Archives for Giugno, 2008
Posted on 2008 under Donna e mamma, Gravidanza |
30
Giu
GENGIVITE GRAVIDICA
La gengivite da gravidanza colpisce una percentuale altissima di donne e ha intensità e sintomi variabili che dipendono, tra le atre cose, dallo stato delle gengive precedente la gravidanza.
Le gengiviti gravidiche hanno un’insorgenza piuttosto precoce, fin dal primo trimestre di gestazione, e sono caratterizzate da una mucosa gengivale congestionata e gonfia.
Le gengive tendono ad arrossare facilmente e possono sanguinare in seguito al minimo trauma.
Le zone della bocca più colpite sono quelle anteriori con problemi più evidenti negli spazi interprossimali; si riscontrano lesioni più gravi nelle donne che abitualmente respirano con la bocca.
Come abbiamo detto, questa patologia presenta vari gradi di gravità: dalle forme lievi si può arrivare a gengiviti con sanguinamento copioso, ulcerazioni, mobilità dei denti e perdita dell’osso alveolare.
Le cause di questo disturbo sono riscontrabili nelle alterazioni della composizione della placca batterica e della mucosa orale, indotte dallo squilibrio ormonale gravidico.
A conferma di ciò, si è riscontrato che dopo tre mesi dal parto, quando gli ormoni si normalizzano, si osserva una remissione della gengivite.
L’estrogeno e il progesterone, i cui livelli durante la gestazione possono aumentare rispettivamente di 30 e 10 volte rispetto al ciclo mestruale, funzionerebbero infatti da fattori di crescita per alcuni batteri in grado di alterare lo stato di salute gengivale.
L’altro dato da tenere in considerazione è la diminuzione della risposta immunitaria materna durante la gravidanza, da cui deriva una maggiore suscettibilità alla malattia parodontale.
Tuttavia, la gravità del quadro clinico della gengivite gravidica, così come per qualsiasi altra forma di gengivite, è condizionata da fattori irritanti locali: la placca batterica e il tartaro.
Alcuni studi hanno dimostrato, inoltre, che la malattia parodontale gravidica, se non opportunamente curata, può costituire un serio fattore di rischio per nascite premature (circa 37 giorni prima) e sottopeso (2,5 kg in meno).
Ci sono possibilità, infatti, che l’infezione si trasmetta al tratto genitale ed urinario della futura mamma, condizionando l’esito della gravidanza.
Il meccanismo sarebbe il risultato della produzione di tossine da parte dei batteri e della mediazione di sostanze prodotte dalla madre come le prostaglandine e l’interleuchina.
Un elevato livello di queste sostanze nel cavo orale e, conseguentemente, nel tratto genito-urinario potrebbe costituire un insulto sufficiente a stimolare l’evento del parto in anticipo rispetto alle attese.
MALATTIA PARADONTALE O PARADONTITE
La gengivite iniziale può evolvere o in senso positivo (e dunque regredire), o in senso negativo, e trasformarsi in una gengivite stabilizzata o addirittura in parodontite.
La malattia parodontale (o parodontite) e’ il termine tecnico che individua la cosiddetta piorrea, dovuta alla comparsa di un gran numero di batteri anaerobi (che vivono in assenza di ossigeno) al di sotto del solco gengivale.
Questo solco si approfondisce sempre più fino a trasformarsi in una tasca.
Il tappo biologico che si forma tra dente e gengiva deve essere necessariamente asportato per lasciare libero il passaggio di ossigeno e per limitare l’aumento dei batteri anaerobi sub-gengivali.
L’aumento di questi batteri, ha infatti come risultato finale la distruzione delle fibre collagene con cui la gengiva si ancora al dente, e col tempo tutto ciò può comportare anche una distruzione ossea.
IPERESTESIE DENTALI
Le iperestesie (perdita dei sensibilità) dentali sono fenomeni di tipo nevralgico che possono essere a carico di un singolo dente oppure di zone più estese.
In gravidanza sono dovute all’aumento di sangue nella polpa dentale (tessuto molle che si trova all’interno del dente) o all’abbassamento della soglia di sensibilità del nervo trigemino.
Insorgono sotto gli stimoli del freddo, del dolce e del salato o anche a seguito del contatto con qualunque corpo estraneo.
Passeggere e intermittenti, solo raramente richiedono una terapia antalgica.
AUMENTO DELLA CARIE
Secondo le teorie moderne non esiste una correlazione precisa tra carie e gravidanza.
Tuttavia in gravidanza si sviluppa una serie di fattori, che se non adeguatamente controllati, sono in grado di promuovere nuove carie o di accelerare quelle già esistenti.
Ad esempio lo sviluppo della carie è favorito, come abbiamo visto, dalla diminuzione del Ph della saliva; inoltre, il sanguinamento delle gengive durante lo spazzolamento e le iperestesie dentali, portano spesso alla rinuncia di una qualsiasi igiene favorendo così l’accumulo della placca batterica, l’insorgenza di nuove carie e il complicarsi della situazione gengivale.
La miglior forma di terapia è proprio la diffusione di norme per una corretta igiene orale.
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19. Ho una bambina di 15 mesi che allatto solo la notte (per addormentarla e quando si sveglia: spesso si tratta di un paio di volte). Da un paio di mesi ho i seni irritati e provo dolore ad allattare (non la prima volta della notte, ma ogni volta mi da più fastidio). Ho letto che il dolore solitamente è sintomo di una posizione sbagliata durante l’allattamento, ma io non ho mai avuto problemi fino ad ora. Potrebbe essere perché adesso ha più denti?
Non credo che sia per i denti dal momento che a questa età molti bambini sono allattati al seno e solitamente alle mamme non fa male il seno. E’ possibile che la bambina stia succhiando in una posizione scorretta siccome è mezza addormentata e dal momento che di giorno prende biberon e succhiotti. Se le da il biberon, forse sarebbe meglio darle il latte con un bicchiere. Inoltre potrebbe trattarsi di una qualche infezione al seno. Parlane con la tua ostetrica o con un gruppo di madri www.fedalma.org.
20. Sono quasi tre anni che allatto e, sin dal primo anno di mia figlia, quando fa caldo e mia figlia vuole mangiare di più, mi succede, soprattutto verso sera, che mi sento debole e fiacca e mi tremano le mani. Cosa può essere? Grazie.
Molta gente si sente debole e fiacca quando fa caldo e da qui è nata l’abitudine di fare la “siesta”. Il fatto del tremore alle mani, non mi sembra molto normale: sarebbe meglio la vedesse il suo medico. In ogni caso, non è dovuto all’allattamento: conosco migliaia di donne che allattano al seno e non ho mai visto che le tremino le mani per questo.
21. Ho una figlia di 14 mesi che fa diverse poppate durante la notte, il che comporta che dormiamo piuttosto male. L’allattamento può influenzare il modo di dormire dei bambini? Dal momento che presuppone un contato con la madre, magari nasce il bisogno di cercarla di più durante la notte… Grazie mille per tutto.
In uno studio che risale a 20 anni fa, i bambini che prendevano il biberon si svegliavano di meno durante la notte rispetto a quelli che venivano allattati al seno. Ma siccome i produttori del latte artificiale hanno continuato a perfezionare il latte, presumo che ormai non sia più così e che anche con il biberon i bambini si sveglino di notte, dal momento che centomila madri hanno comprato un famoso libro per far addormentare i bambini e la maggior parte di esse stanno allattando col biberon.
Recentemente sono usciti sul mercato tipi di latte per biberon per il giorno e per la notte: il latte per la notte contiene più triptofano, cercando di imitare il latte materno che di notte appunto contiene una quantità maggiore di triptofano che aiuta i bambini a dormire. Così, un tempo si pensava che i bambini allattati al seno dormissero di meno, ma adesso i fabbricanti di biberon ci hanno dimostrato che è esattamente il contrario: con il latte materno i bambini dormono di più, ma perché questo avvenga devono svegliarsi più volte durante la notte dal momento che non servirebbe a niente che il maggior contenuto di triptofano nel latte della notte, se il bambino non lo prendesse.
22. Cosa si intende per allattamento materno prolungato e che benefici ha esattamente?
Dicono che alcolizzato è colui che beve più del proprio medico, allo stesso modo l’allattamento materno è prolungato quando si allatta al seno più della vicina di casa.
Io definirei prolungato un allattamento che duri oltre i sette anni, ma c’è chi mette questo limite per definizione a due anni, o a uno, o a sei mesi, oppure anche a tre.
I benefici dell’allattamento materno sono gli stessi di prima, vale a dire, a qualsiasi età il latte materno continua ad essere il miglior alimento per il bambino e tanto più la madre allatta al seno, minore sarà per lei il rischio di cancro al seno, cancro alle ovaie o fratture causate dal’osteoporosi. Per non contare la comodità e il risparmio rispetto ad altro latte.
23. L’allattamento materno è fantastico, però per le mamme che lavorano (almeno nelle aziende private), risulta praticamente impossibile continuarlo una volta che si ritorna al lavoro. Lei crede che questo tema verrà mai preso in considerazione? Un saluto.
Speriamo di sì perché la durata della maternità in Spagna è ridicolmente corta rispetto a quanto avviene negli altri Paesi d’Europa. Nel sito www.fedalma.org, si raccolgono le firme per chiedere un permesso di maternità di sei mesi che ovviamente è soltanto un primo passo per arrivare a 9 e a 12.
24. Molte grazie per i suoi libri. Partorirò a settembre e mi sto informando sull’allattamento materno. Mi sono fatta l’idea che nel sistema sanitario pubblico si inizia a sostenere questo tipo di allattamento, ma nel privato ci sono ancora molti ostacoli, salvo rarissime eccezioni. Si dovrebbe fare qualcosa, non crede?
Dipende da dove lei vive perché il sostegno che le può dare il personale sanitario con l’allattamento al seno è una questione individuale che dipende dalle competenze e dagli interessi di ciascuna ostetrica, pediatra o infermiera. Tra gli ospedali amici dei bambini, ce né anche uno privato: la Clinica Dexeus a Barcelona. Per “ospedali amici dei bambini”, intendiamo quelli che favoriscono l’allattamento materno e rispondono a tutta una serie di requisiti: prima poppata in sala parto, bambino nella stanza della madre per tutte le 24 ore, allattamento a richiesta, non dare ciucci, né soluzioni glucosate… Più informazioni sul sito: http://www.ihan.org.es.
25. Buongiorno. Ho sempre avuto il seno molto sensibile e adesso, con la gravidanza, ancora di più. Quasi tutti i lievi sfregamenti rendono la situazione insopportabile. Crede che questo sia un problema al momento di allattare? Grazie.
Ma non saprei. Se ha qualche tipo di eczema al seno, normalmente migliora con un trattamento adeguato. Se si tratta semplicemente di sensibilità agli sfregamenti, ma non vi è nessuna malattia al seno, è possibile che il problema scompaia nel momento in cui suo figlio prenderà il seno, ma bisogna aspettare per vedere che succede.
26. Ho un bambino di due anni e mezzo che non vuole mangiare frutta e verdura. In generale, non è mai stato un gran mangione, ma cerco di non ossessionarmi troppo e di convincermi che i bambini si “”autoregolano”. Ma in realtà la cosa che mi preoccupa è che possa avere una carenza. Quasi tutti i giorni gli offro frutta e verdura ai pasti, nel caso prima o poi gli venisse voglia di mangiarli, lui assaggia e mi dice chiaramente di no.
Non si preoccupi, si può vivere perfettamente senza frutta e senza verdura. Milioni di eschimesi lo dimostrano. Quando non si obbliga un bambino a mangiare, normalmente una volta adulto mangia quasi di tutto. Se si prova ad obbligarli a mangiare frutta, probabilmente otterrà solamente di provocare un tale astio al punto che non mangerà frutta per il resto della sua vita.
27. Ho dedotto da una sua risposta che secondo lei i bambini alimentati con latte materno sono più intelligenti di quelli allattati col biberon. E’ così?
E’ così nella misura in cui i test del coefficiente intellettuale possono stabilire chi è più intelligente e chi meno, cosa che a priori può essere discutibile. Esiste una differenza tra la media dei coefficienti di intelligenza dei bambini allattati al seno e quella dei bambini allattati col biberon. Una media che francamente non credo trovi nessuna applicazione pratica. Però questo è quello che risulta dagli studi scientifici.
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10. Buongiorno, vorrei sapere se c’è modo perché il bambino si attacchi meglio al seno perché a me il seno non cresce durante la gravidanza; al mio precedente bambino ho dato il mio latte grazie all’utilizzo del tiralatte perché non si attaccava e adesso sto aspettando un altro figlio e mi piacerebbe allattarlo. Molte grazie.
E’ molto difficile da spiegare in due righe. Ti consiglio di metterti in contatto con un gruppo di madri. Troverai indirizzi e numeri di telefono sul sito www.fedalma.org.
11. Fino a quando è vantaggioso dare il seno al bambino?
Allattare al seno è sempre vantaggioso. Vale a dire che se nel negozio trovassimo allo stesso prezzo latte vaccino e latte di donna, sarebbe una stupidaggine comprare quello vaccino e il latte materno sarebbe buono anche per gli adulti, gli anziani e per tutti.
A nessuna età allattare al seno cessa di avere benefici e, tanto meno, inizia a diventare svantaggioso. Attualmente si raccomanda di offrire altri alimenti, oltre al seno, a partire dai sei mesi.
12. Grazie in anticipo per il suo aiuto. Ho una figlia di due anni che sin dalla nascita prende il seno, complementando il mio latte con altri alimenti ovviamente. E’ sana e serena, ma io inizio ad essere stanca e scomoda. Come mi consiglia di iniziare a svezzarla? (ha un forte istinto ad attaccarsi al seno). Grazie.
Anche se lei non fa nulla, sua figlia finirà per abbandonare il seno però potrebbe tardare ancora alcuni mesi o addirittura anni. Se lei desidera accelerare il processo, è importante darle qualcos’altro in cambio. Il seno non è solo nutrimento, ma implica anche un contatto fisico, affetto, consolazione… E’ necessario dare alla bambina tutto questo in un altro modo. Svezzare un bambino comporta uno sforzo maggiore che allattare. Deve prenderla in braccio di più, occorre cantare più canzoni, portarla più sovente a spasso, giocare di più con lei. L’idea è che si dimentichi di chiedere il seno, ma quando lo chiede la cosa migliore in quel momento è darglielo perché negndoglielo si andrebbe ad aggiungere l’attrazione per il proibito.
13. Buongiorno. Soffro di mastite ad un seno da diversi anni e questo fa si che un seno presenti regolarmente delle secrezioni purulente; attualmente sono incinta. Sussistono problemi per allattare al seno? Sarebbe preferibile evitare l’allattamento materno? Molte grazie.
Una mastite della durata di anni è una cosa molto rara. Dovrebbe visitarla un ginecologo che le potrà dire cosa si deve fare nel suo caso. In generale, con una mastite non solo si può allattare, ma addirittura è preferibile continuare l’allattamento dal momento che, se durante una mastite il seno non si svuota, si potrebbe produrre un ascesso. Nel peggiore dei casi, se il suo problema al seno non dovesse essere esattamente una mastite e non potesse allattare da questo seno, potrebbe comunque sempre allattare suo figlio con il seno sano.
14. Innanzitutto congratulazioni per il suo lavoro e la tua attività. Ho un bambino di 11 mesi che continuo ad allattare al seno, anche grazie ai tuoi consigli. Vorrei sapere se questo nuovo libro [ndr. si tratta di “Un dono per tutta la vita“] è utile per le madri che come me hanno già avviato molto bene l’allattamento oppure se è solamente per le future o neo mamme. Inoltre vorrei dirti che “Il mio bambino non mi mangia” mi è sembrato essere molto utile, mentre non ritengo che “Bésame mucho” sia molto attuale. Mi puoi convincere del contrario? Molte grazie e tante buone cose.
Dal momento che stai già allattando e, a quanto pare, senza problemi, credo che non sia necessario leggere il libro, però dipende dai gusti. Per quanto riguarda il mio libro “Bésame mucho”, avrai visto che non do raccomandazioni su cosa fare e non è un libro di consigli, norme o metodi su come crescere un figlio.
Il mio intento è quello di spiegare perché i bambini sono come sono, perché desiderano stare in braccio, perché vogliono dormire con le loro madri e ritengo che queste cose siano vere tanto adesso come nell’antichità.
15. Cosa è meglio: dare entrambi i seni nella stessa poppata oppure solo uno e l’altro durante la poppata successiva?
E’ meglio seguire ciò che il bambino desidera. Quando finisce col primo seno, gli si offre il secondo: se lo vuole bene, se no anche. Possiamo sapere quando finisce perché si stacca.
16. Potrebbe spiegare le cause delle coliche dei lattanti?
Si parla di colica ad ogni pianto eccessivo durante l’infanzia, ma normalmente questo pianto non ha nulla a che vedere col dolore alla pancia, né con altre malattie. Sicuramente può essere dovuto a moltissime cause. Credo che la più frequente sia la mancanza di contatto fisico. Nelle società in cui i bambini stanno tutto il giorno appesi alle loro madri, non si conoscono le coliche. Inoltre ci sono alcuni casi molto rari dovuti ad allergie.
17. E’ sicuro che un neonato non avverte la fame durante le prime 48 ore della sua vita? Me lo hanno detto al corso di preparazione al parto e mi ha sorpreso moltissimo. Grazie per la sua attenzione.
Non so ciò che può sentire un neonato. Dopotutto le prime 48 ore succhiano il seno ed è stato dimostrato che prendono e ingeriscono il latte. Dunque non so come può qualcuno sapere ciò che prova o non prova un neonato.
18. Quando si possono introdurre i legumi nell’alimentazione? I piselli verdi possono considerarsi legumi? Grazie.
Sì, i piselli verdi possono considerarsi legumi e si possono introdurre nell’alimentazione a partire dai sei mesi. Inizialmente conviene togliere la pelle da piselli, ceci e fagioli perché non si soffochino.
… continua nel prossimo post!
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La scorsa settimana ho postato la recensione del libro “Il mio bambino non mi mangia”, di Carlos Gonzáles.
Qualche tempo fa è stato pubblicato su elmundo.es un articolo in cui, il noto pediatra spagnolo, rispondeva ad una serie di domande sull’allattamento e sull’alimentazione dei bambini.
Si tratta di 27 domande che ho tradotto e che riporterò in queto e nei prossimi due post in quanto ritengo molto utili per tutte le mamme che allattano, per quelle che sono alle preso con lo svezzamento e anche per quelle donne che saranno presto mamme e che, giustamente, approfittano di questi ultimi mesi di tranquillità perprepararsi e documentarsi un po’.
Nel frattempo, per chi di voi volesse leggere l’articolo in lingua originale, lo può trovare al link riportato qui sotto.
Intervista in spagnolo
L’AUTORE
Carlos González, è nato a Zaragoza nel 1960, si è laureato in medicina presso l’Università di Barcellona e si è formato come pediatra presso l’Ospedale Sant Joan de Déu di questa città.
E’ il fondatore e presidente dell’Associazione Catalana per L’Allattamento Materno, attualmente tiene corsi sull’allattamento per personale sanitario.
Scrive e traduce libri sul tema; da due anni è responsabile della rubrica sull’allattamento materno della rivista Ser Padres.
Sposato con tre figli, vive a Hospitalet de Lobregat (Barcellona).
INTERVISTA - Prima parte
1. Buongiorno dottore, sto aspettando il mio terzo figlio, con il primo avevo moltissimo latte, con il secondo decisamente meno… devo aspettarmi che con il terzo avrò ancora meno latte??? Grazie molte!!
La quantità di latte che esce è esattamente quella di cui il bambino ha bisogno quando lo si allatta a richiesta. Non so cosa ti spinge a pensare che hai avuto meno latte. Se lo dici perché il bambino chiedeva il seno più spesso, probabilmente è stato proprio il contrario e hai avuto più latte.
2. Mia figlia di nove mesi sta al di sotto del percentile 3. Da quando è nata e fino a tre mesi di età ha avuto un percentile di 10. A partire dal primo trimestre è stata allattata ogni tre ore e un quarto, così come mi ha consigliato il pediatra. Dal quinto mese ho iniziato di nuovo ad allattarla a richiesta e ho continuato ad allattare in modo esclusivo a richiesta fino al sesto mese. Attualmente le do il seno, niente pappe e ho iniziato con il cibo a pezzetti, benché ne mangi in poca quantità. Il pediatra dice che è sana anche se stiamo aspettando i risultati di alcune analisi per escludere una malattia.
La mia domanda è: ha influito il periodo di allattamento a orario sul peso e sullo sviluppo della bambina? Quali sono i cibi solidi che devo proporle con priorità?
Se avesse influito lo avresti notato: se quando sei tornata a dare il latte a richiesta avesse mangiato più di prima, allora forse aveva fame; ma se mangiava più o meno lo stesso o di meno, probabilmente è perché non ha influenzato.
A nove mesi può mangiare praticamente di tutto, benché sarebbe meglio non darle ancora latte vaccino, i suoi derivati, pesce e uovo fino all’anno di età. Tra la varietà di cose che può mangiare, sarà lei a scegliere ciò che più le piace e nella quantità che desidera.
3. Salve Carlos. Allatto al seno mia figlia da due settimane e da due giorni ho notato che ha la lingua bianca. Mi hanno detto che potrebbero essere funghi, che rimedi posso adottare?
Quella che normalmente viene chiamata “lingua bianca” è una situazione normale, i funghi hanno un aspetto differente. Se è stato il pediatra a dirti che sono funghi, sarà lui a darti la cura. Se te l’ha detto qualcun altro, allora è meglio che la veda il pediatra.
4. Salve. Sono rimasto sorpreso che ci sia un’Associazione per questa causa. Mi potrebbe dire quali sono le ragioni della sua esistenza?
In Spagna la maggior parte delle donne allattano al seno meno tempo di quanto vorrebbero e questo dimostra che è necessario fare qualcosa perché le donne possano liberamente allattare fin quando lo desiderano. Nella nostra Associazione ci dedichiamo soprattutto a fare corsi sull’allattamento materno per il personale sanitario e a pubblicare video e libri. L’obiettivo è aiutare le madri ad allattare per tutto il tempo che vogliono.
5. Cosa significa esattamente “allattare a richiesta”?
Significa offrire il seno al bambino ogni volta che lui vuole e per tutto il tempo che lo desidera senza preoccuparsi dell’orologio. Non c’è che da aspettare che pianga. Normalmente, un po’ prima di iniziare a piangere, iniziano a cercare il seno “con le buone”.
6. Buongiorno. Sono un medico e, come tale, ho sempre studiato e ho riportato alle mie pazienti che con l’allattamento materno non è necessario l’apporto di acqua poiché il bambino regola attraverso il meccanismo della suzione, la composizione del latte. Tuttavia l’altro giorno ho sentito una donna dire che in estate occorre invece dare acqua ai bambini, anche a quelli allattati esclusivamente al seno. Sono confusa, qual è la sua opinione in merito? Grazie.
In generale, un bambino che prende il latte a richiesta, giorno e notte, esclusivamente al seno, non ha bisogno di acqua, a meno che non abbia febbre o diarrea. Persino i beduini del deserto si è visto che non hanno bisogno di acqua. Ciò non toglie che, eccezionalmente, se fa molto cado e sembra che il bambino abbia sete, gli si può offrire dell’acqua dopo il seno. Ricordo di un bambino che quasi non si disidratava perché lo avevano lasciato completamente vestito e chiuso nella culla messa sotto il sole che entrava da una finestra e vicino ad un radiatore acceso.
7. Buongiorno. E’ necessario prendere il supplemento di iodio durante l’allattamento o non è importante? Io non lo prendo e mia figlia è curiosa e sveglia.
In Spagna e in tutta Europa esiste una percentuale molto elevata di deficit di iodio. Tutti quanti dovrebbero sempre assumere sale iodato, ma nonostante tutto la maggior parte delle madri non arrivano a coprire il fabbisogno durante la gravidanza e l’allattamento, che è di gran lunga superiore a quello di altri periodi.
Per questo si raccomanda di assumere da 100 a 200 microgrammi di iodio al giorno durante la gravidanza e l’allattamento. Questa quantità non è pericolosa per le persone che già hanno iodio a sufficienza, applicando iodio su una ferita si assorbe una quantità di iodio cento colte superiore a quella contenuta in queste pastiglie.
8. Salve. Posso assumere medicinali antivarici durante l’allattamento al seno?
Non conosco nessun farmaco antivarici che serva a qualcosa e non so a quale lei si riferisca. Alla pagina web www.e-lactancia.org, può consultare la compatibilità di qualsiasi farmaco con l’allattamento.
9. Buongiorno, è sicuro del fatto che la mancanza di allattamento materno influisca negativamente sullo sviluppo del sistema immunitario del bambino, così come su quello intellettivo? Grazie.
Beh, sì. Da un lato il latte materno apporta difese immunitarie al bambino nel periodo in cui le sue proprie difese ancora sono in via di sviluppo; dall’altra parte le difese proprie del bambino si sviluppano meglio con l’allattamento materno. Inoltre, diversi studi hanno messo in evidenza lo stretto rapporto tra la durata dell’allattamento e il coefficiente intellettivo degli scolari.
… continua nel prossimo post!
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IL MIO BAMBINO NON MI MANGIA
Consigli per prevenire e risolvere il problema
200 pagine - € 14,90
Se anche voi vi trovate spesso nella situazione di dover costringere i vostri figli a mangiare, rincorrendoli con cucchiai colmi di pappa, corrompendoli o ricorrendo ai più ingegnosi e curiosi stratagemmi (piattini decorati, favole mozzafiato, portate attraenti come opere d’arte…) questo libro fa proprio al caso vostro.
In modo particolare lo consiglio a tutte quelle mamme (e siamo in molte) che vivono con ansia o addirittura con disperazione l’ora dei pasti dei propri bambini.
“Il mio bambino non mi mangia” è una delle frasi che i pediatri si sentono ripetere più frequentemente.
Il libro ci illustra la tesi del pediatra spagnolo Carlos Gonzales: l’inappetenza è un problema di equilibrio tra quello che il bambino mangia e ciò che sua madre si aspetta che mangi.
In realtà è l’appetito che regola la quantità e la qualità del cibo che il bambino mangia, autoregolandosi in base ai propri bisogni.
Il sottotitolo può trarre in inganno chi si aspetta di trovare, tra le pagine del libro, qualche trucco o consiglio per stimolare l’appetito dei bambini.
L’intento del dottor Gonzales è quello di aiutare i grandi e i piccini a vivere serenamente l’ora dei pasti, semplicemente insegnando ai genitori a rispettare le preferenze e le necessità alimentari dei propri figli.
Non viene svelato nessun segreto, dunque, per far si che i bambini mangino di più; bensì viene approfondita l’idea centrale del libro secondo la quale non bisogna mai, in nessun modo, costringere il bambino a mangiare, nel rispetto dei suoi naturali bisogni e della sua innata capacità di autoregolarsi col cibo.
I genitori si devono responsabilmente limitare a offrire ai figli una varietà di cibi sani; ma saranno i bambini a scegliere, tra questi, cosa e quanto mangiare, in base alle proprie necessità.
Questa teoria viene supportata da basi scientifiche che l’autore illustra in modo esauriente e nello stesso tempo comprensibile a tutti.
L’ironia che fa da sfondo al testo, aiuta il lettore a sdrammatizzare un problema che viene generalmente vissuto, in modo particolare dalle madri, con grande ansia e frustrazione.
Inoltre è una lettura adatta alle donne in gravidanza che stanno per intraprendere l’allattamento: è proprio allattando al seno, infatti, che viene favorito l’instaurarsi del rapporto di fiducia reciproca che permetterà alle madri di fidarsi delle capacità di autoregolazione dei figli.
Carlos Gonzales è fondatore e presidente dell’Associazione Catalana per l’Allattamento Materno e tiene corsi sull’allattamento rivolti al personale sanitario. Inoltre scrive e traduce libri sul tema e, non a caso, anche in questo libro viene dato grande spazio a questo argomento.
La prefazione è stata curata dalla Leche League Italia, la lega per l’allattamento materno, un’associazione di volontariato che opera dando informazioni e sostegno alle madri che allattano, offrendo consulenze telefoniche e gruppi d’incontro.
Se state per diventare o siete già mamme troverete nel libro preziosi consigli e informazioni sull’allattamento (seno e artificiale), sullo svezzamento, sull’alimentazione, sulle curve di crescita percentili e sulla loro interpretazione e su ciò che non bisogna fare all’ora dei pasti; il tutto farcito con una buona dose di humour che rende la lettura divertente e scorrevole.
Utilità e divertimento: un buon connubio per tutte le mamme che potranno così ritagliarsi un po’ di tempo per rilassarsi, continuando nel contempo a pensare ai figli!
Dello stesso autore:
Bésame mucho
Un dono per tutta la vita
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Posted on 2008 under Donna e mamma, Psicologia |
16
Giu
Delle sconvolgenti trasformazioni che hanno caratterizzato questi ultimi decenni ho parlato fin troppo nelle prime parti di questa raccolta. Mi basterà perciò ribadire che la decadenza epocale non è la causa del malessere delle persone, bensì l’effetto del degrado interiore in cui gli uomini e le donne di questa epoca sono precipitati. È nell’anima di ogni singolo essere umano, infatti, che si svolge la vera battaglia e sono gli effetti di quest’ultima che si manifestano poi nel mondo connotando l’arte, la cultura, la politica, l’economia e l’insieme delle relazioni sociali. Tutto questo, però, torna poi a riflettersi e a condizionare l’anima umana, in un feed-back che non presenta nessuna facile soluzione di continuità. È sempre molto difficile, infatti, poter individuare il punto in cui ogni volta, nella vita di ogni singola individualità, potrebbe essere collocato l’inizio della sua personale responsabilità. L’inizio del proprio farsi libero.
Quello che è certo è che ora come ora viviamo tutti all’interno di un processo morboso aggressivo e virulento che metterà a dura prova la nostra capacità di autocoscienza.
Un processo morboso di questo tipo è quello che oggi sta corrodendo e devastando l’anima della donna moderna occidentale.
È ovvio – ma voglio sottolinearlo bene - che questa è una generalizzazione estrema che volutamente trascura tante singole, straordinarie eccezioni delle quali, per altro, sono spesso stato testimone. Così come spero sia altrettanto ovvio (e basterà leggere il successivo articolo di questa raccolta) che neanche l’uomo moderno occidentale se la passa poi tanto bene.
Ma il tradimento di se stessa inconsapevolmente operato dalla donna moderna rappresenta, proprio oggi e - oserei dire - oggi più che mai, una perdita incommensurabile per la nostra civiltà.
Non a caso, infatti, nei primi anni del dopo guerra, mentre il mondo si riprendeva a stento dalla barbarie di cui era stato protagonista, un folto numero di intellettuali, scienziati ed artisti si era ritrovato a Stoccolma per firmare un manifesto in cui si auspicava la rinascita del Principio Femminile. Da troppi secoli oramai il Principio Maschile dominava il mondo, influenzando con il proprio peculiare paradigma la lettura stessa della realtà. La cultura, la religione, la politica, la scienza, l’economia… tutto si era piegato ad essere espressione unilaterale dell’uomo al potere, ed essendo il Maschile, per sua intrinseca natura, grezzo, volubile, possessivo, dominatore, distruttore, spirito inquieto e mai pago se non stemperato e addolcito dalla presenza del Femminile al suo fianco, si auspicava che i tempi fossero maturi perché le cose cambiassero e che la tolleranza, la condivisione, la sensibilità, la collaborazione, lo spirito di conservazione e la spinta alla vita, proprie del Femminile, potessero infine riemergere dal limbo in cui la prepotenza maschile le aveva relegate.
Ci vollero anni… ma alla fine qualcosa si mosse. La donna uscì dal ristretto ambito domestico dove era stata esiliata e a forza si riappropriò del diritto al voto, all’istruzione, al lavoro e, in una certa misura, anche del proprio corpo. Nei primi anni, dopo lo storico ’68, l’Europa si incendiò… la donna cominciò a fare sentire la propria voce, e anche se all’inizio era pregna di un traboccante rancore nei confronti dell’uomo che per secoli l’aveva reclusa (ricordate gli slogan di allora: “…Tremate, tremate, le streghe son tornate” ?) era auspicabile che in seguito avrebbe ben indirizzato la sua lotta. L’assolutismo patriarcale, e non l’uomo in quanto tale, avrebbe dovuto essere il suo nemico. E i paradigmi maschili riconosciuti appunto come unilaterali, parziali, provvisori… erronei perché in definitiva incompleti.
Per un approfondimento di questa rivoluzione tanto attesa quanto auspicata il lettore interessato potrebbe consultare il libro di F.Capra : “Punto di svolta”, edito da Adelphi.
È in questo momento storico, delicatissimo, che l’autocoscienza femminile registrò un calo di lucidità e anziché immergersi nel doloroso processo di ri-appropriazione di tutte quelle modalità e capacità e qualità che connotano appunto l’identità del genere femminile – ma potrei anche dire l’Archetipo del Femminile – finì per perdere se stessa all’interno di una sterile lotta volta a competere con l’uomo sulla base di modalità, capacità e qualità che erano intrinsecamente maschili.
In altre parole la donna, anziché emergere alla ribalta del mondo mettendo sotto accusa e condannando gli stereotipati paradigmi con i quali il maschile ha sempre letto, interpretato e soprattutto manipolato il mondo, oramai da 2500 anni circa, si è ritrovata implicitamente ad avallarli nel momento stesso in cui si è illusa di poter affermare se stessa accettando di scendere in competizione con l’uomo combattendo con le sue stesse armi e sul suo stesso terreno. E magari, in moltissimi casi, riuscendo benissimo nel proprio intento: ma con ciò, paradossalmente, riconfermando la supremazia dei paradigmi maschili in quanto tali. Quanto più schiacciante è stata infatti la vittoria della donna sull’uomo nei campi dell’istruzione, del lavoro, della politica, del potere, dell’economia e del sesso, proprio perché ottenuta grazie all’uso acritico e indiscriminato dei paradigmi maschili, tanto più perdenti ne sono risultati quelli femminili.
In psicodinamica questo processo è molto ben conosciuto: viene chiamato “Identificazione con l’aggressore”, e sospettiamo che tragga la sua logica all’interno di una valutazione psico-economica tutto sommato corretta, anche se perversa. Il meccanismo infatti è difensivo sul piano energetico, perché anziché spingere la vittima a spendere le proprie risorse in una lotta dall’esito incerto contro il proprio aguzzino (percepito comunque, dal proprio stato di asservimento protratto, come Grande e Potente), favorisce invece una identificazione con lo stesso, con ciò evitando lo scontro diretto. Se guerra ci sarà, sarà condotta allora con le stesse armi, all’interno degli stessi parametri di valutazione, in ossequio degli stessi principi ma, in definitiva, senza osare contrapporsi allo spirito che anima il proprio nemico. Con ciò scongiurando i pericoli – soprattutto emotivi - di una più autentica e profonda contrapposizione.
Anche in criminologia, oltre che nella pratica clinica, questo meccanismo è ben conosciuto, ma della sua operatività nel tessuto storico sociale della nostra epoca nessuno ha mostrato di accorgersi. Almeno fino a qualche decennio fa, quando Vandana Shiva, direttrice della Research Foundation for Science and Technology and Natural Resource Policy, attuale leder del movimento femminile indiano e una tra le personalità più in vista del movimento ecologico internazionale, denunciò con una lucidità di pensiero senza precedenti tutte le ingenuità e gli errori del movimento femminista occidentale.
Secondo Schiva le crisi prodottesi in questi ultimi decenni, e quelle che presto seguiranno, non potranno mai essere risolte all’interno di quello stesso paradigma che le ha generate. La loro unica soluzione sta nelle categorie di percezione, pensiero e azione proprie del Femminile. “Il potenziale rivoluzionario e liberatorio del recupero del principio femminile sta nella capacità di quest’ultimo di sfidare concetti, categorie e processi che hanno causato la minaccia della vita, fornendo categorie antagoniste…”
In pratica tutto il contrario di quello che è accaduto fino ad ora… almeno in occidente. Lentamente, ma progressivamente, la donna è andata infatti maschilizzandosi accogliendo la sfida dell’uomo ad affermarsi usando i principi, i valori e le regole di gioco proprie di quest’ultimo. La giustificazione dialettica dell’imbroglio le è stata servita su un piatto d’argento: in un tessuto sociale dominato dalle leggi maschili, se si vuol emergere occorre emulare il proprio avversario e, se possibile, superarlo in spietatezza.
Era esattamente quello che non doveva accadere. La speranza – come ho già detto - era che le più forti e dotate personalità del mondo femminile emergente riuscissero finalmente ad affermarsi all’interno dell’incartapecorito mondo maschile, proponendo al mondo una visione alternativa della realtà e della vita. Alternativa, cioè Altra, proprio perché radicalmente diversa.
E invece, le donne in politica si sono dimostrate ben più assetate di potere dei loro colleghi maschi, le donne manager ben più fredde, calcolatrici e spietate; quelle approdate a ruoli di controllo (poliziotti, vigili urbani, funzionari di stato) ben più severe e rigide; e infine quelle assurte alla celebrità (attrici, cantanti, presentatrici e vallette varie) ben più ciniche, sfrontate e sguaiate. Il culto della personalità, che domina la scena culturale di questo nostro decadente momento storico, giustifica ogni aberrazione.
Straordinaria – a questo proposito – la sconsolata testimonianza che uno dei più acuti osservatori del nostro tempo ha lasciato su questa spietata guerra dei sessi. Bastano due sole pagine – tra l’altro bellissime - a Tiziano Terzani per testimoniare come: “Tutto quello che la mia generazione considerava “femminile” è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.”
Solo che, mi permetto di far notare, quello che la “sua generazione” considerava femminile, non era affatto relativo e culturale (come si potrebbe essere tentati di ritenere), bensì qualcosa che ancora, all’epoca della sua generazione, era radicato nel tessuto vivente dell’Archetipo del Femminile, e perciò - in quanto tale - trans-personale e trans-culturale. E se la globalizzazione, con l’immiserimento culturale di cui è promotrice, riuscirà nell’intento di obnubilare la memoria della donna moderna e a separarla per sempre dalle sue radici (ammesso che tale operazione possa davvero riuscire), il prezzo che tutti noi pagheremo sarà salatissimo.
Se ne mostra consapevole un’altra giornalista, Ariel Levy, newyorchese, che nel suo più recente libro-inchiesta oltre a domandarsi: “Perché siamo preda di una specie di mistica maschile, convinte che essere mascoline sia una vera avventura, e che la cosa migliore a cui una donna può aspirare è essere arrapante?”, denuncia poi lo stato di “scollamento” di sé (schizoidismo) e atrofia emotiva in cui a ben vedere si trovano la maggior parte delle giovani donne da lei incontrate e intervistate. Donne giovani, belle, apparentemente libere, moderne, spregiudicate e sorridenti… ma che nascondono sotto questa maschera accattivante una desolazione senza precedenti. Perché il rovescio della medaglia dell’affermazione di sé usando qualità maschili è quello di raggiungere lo stesso grado di affermazione esaltando le proprie potenzialità estetiche. In apparenza questa potrebbe sembrare una modalità femminile… e invece, ancora una volta, si tratta di servile accondiscendenza alle aspettative immaginifiche e stereotipate del maschile.
Siamo lontani anni luce dal riconoscimento del significato profondo del valore della Bellezza e dalla capacità di offrirla in dono all’uomo che mostrasse di meritarla.
Oggi la bellezza femminile, disgiunta da qualunque corrispondenza interiore, è perseguita invece come un ideale fine a se stesso, con qualunque mezzo e a qualunque prezzo (diete, digiuni, turni massacranti di palestra, massaggi, chirurgia plastica), per essere poi usata come merce di scambio per la notorietà, la ricchezza o il potere.
I programmi televisivi e i rotocalchi sono strapieni di ragazzine più o meno prive di scrupoli - “veline”, “letterine”, “postine” e vallette varie - che si contendono gli spettacoli più importanti e la prima pagina dei giornali a forza di comportamenti tresch, abiti succinti e calendari dove posano nude. Poco più che adolescenti, spesso di una stupidità imbarazzante, ma a cui vengono aperte le porte di importanti rubriche e fatte parlare come se il loro pensiero (e non invece le loro tette) potesse davvero essere interessante.
“ Come è possibile – si chiede Pinco Palla nel suo recente libro: Ancora dalla parte delle bambine – che la massima aspirazione delle figlie di donne che si sono battute per tutta la vita per i diritti femminili, sia solo quella di mostrare il culo in una qualunque trasmissione televisiva?”
E’possibile perché le loro madri hanno combattuto una battaglia sbagliata. Perché quelle madri non seppero comprendere la profonda diversità ontologica del genere femminile da quello maschile, e la assoluta necessità – per realizzare una autentica armonia sociale – che ognuno dei due generi riuscisse infine a donare all’altro, con fierezza ed orgoglio, ciò di cui è il solo e unico depositario.
E’ avvenuto il contrario: una parte delle donne moderne si sono irrigidite in ruoli maschili. Quelle restanti si sono perdute in un estetismo nauseante all’interno del quale – come se non bastasse – si offrono con una superficialità e una disinvoltura che non appartiene alla loro natura.
Come terapeuta, non so più quante testimonianze mi sono state fatte in tal senso: incontri fugaci, occasionali… sesso spregiudicato e disinvolto… per mostrarsi libere, sicure, moderne… a cui seguivano ore e ore di bagni e docce compulsive, depressione e un’infinità di lacrime amare.
Sex and the city – scrive sempre Ariel Levy - ne ha fatti di danni…
Ma come è potuto accadere tutto questo?
Cosa ci è successo a tutti quanti?
Eppure… cultura ne avevamo. Guardo trasognato la mia libreria e riconosco i libri – e nei libri i pensieri – che soltanto pochi anni fa credevo potessero contagiare il mondo:
“I misteri della donna” e “La strada della donna” entrambi di Esther Harding, una delle più creative allieve di Jung. “La psicologia della donna” di Helene Deutsch. “Animus e Anima” di Marie Louise Von Franze. E poi i recentissimi “La donna ferita” e “La via al matrimonio” di Linda Leonard. “Amo a te” di Luce Irigaray. “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. Insomma: una molteplicità di riflessioni e approfondimenti sulle radici ultime del Femminile indagato al di là di qualunque particolarismo storico, culturale o religioso, oltre ogni limite individuale, per consentire poi, ad ogni singola donna, di scoprire, se non addirittura inventare, la forma unica e originale con la quale manifestarLo e manifestarsi nel mondo.
E che dire poi delle straordinarie, archetipiche figure di donne emergenti dalle pagine dei numerosi romanzi di Isabel Allende, Gioconda Belli, Carmen Martin Gaite, Karen Blixen, Erica Jong, Fatima Mernissi, Kuki Gallemann,
Ma se è vero che il nostro mondo è ammalato, se è vero che la nostra epoca sta decedendo, forse una delle principali responsabilità risiede appunto nella cerebralità del pensiero moderno. Di fatto il nostro pensiero è diventato astratto, si è come scollegato dal sentimento e dalla volontà cui una volta era in un certo qual modo congiunto, con ciò risultando poi del tutto impotente a trasformare il mondo pur sulla base di una accurata cognizione dello stato delle cose.
Non credo sia la consapevolezza a mancare. Essa appare e scompare, anche se più o meno diafana, nella coscienza della maggior parte degli uomini e delle donne moderne.
Quello che manca è il coraggio di viverla.
Ed è quantomeno sorprendente, allora, rintracciare manifestazioni naturali di coerenza archetipale presso la maggior parte di quelle civiltà che noi occidentali, dall’alto della nostra arrogante prosopopea, ci ostiniamo invece definire “primitive”.
L’Africa, in tal senso, è un vero e proprio deposito vivente di simboli ed archetipi che, in un qualche modo, hanno come resistito all’attacco sterminatore della cultura occidentale. Difficile dire per quanto tempo ancora le sue popolazioni riusciranno a conservare inalterate le proprie tradizioni, i propri culti e misteri. Forse è solo questione di pochissimo.
Fatto sta che presso la maggior parte di queste popolazioni è ancora possibile osservare e quasi “toccare con mano” la funzione archetipica svolta dalla donna in seno alla società. Basta allontanarsi dalle capitali e dalle grandi città (dove tutto è andato perduto)… immergersi con discrezione nella vita vissuta dei più anonimi villaggi… anche per breve tempo… e agli occhi di chi vuole e sa vedere appariranno allora aspetti a dir poco sorprendenti.
È quello che sperimentai, solo alcuni anni or sono, in territorio senegalese: il ruolo centrale della donna nel pur delicato equilibrio della società nella quale è inserita. Anch’essa, come la donna occidentale, lavoratrice instancabile ma, a differenza di quest’ultima, solo dedita a quelle fatiche quotidiane che da tempo immemorabile la individuano: la cura della Terra, la preparazione del cibo, l’allevamento dei figli, la pratica della magia e la produzione artistica. Oh… so bene che queste delimitazioni, osservate nell’ottica della donna moderna occidentale, abituata a percepirsi senza più limite alcuno, potrebbero essere interpretate come la riprova dell’ancora attuale emarginazione e sfruttamento della donna africana. Ma posso assicurare che così non è, perché il riconoscimento delle differenze (fisiche, psicologiche e spirituali) tra uomo e donna, e la divisione degli ambiti di occupazione che ne può scaturire, non ha mai rappresentato il vero problema, mentre lo è l’atteggiamento interiore con cui tali differenze sono state elaborate e con cui alla fine sono vissute. In Africa c’è un che di nobile, una sorta di consapevolezza aristocratica in ogni donna che, a seno scoperto, allatta il proprio figlio, in ogni luogo e in qualunque occasione. E ogni madre, in Africa, è tenuta in sommo rispetto dagli uomini tutti, che in lei avvertono, sentono e percepiscono ancora con forza la presenza della Natura, delle forze viventi della Dea Madre Universale.
Forse perciò non a caso così recita la bella poesia di Leopold Sedar Senghor, nella quale la donna, la terra e la natura si sovrappongono e si confondono fino a poter essere scambiate l’una con le altre:
Femmina nuda, femmina nera
Vestita del tuo colore, che è la vita
Della tua forma che è la bellezza.
Io sono cresciuto alla tua ombra;
la dolcezza delle tue mani ha benedetto i miei occhi.
Ed ecco che nel picco dell’Estate e del Mezzogiorno
Io ti scopro,
terra promessa,
dall’alto di un alto colle calcinato,
e la tua bellezza mi trafigge il cuore
come il grido di un’aquila.
(traduzione dell’autore)
Ma ancor più sorprendente, in Mali, fu la scoperta della “Casa delle regole”, istituzione ancora attiva presso quasi tutti i villaggi della oramai ben conosciuta Falesia Dogon.
Su questo popolo – i Dogon, o anche i Figli delle stelle, come loro stessi amano definirsi, per via della presunta origine dei loro Dei da uno dei corpi celesti della “cintura di Orione” (Sirio B), scoperto solo di recente – è stato detto e scritto di tutto. Non avrebbe perciò senso riassumere e impoverire ciò che M.Griaule ha così magistralmente descritto nel suo celeberrimo: “Dio d’acqua”. Né tanto meno avrebbe senso tornare a descrivere la consapevolezza di sé, la fierezza e la spregiudicatezza espresse dalle donne dogon, raccontata con altrettanta perizia dal nostro Vittorio Franchini nel suo saggio: Mali – viaggio tra i Dogon, edito dalla Polaris.
Potrebbe invece valere la pena, ai fini di questo articolo, soffermarsi sul fatto che all’interno della cultura dogon sia conservata ancora perfettamente attiva l’usanza della Casa delle Regole o, per capirci meglio, la Casa delle Donne Mestruate.
Ricordo, quando arrivai a Sanga, uno dei villaggi della falesia, e mi venne indicata la collocazione della casa, ebbi quasi una folgorazione: i miei occhi potevano ora contemplare la sopravvivenza di quella dimensione simbolica, ma nello stesso tempo reale, del Femminile di cui avevo tanto studiato da giovane nei testi di E.Harding. Qui, tra i Dogon – come d’altronde presso alcuni altri popoli africani – le donne, come accadeva nella notte dei tempi, durante il periodo delle mestruazioni abbandonano la famiglia e qualunque altra loro occupazione per ritirarsi in una dimora apposita e qui soggiornare, accudite e “coccolate” dalle proprie compagne.
Questo perché, in ossequio alla propria tradizione cosmogonica, gli uomini ritengono “impure” le donne durante questo periodo e tabù anche soltanto sfiorarle. Di fatto nessun uomo può avvicinarsi alla casa, all’interno della quale – per quanto è dato loro capire e al di là di una blanda svalutazione derisoria, tipica del Maschile - .si celebrano i Misteri del Femminile, legati alla conoscenza del sangue, della vita e della morte.
Posso immaginare quanto questa consuetudine tribale possa stupire, se non addirittura irritare, una donna moderna ed evoluta che sia completamente digiuna delle radici simboliche di questa pratica. Come facilmente la possa scambiare per una segregazione offensiva ed umiliante in ottemperanza a stupidi precetti igienici maschili.
E invece, niente di tutto questo. Perché la pratica dell’allontanamento della donna dal consesso sociale durante il periodo delle mestruazioni – pratica che in passato era diffusa quasi ovunque – affonda le sue radici in un doppio ordine di fattori: uno simbolico e l’altro biologico.
Sul piano simbolico la donna una volta intuiva, avvertiva, percepiva, sentiva e dunque viveva la relazione che un tempo l’aveva collegata con la Luna e le sue fasi. Si sentiva in relazione con le forze germinatici e lussureggianti dell’astro argentato e partecipava perciò sentitamente al periodico lutto rappresentato dal flusso mestruale. Se ogni fecondazione era vissuta infatti come la ri-creazione di un nuovo, piccolo universo, il sangue mestruale rappresentava allora il fallimento di quella possibilità. Una sorta di collasso cosmico interno, periodico, ma non per questo meno doloroso. Era come se delle possibilità fossero andate deluse. L’occasione di una nuova vita fosse andata perduta. E le forze vitali, che avrebbero potuto e dovuto plasmare il “nuovo mondo” fino a dargli una sembianza umana individuale, fossero allora implose, destrutturandosi e contagiando in tal modo qualunque altro campo di forze con cui fossero venute a contatto. Insomma, sarebbe come se la ciclica caotizzazione interna del corpo femminile avesse il potere di caotizzare, attraverso il contatto, il mondo circostante.
Già immagino i sorrisini scettici…. o le accuse di ingenuità e di stupida superstizione che una tale credenza è in grado di promuovere tra tutti noi, smaliziati uomini e donne dell’epoca dei lumi. Immagino lo scetticismo con cui oggi verrebbero accolte testimonianze come quelle che io stesso ho ricevuto, da donne moderne, che raccontano di non poter curare le proprie piante durante il periodo mestruale… pena la salute delle piante stesse.
Lo immagino, perché qualunque cosa oggi pretenda di essere considerato vero e reale, deve poter essere sempre verificabile e soprattutto misurabile. È difficile comprendere che quello che è vero e reale, in questi casi, è il sentimento di disgregazione interiore o, se vogliamo, di lutto che le donne più sensibili possono ancora avvertire, e che ha una sua precisa collocazione all’interno dell’Archetipo del Femminile.
Questa considerazione ci porta al secondo punto: alla consapevolezza intuitiva, nella donna antica, della tempesta ormonale di cui il ciclo mestruale è promotore. E qui, finalmente, la scienza moderna concorda: durante la mestruazione nel corpo della donna si verifica una effettiva modificazione dei valori ormonali e metabolici. E siccome l’anima si esprime, si manifesta e vive nel corpo, consequenziali sono gli sbalzi d’umore: improvvisi, irrazionali, più o meno violenti.
Consequenziali, dicevamo, ma non per questo comprensibili… soprattutto da parte degli uomini.
Straordinaria, allora, l’usanza antica della donna di emarginarsi in un luogo – la Casa delle Regole - dedicato a questi momenti particolari della sua vita: per ritirarsi dalle incombenze quotidiane, spesso assai gravose, e nascondersi nella propria intimità. Per riposare. Morire e rinascere. Piangere e poi ridere subito dopo, accompagnata dalla presenza solerte delle altre che, come lei, sanno…
Noi chiamiamo “primitive” queste culture.
Ma io ripenso a quante donne ho ascoltato, in tutti questi anni, confidarmi con imbarazzo le pene vissute in “quei” giorni: per la perdita di controllo emotivo, per dei gesti inconsulti e ai loro stessi occhi inspiegabili, per i malesseri e i dolori a cui andavano incontro e – soprattutto – per la difficoltà insuperabile di sentirsi comprese e rassicurate. Penso alle amenorree e alle dismenorree feroci, devastanti, delle “donne in carriera” che non possono concedersi un solo giorno di riposo per non dare soddisfazione ai loro rivali maschi. Penso alla difficoltà quasi sempre insuperabile che incontro quando mi sforzo di far prendere coscienza a queste donne delle sacrosanti ragioni delle proteste del loro corpo; o dei validi motivi che avrebbero per esigere – esigere! Avete letto bene – che il “diritto del lavoro” riconoscesse questa componente fondamentale della loro natura. Almeno come la maternità, o l’allattamento, per i quali sempre troppo pochi giorni vengono riconosciuti.
Penso a tutto questo… e mi chiedo: sono davvero loro i primitivi? Sono primitive queste donne africane che ogni mese, ciclicamente, celebrano la propria femminilità? Che se ne vanno in giro ovunque, con i bambini sulle spalle, e la cui fierezza traspare ad ogni gesto, ad ogni sguardo, ad ogni sorriso? Sono loro i primitivi… o siamo noi?
Piero Priorini
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Posted on 2008 under Gravidanza, Parto, Psicologia |
11
Giu
Come ho detto nel precedente articolo, in questa tecnica la mente rimane vigile ed attenta. Questa condizione è fondamentale, perché altrimenti, se la mente si addormenta, cade nel sonno incosciente.
Sicuramente avete sperimentato di persona che non è facile tenere la mente concentrata ed attenta per troppi minuti, in genere essa tende a sfuggirci e a volare con la fantasia su questo o quell’altro pensiero.
Ancora una volta ci viene in aiuto la costanza e la pratica: più ci esercitiamo più sarà facile osservare il flusso delle immagini senza perdere il loro controllo, che significherebbe sprofondare nel sonno incosciente.
Come ho già espresso l’importante è restare vigili, cercando di essere degli osservatori attenti alle nostre fantasie e dei nostri pensieri.
Il training autogeno offre una valida alternativa per eliminare gli stati squilibrio psicofisici per mezzo dell’autocontrollo e della forza di volontà.
Chiudete gli occhi e fate dei respiri profondi ed ampi, ascoltate il vostro respiro, sentite l’aria che entra ed esce dal vostro corpo e rilassatevi sempre di più.
Sentite a mano a mano che i muscoli del vostro corpo diventano sempre più rilassati, continuate a respirare profondamente e regolarmente.
Mentre il vostro corpo diventa sempre più rilassato, iniziate a concentrare il vostro pensiero ad un immagine – un ricordo a voi molto piacevole molto rilassante.
Continuate a mantenere il vostro respiro profondo e regolare e la vostra mente totalmente concentrata su un immagine, un ricordo.
E’ molto bella piacevole rilassante. Il vostro respiro è calmo e regolare e la vostra mente è totalmente concentrata su questa immagine.
Una piacevole sensazione di tranquillità invade il vostro corpo e la vostra mente.
Questo allenamento va effettuato almeno due volte al giorno, per far sì che quando dovrete realizzarlo durante il travaglio il vostro livello di auto concentrazione sarà ottimale.
Molto importante è scegliere una immagine a cui voi siete molto legati e sviluppate tutto il vostro allenamento sempre sulla stessa immagine, elemento importante poiché producendo questo tipo di allenamento per alcune settimane precedenti il parto sarete opportunamente allenate ed mentalmente pronte a gestire la tensione che la paura vi produce.
Buon allenamento.
Dott. Maria Bernabeo
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Posted on 2008 under Parto, Psicologia |
9
Giu
Divenire madre è uno degli eventi a cui ogni bambina, ogni adolescente e ogni donna vive come l’identificazione con la propria madre.
Sono passati decenni quando le nonne raccontavano questo evento alle loro figlie e alle nipoti, come qualcosa di brutale e tragico da cui non ci si può esimere : “Soffrirai con dolori insopportabili che ti faranno fare e dire cose al di fuori della tua volontà, dopo che sarà nato tutto verrà dimenticato”.
Durante i miei corsi di psicoprofilassi al parto ho sempre cercato di ridefinire questo arcaico messaggio ancora molto presente nella nostra cultura.
Cosa avviene durante il travaglio da parto? Fisicamente si ha la contrazione ritmica del muscolo uterino che con la pressione della testa del feto assume un diametro che deve favorire il passaggio fetale, questo meccanismo produce un accumulo di acido lattico che dà al cervello lo stimolo della sensazione del dolore.
In natura il cane, il gatto per partorire i propri cuccioli hanno il nostro stesso sistema, essendo mammiferi, ma a differenza dell’umano mantengono un comportamento più idoneo. Perché?In loro non subentra la parte emotiva “ la paura”.
La maggior parte delle donne quando inizia il travaglio si fa vincere dalla paura, ogni contrazione è accompagnata da irrigidimento come se la si volesse mandare indietro per non sentirla, questa cattiva sinergia produce un acutizzazione della percezione del dolore ed un rallentamento della fase di dilatazione.
La prima cosa da sapere, è, mantenendo un adeguato controllo durante il travaglio da parto, si ottiene un duplice scopo:
- rendere il travaglio più veloce;
- aiutare nostro figlio a nascere con meno fatica e complicazioni.
Come possiamo riuscirci? Producendo un buon autocontrollo.
Bisogna non dimenticare che il nostro cervello riesce ad interagire con tutti i sistemi del nostro corpo, se tramite esso, riusciamo a controllare la paura la soglia del dolore percepito sarà quello reale e quindi gestibile.
Tutto ciò si rende possibile attraverso l’apprendimento della tecnica del Training autogeno con il quale si controlla il meccanismo che regola l’alternanza tra tensione e distensione.
Il modo in cui si produce suddetto meccanismo è la suggestione, sotto la suggestione vengono modificate le nostre percezioni e le funzioni fisiologiche: ci può capitare, se aspettiamo una telefonata importante, di immaginarci che il telefono suoni e intanto, il cuore batte più forte.
La suggestione utilizzata in un corso di psicoprofilassi è terapeutica poiché tramite essa deviamo la paura collegata al travaglio ad un immagine ricordo a noi piacevole.
Nel preparare le future mamme al travaglio, bisogna insegnar loro il meccanismo per cui una suggestione proveniente dall’esterno diventa autosuggestione.
Il corretto apprendimento della tecnica di auto rilassamento e rivolgendo la nostra suggestione ad immagini piacevoli e rilassanti riusciamo ad ottenere un corretto rapporto contrazione – dolore.
Quanto detto, si ottiene attraverso un allenamento costante; per ottenere un corretto comportamento durante il travaglio è importante iniziare questa autoeducazione dal settimo mese di gestazione fino al parto, una madre comportandosi in maniera matura durante il travaglio depone il primo mattone di amore responsabile verso colui che dal momento del concepimento è vissuto grazie a lei; loro nascendo vivono la loro prima vera difficoltà, facciamo che sia soltanto quella prodotta dalla natura, non aumentiamo il loro disagio grazie al nostro egoismo.
Dott. BERNABEO Maria
Posted on 2008 under Donna e mamma, Gravidanza |
6
Giu
La colorazione e la decolorazione dei capelli sono trattamenti che riguardano il fusto, ovvero la parte del capello che emerge dal cuoio capelluto.
Tuttavia, le sostanze impiegate possono, anche se in minima parte, penetrare nell’organismo ed essere assorbite attraverso i vasi sanguigni che arrivano al cuoio capelluto.
Per questo motivo, tingersi i capelli sarebbe un trattamento da evitare del tutto durante la gravidanza in quanto c’è il rischio che alcuni elementi chimici che si trovano nelle tinture siano dannosi per la formazione dell’embrione.
Il primo trimestre, è il periodo più importante e delicato per lo sviluppo del bambino, perché è proprio in questi primi tre mesi che avviene l’organogenesi.
Se però ritenete che la convivenza con qualche capello bianco o con un’antiestetica ricrescita sia intollerabile, tingersi i capelli dopo il terzo è sicuramente meno pericoloso rispetto al primo trimestre, ma è assolutamente consigliato usare tinte senza ammoniaca (elemento chimico che permette al capello di aprire le cuticole per far penetrare il pigmento colorante) e senza resorcina (elemento chimico che serve per la preparazione dei coloranti).
Queste sostanze infatti sono in grado di attraversare la barriera placentare e vengono quindi assorbite dal feto: seppur in dosi minime, potrebbero essere nocive.
Meglio dunque optare per le tinture a base vegetale o per l’henne.
Quest’ultimo non ha una copertura totale della colorazione del capello e ha una durata monitore delle altre tinte; tuttavia ha il grosso vantaggio di essere un colorante del tutto naturale ed è quindi sicuramente meno tossico di qualsiasi altra cosa.
In alternativa, per confondere gli antiestetici capelli bianchi, potete ricorrere alle meches: il decolorante che viene utilizzato, a patto che non venga a contatto con il cuoio capelluto, non comporta alcun pericolo né per la futura mamma né per il feto.
Durante l’allattamento, occorre tenere presente che tutto ciò che è assorbito dall’organismo della madre viene trasmesso al bambino attraverso il latte materno.
Quindi, anche in questo caso, sarebbe meglio evitare le colorazioni ai capelli.
Tuttavia, se proprio è indispensabile, dovete seguire le stesse regole che abbiamo detto riguardo le tinture in gravidanza.
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Posted on 2008 under Educazione, Psicologia |
4
Giu
James Hillman, forse uno dei più illuminati psicoterapeuti della nostra epoca, giunto oramai alla soglia della saggezza, scrive:
- Cento anni di psicoanalisi, e il mondo va peggio che mai…
Difficile dire se il grande maestro volesse essere ironico, cinico o soltanto provocatorio… ma, in tutti i casi, come dargli torto? Se devo giudicare da quello che io stesso ho sperimentato durante trent’anni di attività psicoterapica, e da quello che sento, parlando con molti dei colleghi che per lavoro mi capita di incontrare, le cose sono effettivamente molto peggiorate. E non tanto, o non solo, per il degrado culturale che negli ultimi anni è come se avesse ulteriormente ottenebrato la coscienza collettiva, non tanto, o non solo, per la perdita pressoché totale di idee, di valori, di significati e di progetti esistenziali, ma anche e soprattutto per una sorta di indebolimento grave di quella che potrebbe essere definita la struttura di base della personalità dell’uomo moderno occidentale. O anche, se vogliamo cambiare immagine di riferimento, per un indebolimento grave dell’Io, intesso appunto come nucleo centrale della personalità.
Paura, insicurezza, ansie di vario genere e gravità, dipendenze affettive, pessimismo, sfiducia, mancanza di entusiasmi e depressione sembrano dilagare senza trovare ostacoli e, in misura maggiore o minore, interessare la quasi totalità della popolazione. Al punto da creare quasi noncuranza, sulla base di un “mal comune” che essendo sotto gli occhi di tutti non può non determinare una sorta di tacita rassegnazione. Chi ne sfugge non è sempre in virtù di una centralità dell’io armonica e vitale, bensì molto spesso grazie soltanto ad un egocentrismo patologico volto all’affermazione incondizionata di sé: nella professione, nello sport, nel mondo economico, nello spettacolo… perfino nell’amore.
Ma che cosa sta accadendo?
O, meglio, che cosa è accaduto? Che cosa ha trasformato così drasticamente l’essere umano, soprattutto quello moderno-occidentale (non a caso mi ripeto), da renderlo quasi irriconoscibile ai suoi stessi occhi?
Io non sono un sociologo, e la mia esperienza di terapeuta, per quanto vasta la si possa immaginare, non potrebbe mai essere considerata valida al livello statistico… eppure mi permetto di credere che da un certo punto in poi della nostra storia qualcosa di grave abbia compromesso, e continui tutt’ora a compromettere, le primissime fasi del processo evolutivo psicologico dell’uomo contemporaneo. Quelle fasi che vanno dal parto vero e proprio ai primi tre, quattro o cinque anni di vita.
Mi permetto di credere, come sostennero gli anti-psichiatri e molti psicanalisti “eretici” degli anni ’60, che è nella famiglia (intesa sia come istituzione borghese, sia come relazione di fatto tra due persone) che si annida il Male che poi tutti contamina e che si riproduce, propagandosi e ampliandosi, di generazione in generazione.
Ma diversamente da R.D.Laing, J.Cooper, H.S.Sullivan, F.Basaglia e tanti altri, non credo che ciò dipenda dalla visione del mondo più o meno capitalistica, borghese, o religiosa propria di alcune famiglie, così come non credo che - al contrario – tutto ciò possa dipendere da una visione laica, o comunitaria delle stesse. Bensì dall’attuale modo di essere proprio della famiglia moderna: superficiale, scarsamente autentica, distratta da progetti esistenziali superflui e intellettualmente astratta; incapace perciò di percepire e soddisfare i bisogni più profondi e vitali dei propri discendenti.
Come amava ripetere uno dei miei primi maestri: “…la verità è che – come uomini moderni - abbiamo perso l’istinto di essere madri o padri, ma non l’abbiamo ancora sostituito con una conoscenza etica degna di questo nome.”
Questa abissale distanza, empatica e conoscitiva, tra genitori e figli non è visibile: se fosse possibile interrogare tutte le mamme e i padri di questa nostra decadente e corrotta civiltà, credo che tutti, salvo pochissime eccezioni, dipingerebbero se stessi come genitori solerti che hanno amato senza condizioni di sorta i propri figli, sacrificando loro tutto il sacrificabile. Si dipingerebbero come genitori attenti, affettuosi, altruisti, costantemente protesi nel far si che i loro ragazzi potessero realizzarsi nel miglior modo possibile.
E il bello è che, nella maggior parte dei casi, ciò potrebbe benissimo corrispondere a verità.
Ma il fatto è che in questa impresa encomiabile sono mancati loro sia l’istinto, che potesse guidarli a soddisfare i più essenziali bisogni dei propri figli, sia la più elementare consapevolezza.
Si badi bene, il mio non vuole essere un discorso ingenuo: essere genitori è difficile, lo so bene. Forse è il compito più difficile che come uomini ci aspettiamo di assolvere. Di certo è il compito più severo, più articolato e complesso, più faticoso e a volte più doloroso tra quanti possiamo immaginare. Ma è un compito inevitabile, se non vogliamo che l’umanità degeneri o si estingua.
E, se ben svolto, altamente remunerativo.
Proviamo perciò ad entrare più specificatamente nel problema: quello che sospetto è che una vera e propria esperienza di orrore tenda a caratterizzare i primissimi momenti della nostra vita psichica e a condizionarne perciò lo sviluppo ulteriore. Un’esperienza di orrore devastante, perché subita da un soggetto ancora inconscio di sé, non autoreferente e, soprattutto, mancante di quelle funzioni superiori in grado di depotenziarla. Quello che sospetto è che si realizzi un vissuto angoscioso che la maggior parte dei bambini è costretta a subire senza potersene difendere e, soprattutto, senza poterlo comprendere, essendo tale vissuto angoscioso esclusivamente sensoriale, percettivo e non rappresentativo. E, d’altra parte, come potrebbe esserlo? Per almeno dodici o diciotto mesi, subito dopo la nascita, il “cucciolo d’uomo” può essere immaginato come un organismo sensibilissimo, estremamente recettivo, ma non ancora in grado di selezionare, riconoscere, nominare ed elaborare le esperienze che vive. Per un neonato ogni piacere (sia esso endogeno che esogeno) è una sorta di estasi pura nella quale abbandonarsi fiducioso, così come puro e assoluto è ogni dolore. Che se continuativo, e non condiviso o partecipato dall’ambiente umano che il bambino ha intorno, può diventare promotore di orrore…
Ma fin qui non starei proponendo nulla di originale; basti pensare che addirittura in seno alla psicanalisi freudiana delle origini si sviluppò, fin dai primissimi anni, una corrente di pensiero che individuava nel fenomeno stesso del parto la matrice originaria dell’angoscia umana. Una sorta di “angoscia ontologica” inevitabile – perché derivante, appunto, dal così detto trauma della nascita - che in quanto esperienza emotiva arcaica, realizzata in un periodo evolutivo in cui sono ancora assenti le funzioni corticali superiori, si proporrebbe come serbatoio emozionale a cui attingerebbero e a cui rimanderebbero tutti i successivi eventi traumatici della vita di un uomo. Un’angoscia esistenziale fisiologica ed ineliminabile, dunque, se non nelle forme subliminali che tutti ben conosciamo: con la ragione, con l’arte, con la religione o con l’amore…
Fatto sta che appunto da questi convincimenti si svilupparono successivamente le variopinte tecniche di analisi pre-edipiche e, in chiave di profilassi, le varie tecniche di “parto naturale” volte a relativizzare o ad attutire il trauma…
Ma non è questo che io credo. In quanto creature viventi noi nasciamo né più né meno come nascono tutte le altre creature che popolano questo nostro mondo, e che non sembrano conservare tracce indelebili di chissà quale trauma che condizioni poi la loro esistenza; noi nasciamo attraverso una complessità di eventi biologici che sono previsti e regolati geneticamente e verso la quale ci spinge la forza stessa della vita. Noi nasciamo, infine, alla conclusione di un periodo embrionale che sarebbe molto più traumatico (e pericoloso) protrarre anziché terminare.
No! Non è al trauma della nascita che si indirizzano i miei sospetti, bensì al periodo di vita subito successivo alla stessa, quando il nuovo arrivato si trova a dover affrontare qualcosa di cui non ha esperienza e che non è in grado di comprendere. Qualcosa che, se anche andrà a caratterizzare la sua specifica condizione umana, egli dovrebbe tuttavia poter incontrare gradatamente: la separazione dal Tutto, la solitudine e infine la paura della morte.
Ci si potrebbe ingannare credendo che per gli animali sia la stessa cosa. Ma in realtà la loro esperienza è totalmente diversa dalla nostra: prima di tutto perché nessun animale si separa definitivamente dal Tutto all’interno del quale si troverà a nascere, né sarà mai in grado di maturare la consapevolezza del proprio esistere solitario e del proprio futuro morire. In secondo luogo le leggi che regolano la sua nascita e il suo successivo sviluppo (almeno in natura) sono ferree e obbligano la sua specie all’interno di comportamenti rigorosi e precisi, supervisionati dall’istinto.
Sarebbe difficile immaginare una femmina di cane, di tigre, di gorilla o di elefante, ritardare l’allattamento dei propri cuccioli perché distratta da urgenti compiti lavorativi o dalle chiacchiere con altre madri. Sarebbe improbabile che un qualche saggio “re della foresta”, in base ai propri studi, potesse arrivare a modificare i ritmi naturali codificando l’ora giusta per la poppata, quella per le leccate e quella per il gioco.
Ma tra noi, umani occidentali, questo è esattamente ciò che accade.
In uno dei più interessanti testi che mi ritrovai a studiare alcuni anni or sono, il suo autore – Jean Liedloff - riporta come eloquente esempio del tradimento originario che tutti, chi più chi meno, abbiamo subito una ipotetica scena:
“Una giovane donna, appena uscita dal reparto maternità dove ha partorito il proprio bambino, arriva finalmente a casa. Per un po’ si dedica a lui, lo tiene in braccio e sente di amarlo con una tenerezza mai provata. Tanto è vero che sulle prime le riesce difficile metterlo a letto dopo averlo allattato, soprattutto perché il bambino piange disperatamente non appena lei ci prova. Ma è convinta di doverlo fare, perché sia il pediatra che sua madre le hanno detto (e loro lo sanno con certezza) che se cede adesso, il bambino crescerà viziato e le causerà dei problemi. Esita, il suo cuore è proteso verso il figlio, ma poi resiste e continua con le sue faccende. Lo ha appena lavato, cambiato e allattato. È certa che in realtà non ha bisogno di niente.”
La mostruosità che Liedloff ci indica è il modo con cui tutti usiamo la nostra realtà relativa e astratta come arma per torturare inconsapevolmente i nostri figli. Vediamo infatti, nell’ipotetico esempio su riportato, una madre che non sa riconoscere il profondo bisogno di contatto, di carezze e di rassicurazione del proprio figlio. E non sa farlo perché molto probabilmente lei stessa, quando era bambina, ha dovuto soffocare quegli identici desideri e bisogni, arrivando così a compromettere l’autonomia del proprio Sé, che su tali impulsi naturali si fonda. Ma la mancanza di sicurezza e autonomia in questa madre, che poi tanto ipotetica non è davvero, impediranno il suo accesso ai bisogni del figlio e si porranno come causa della di lui futura mancanza di sicurezza, stabilità e autonomia. In un circolo vizioso destinato – ahinoi – a propagarsi e a moltiplicarsi all’infinito.
Se riuscissimo davvero ad immedesimarci nel vissuto di un piccolo ma sensibilissimo organissimo vivente come quello di un neonato – o se riuscissimo a ricordarci di quello che noi stessi, quando eravamo in quello stadio, presumibilmente abbiamo sperimentato – ci accorgeremmo dell’orrore senza parole generatosi da quel primordiale senso di separazione e solitudine che – a seguire - non poteva non comportare paura, frustrazione, rabbia e, dopo ore e ore di strilla inutili, disperazione, impotenza, sfiducia, apatia.
Oppure ancora paura, frustrazione, rabbia, urla disperate… rinuncia, indifferenza, anestesia.
Chi non riesce a intravedere nella diversità delle due dinamiche appena accennate i prodromi di futuri stati depressivi da una parte, o di futuri stati maniacali, narcisisti o psicopatici dall’altra?
In entrambi i casi, però, la centralità, l’autonomia e l’indipendenza dell’Io sono stati compromessi, a prescindere dalle risorse più o meno creative con cui proverà a reagire ogni singolo individuo.
Insomma… non si può proprio dire che la nostra sia una civiltà “a misura di bambino”.
E posso assicurare i miei lettori che una volta compromessi la centralità e l’equilibrio di un qualunque individuo, per quanti miracoli possa fare una buona psicoterapia, il loro costo – in termini energetici – sarà comunque esorbitante se paragonato a quello, davvero esiguo, con cui il danno potrebbe essere evitato.
E allora veniamo al punto: c’è forse una qualche nuova teoria psico-pedagogica che potremmo provare ad applicare e verificare prima, e a diffondere poi, tra gli strati della popolazione?
Non credo proprio… il danno propagatosi nella nostra civiltà moderna occidentale è presumibilmente troppo esteso e troppo profondo per essere estirpato, e davvero non credo che – a breve distanza di tempo - ci sia spazio per un qualche significativo intervento. La maggior parte degli uomini e delle donne occidentali ha del tutto smarrito la più elementare sensibilità genitoriale ed al suo posto – scusate se mi ripeto - ha coltivato un pensiero astratto, ingenuo e superficiale.
Ma se mi fosse concesso di abbandonarmi a fantasie utopiche e avessi la possibilità di essere ascoltato, allora consiglierei ai giovani uomini e alle giovani donne in procinto di creare una nuova famiglia di prendere l’esempio da tutte quelle popolazioni che la nostra presuntuosa, arrogante, astratta e decadente civiltà occidentale ha osato chiamare primitive. Mi riferisco indifferentemente ai nativi del Perù, della Bolivia, dell’Amazzonia, della Siberia, dell’India, del Messico, del Tibet, dell’Indonesia o dell’Africa tutta. Mi riferisco ad una percentuale altissima di umanità, se paragonata alla nostra, a culture molto diverse e distanti tra loro, ma nelle quali ancora vige la comune usanza per cui un bambino passerà i primi tre anni circa della sua vita sulle spalle della propria madre. E da quella posizione confortante, costantemente nutrito, rassicurato, vezzeggiato e – soprattutto - ascoltato e compreso nei propri bisogni più profondi, imparerà a conoscere se stesso e il mondo che lo circonda.
Una usanza semplicissima, primitiva diremmo noi… ma ricca di implicazioni: perché si pone come la più naturale continuazione della vita intrauterina, lasciando il bambino in contatto diretto con i suoni, gli odori, i sapori e le atmosfere emozionali del corpo materno all’interno del quale il suo organismo si è sviluppato e – dunque - che ben conosce. Perché esalta l’empatia tra madre e figlio che, in questo modo, si sentirà profondamente compreso ed accettato nella propria emergente sovranità individuale. Perché permette al bambino una presa di contatto graduale e circostanziata con la realtà esterna, costantemente ridimensionata nella sua spaventosa alterità dalla presenza rassicurante dell’adulto. E infine perché favorisce la nascita e lo sviluppo graduale di quella voglia di autonomia e di esplorazione del mondo che alla fine lo staccherà senza eccessivi traumi dal corpo materno.
Si può immaginare una qualunque altra prassi psicopedagogia altrettanto sana?
Si può immaginare una qualunque altra usanza educativa contribuire più radicalmente allo sviluppo e al rafforzamento dell’individualità unica e irripetibile dell’uomo?
È ovvio che non sto proponendo una panacea universale; la malattia in quanto tale – e dunque anche la malattia psichica – è un rischio intrinseco alla nostra caduca esistenza. Perciò non credo che la distribuzione statistica di handicap mentali, deficit di varia natura e psicosi più o meno gravi verrebbe modificata. Ma se è vero, come è vero, che l’eziologia della maggior parte delle nevrosi rimanda invece ad eventi e/o – soprattutto – ad atmosfere emotive malsane che il bambino respira in famiglia fin dai suoi primissimi giorni di vita, allora con molta probabilità le si potrebbero veder diminuire fin quasi a scomparire.
Quello che so per certo – per averlo verificato sul campo - è che gli effetti a lunga portata di questo rapporto intimo e continuativo del neonato con la propria madre sono:
a) un maggior senso del valore assoluto della propria identità personale
b) un maggior senso di indipendenza e autonomia
c) una mancanza quasi totale dalle paure e dai sensi di colpa derivanti dalle proprie pulsioni
d) un naturale e spontaneo senso di appartenenza alla famiglia e, più in generale, alla propria comunità, con un consequenziale senso di solidarietà
e) una più naturale e spontanea comunicazione dei propri vissuti emotivi
Per tutto ciò sono portato a credere che le nostre grandi nevrosi - disturbi alimentari, ansie e angosce di varia natura, disturbi sessuali, dipendenze da droga, da alcool o da terze persone, stati depressivi o maniacali, narcisismi, immaturità affettive, e quant’altro - tenderebbero a diminuire; e potrebbero scomparire del tutto se, oltre al ripristino del rapporto intimo tra madre e figli, provassimo a ripulire questa nostra corrotta civiltà dagli stupidi modelli patinati che solo l’interesse economico giustifica e mantiene in vita.
Ma questa sarebbe un’altra storia…
Rimarrebbe invece da chiedersi se questa visione utopica potesse davvero realizzarsi e, in caso affermativo, come sarebbe accolta dagli uomini e – soprattutto - dalle donne di questa nostra civiltà.
Si sentirebbero declassate? Ricacciate indietro nella storia? Misconosciute nel contributo essenziale da loro apportato in questi ultimi anni al mondo del lavoro, della cultura e della politica? Condannate al ruolo di riproduttrici e allevatrici?
Se conosco bene la psicologia della donna moderna occidentale, la risposta è sì!
Oltraggiata, ferita, offesa e sfruttata dal potere imperante di una cultura patriarcale che vanta oramai 2500 anni circa, la donna moderna è troppo arrabbiata, troppo occupata a farsi rispettare e troppo sospettosa per accorgersi che le sue più recenti vittorie sono state solo apparenti e che hanno rinforzato, anziché distruggere, l’odiato regime. Il sospirato e tanto atteso risveglio del potere femminile (evocato da così tanti intellettuali, scienziati e artisti alle soglie degli anni ’50) è in questo momento più lontano che mai, almeno in occidente. Ed esula dalle possibilità di questo breve articolo e dalle mie intenzioni argomentare in proposito.
Ma se a qualcuno piacesse giocare con la fantasia, allora gli consiglierei di chiudere gli occhi e immaginare come potrebbe diventare questo nostro mondo se tutti gli asili nido, all’improvviso, chiudessero i battenti e le nostre donne se ne andassero in giro con i loro bambini sulle spalle…. E tutti noi uomini riservassimo loro non soltanto un rispetto assoluto ma anche condizioni di vita e di lavoro adeguate al loro status occasionale di madri.
(Alcuni anni or sono, in Senegal, in occasione di una festa in piazza, vidi una cantante rock provare per ore con il suo complesso mentre, con disinvoltura, si passava il proprio piccolo dalle spalle al seno e viceversa… nessuno sembrava meravigliarsi della cosa, né tanto meno infastidirsi).
In questi ultimi dieci anni ho viaggiato molto; mi sono allontanato da questa nostra malata civiltà occidentale tutte le volte che ho potuto… e ho curiosato appunto tra le popolazioni cui più sopra ho fatto cenno. Ebbene, posso testimoniare che fin dai primissimi miei viaggi, al di là dei paesaggi naturali, delle atmosfere, dei costumi e delle usanze, quello che sempre mi ha sorpreso è la relazione forte, viva ed intensa tra il mondo dei bambini e quello degli adulti: non ho mai visto un bambino africano, lappone, peruviano, o indiano piangere senza un vero motivo; non ho mai visto un bambino tibetano o nepalese fare i capricci; non ho mai visto un indio adulto arrabbiarsi, né tanto meno picchiare il proprio figlio; non ho mai visto un tuareg ignorare, svalutare o ironizzare le richieste del proprio piccolo.
Il rispetto e la serietà con cui i bisogni dei bambini vengono accolti mi ha sempre provocato un contrastante insieme di sgomento, di stupore e di gioia pura.
Vorrei essere stato allevato così… e così vorrei aver allevato i miei figli.
Ma così non è stato… e quali che siano l’equilibrio e la maturità cui sono pervenuto, posso dire di averli pagati un prezzo non indifferente.
Forse sarà per questo… ma mi piacerebbe che questa meravigliosa, primitiva, usanza potesse un giorno essere ripresa e trasformata in una moderna realtà. Sono davvero convinto che, già da sola, potrebbe almeno parzialmente sanare la nostra umanità. Ne sono convinto al punto che se dovessi sostenere in un contraddittorio questa mia utopica visione, non sceglierei chissà quali arguti argomenti, ma sfiderei i miei avversari sul campo, e direi loro: “Andiamo insieme in un qualche lontano e primitivo paese del terzo mondo, tra bambini scalzi e magri, che giocano tra i rifiuti e che magari muoiono di fame… e guardiamo in profondità nei loro occhi. Troveremmo una pace insospettata. La risposta a molti dei nostri laceranti problemi si trova nelle forze d’amore che l’hanno generata.”
Piero Priorini