanto osservato come se fosse l’ultimo.

Per quanto possa essere triste, non mentitegli. Non ditegli che andate a fare una commissione o che tornerete in poco tempo per rimanere lì con lui. In questo modo perderà fiducia in voi e in questo strano nuovo posto.

Durante il distacco, mostratevi sempre sereni e tranquilli. Se si mette a piangere o se non vuole separarsi da voi, non drammatizzate ulteriormente la situazione perché questo finirebbe per convincerlo che sta accadendo qualcosa di brutto. Lasciatelo rapidamente come se fosse qualcosa del tutto naturale.

Quando sarà ora di riportarlo a casa, siate puntuali: se si sente solo e abbandonato il primo giorno, sarà molto peggio quello successivo. E’ fondamentale mantenere le promesse per non tradire la sua fiducia e soprattutto per rassicurarlo del fatto che si tratta veramente di un distacco momentaneo. Tenete presente che un bambino di tre anni non ha ancora ben definito il senso del tempo e capisce solo valutazioni come: dopo la pappa, prima della nanna e così via…

Se il bambino ha difficoltà ad inserirsi nel gruppo può dipendere da vari fattori come un ambiente familiare teso, la paura dei coetanei o semplicemente il bisogno di tempo per assimilare la nuova realtà. E’ proprio il fattore tempo, infatti, a giocare un ruolo fondamentale nell’integrazione del piccolo e nel suo adattarsi alla novità.

In alcuni casi capita invece che vi sia una crisi in un momento successivo, nel corso dell’anno: succede se l’inserimento è stato un po’ precipitoso oppure quando passa l’effetto novità e interviene la nostalgia di “mamma”. In questo caso sarà comunque sempre importante rassicurare il bambino, cercare di capire se può esserci stato un motivo scatenante e, naturalmente, chiedere un colloquio con le maestre.

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Un nuovo studio ha suggerito che dormire bene, tutte le notti, proteggerebbe i bambini dall’essere adulti obesi.
Un equipe di ricercatori ha studiato più di 1000 persone, dalla nascita fino ai 32 anni di età, e ha trovato che quelle che avevano dormito poche ore durante l’infanzia erano più propense delle altre a diventare adulti obesi.

Anche dopo aver considerato altri fattori come il peso infantile, le ore trascorse davanti alla televisione e il livello di attività fisica in età adulta, questa relazione tra la mancanza di sonno e il rischio di obesità si manterrebbe per tutta la vita.
Questo risultato rafforza l’idea secondo la quale le abitudini precoci del sonno si ripercuotono direttamente sul peso a lungo termine, ha affermato l’autore principale di questo studio, il dottor Robert John Hancox, il quale ha dichiarato che “benchè non possiamo provare che questa sia una relazione causa – effetto, lo studio è una prova evidente che le cose stiano in questi termini”.

Molti studi effettuati in precedenza trovarono che gli adulti e i bambini che dormono poche ore corrono un alto rischio di essere in sovrappeso. Tuttavia Hancox ha evidenziato che questo è il primo studio che dimostra questa relazione a lungo termine.
Lo studio ha preso in considerazione 1037 uomini e donne seguiti dalla nascita, tra il 1972 e il 1973, fino ai 32 anni di età. All’età di 5, 7, 9 e 11 anni, i loro genitori riferirono gli orari in cui abitualmente i loro figli andavano a dormire e si svegliavano.
I ricercatori trovarono che nella misura in cui diminuiva la quantità di ore di sonno nei bambini, aumentava l’indice di massa corporale (IMC) in età adulta. L’IMC è una misura del peso un rapporto con la statura. Ovvero gli adulti che avevano dormito poche ore durante l’infanzia (meno di 11 ore per notte), avevano un IMC maggiore di quelli che avevano dormito un numero di ore superiore.

Un inadeguato riposo durante l’infanzia avrebbe conseguenze a lungo termine”, ha spiegato Hancox. I risultati suggeriscono che il controllo del peso sarebbe un motivo in più per cui i bambini dovrebbero dormire bene la notte. Gli esperti raccomandano un sonno della durata di 11 ore per i bambini tra i 5 e i 12 anni; gli adolescenti dovrebbero dormire invece tra le 8.5 e 9.5 ore. Oggi i bambini stanno dormendo meno delle generazioni precedenti, ha segnalato Hancox e ha aggiunto che questa tendenza starebbe promuovendo un aumento dei casi di obesità.

Nessuno sa con certezza perchè la mancanza di sonno è associata ad un maggior peso corporale. Secondo una teoria basata su studi del sonno eseguiti in laboratorio, la mancanza di ore di sonno sarebbe responsabile di un’alterazione del normale equilibrio degli ormoni che stimolano e riducono l’appetito. Inoltre i bambini sonnolenti sarebbero troppo stanchi per fare attività fisica durante il giorno.

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Un recente studio realizzato in Bangladesh ha dimostrato che vaccinare contro l’influenza una donna incinta al terzo trimestre di gravidanza può aiutare a proteggere da infezioni potenzialmente mortali sia la madre che il bambino fino ai 5 mesi successivi al parto.

Lo studio, sembra dunque appurare la validità di una raccomandazione statunitense di vecchia data secondo la quale le donne in gravidanza dovrebbero vaccinarsi contro l’influenza, mentre invece è meglio non vaccinare i bambini più piccoli di sei mesi.

Da dati sperimentali risulta che una sola dose di vaccino contro l’influenza somministrata alla madre, comporta un notevole beneficio sia per la donna stessa che per il feto: così ha scritto lo staff diretto dal Dottor Mark C. Steinhoff, della facoltà della salute pubblica Bloomberg dell’Università Johns Hopkins di Baltimora. Lo studio è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine del 17 settembre; in esso l’equipe di Steinhoff ha evidenziato che l’infezione dovuta al virus influenzale nella madre in gravidanza può comportare gravi rischi sia per lei che per il suo bambino, come ad esempio malformazioni fetali o addirittura la morte. Inoltre, nei più piccini l’influenza può comportare lo sviluppo della polmonite batterica o delle otiti e, fanno notare gli autori, “le morti conseguenti all’influenza durante l’infanzia sono più frequenti tra i bambini minori di sei mesi”.

Il vaccino anti influenzale è raccomandato alle donne incinte e ai bambini di età compresa tra i 6 e i 24 mesi, ma non per quelli più piccoli. E’ noto, tuttavia, che il feto possa acquisire una parziale immunità al virus influenzale a partire dagli anticorpi della madre che passano anche nella circolazione fetale. E dunque, si è ceracto di capire se gli anticorpi stimolati dal vaccino contro l’influenza somministrato alla madre, possano proteggere anche il bebè.

Per verificarlo, lo staff di Steinhoff ha seguito un gruppo di 340 coppie di madri e figli del Bangladesh tra il 2004 e il 2005. La metà di queste donne furono vaccinate contro l’influenza durante il terzo trimestre di gravidanza e l’altra metà contro lo pneumococco (microorganismo responsabile della polmonite). Durante le 24 settimane successive al parto, gli studiosi monitorarono l’incidenza di malattie respiratorie tra madri e bambini. Alla nascita i bambini furono sottoposti alle normali pratiche di profilassi, ma non furono ovviamente vaccinati contro l’influenza.

Si è trovato che, “l’immunità della madre ha ridotto significativamente la percentuale di casi di influenza nei bambini”. In pratica, tra il gruppo trattato con i vaccini, il laboratorio confermò sei casi di influenza, mentre nell’altra metà i casi furono 16. Ciò significa che l’efficacia della somministrazione è stata del 63% durante il primo semestre di vita dei bambini. Si ridussero anche le malattie respiratorie accompagnate da febbre, tanto nelle madri (36%), come nei loro figli (29%). Ciò vuol dire che “cinque donne devono essere vaccinate per prevenire un solo caso di malattia respiratoria nella madre o nel bambino (…) e un po’ meno di 16 per evitare un caso di influenza”.

Si è calcolato che, nonostante le attuali raccomandazioni, sono ancora poche le donne incinte che vengono vaccinate contro l’influenza. Al momento di prendere qualsiasi decisione terapeutica, bisogna infatti considerare che la gravidanza è un momento particolarmente delicato. La mancanza di certezze riguardo a come i farmaci agiscono sul feto, l’appurata vulnerabilità del feto stesso e il timore delle madri di fronte alle possibili conseguenze, limitano le possibilità di trattamento e di prevenzione nelle gestanti. Dunque, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute del 2005, molte donne sono ancora restie a vaccinarsi contro l’influenza.

Lo studio del Dottor Steinhoff, il primo che sia mai stato relizzato su questa tematica, offre quella che si può definire una ”prova evidente del fatto che si debba appoggiare la strategia delle vaccinazioni delle donne in gravidanza per prevenire l’influenza nei bambini piccoli e nelle loro madri”.

Pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine

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