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Un recente studio realizzato in Bangladesh ha dimostrato che vaccinare contro l’influenza una donna incinta al terzo trimestre di gravidanza può aiutare a proteggere da infezioni potenzialmente mortali sia la madre che il bambino fino ai 5 mesi successivi al parto.

Lo studio, sembra dunque appurare la validità di una raccomandazione statunitense di vecchia data secondo la quale le donne in gravidanza dovrebbero vaccinarsi contro l’influenza, mentre invece è meglio non vaccinare i bambini più piccoli di sei mesi.

Da dati sperimentali risulta che una sola dose di vaccino contro l’influenza somministrata alla madre, comporta un notevole beneficio sia per la donna stessa che per il feto: così ha scritto lo staff diretto dal Dottor Mark C. Steinhoff, della facoltà della salute pubblica Bloomberg dell’Università Johns Hopkins di Baltimora. Lo studio è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine del 17 settembre; in esso l’equipe di Steinhoff ha evidenziato che l’infezione dovuta al virus influenzale nella madre in gravidanza può comportare gravi rischi sia per lei che per il suo bambino, come ad esempio malformazioni fetali o addirittura la morte. Inoltre, nei più piccini l’influenza può comportare lo sviluppo della polmonite batterica o delle otiti e, fanno notare gli autori, “le morti conseguenti all’influenza durante l’infanzia sono più frequenti tra i bambini minori di sei mesi”.

Il vaccino anti influenzale è raccomandato alle donne incinte e ai bambini di età compresa tra i 6 e i 24 mesi, ma non per quelli più piccoli. E’ noto, tuttavia, che il feto possa acquisire una parziale immunità al virus influenzale a partire dagli anticorpi della madre che passano anche nella circolazione fetale. E dunque, si è ceracto di capire se gli anticorpi stimolati dal vaccino contro l’influenza somministrato alla madre, possano proteggere anche il bebè.

Per verificarlo, lo staff di Steinhoff ha seguito un gruppo di 340 coppie di madri e figli del Bangladesh tra il 2004 e il 2005. La metà di queste donne furono vaccinate contro l’influenza durante il terzo trimestre di gravidanza e l’altra metà contro lo pneumococco (microorganismo responsabile della polmonite). Durante le 24 settimane successive al parto, gli studiosi monitorarono l’incidenza di malattie respiratorie tra madri e bambini. Alla nascita i bambini furono sottoposti alle normali pratiche di profilassi, ma non furono ovviamente vaccinati contro l’influenza.

Si è trovato che, “l’immunità della madre ha ridotto significativamente la percentuale di casi di influenza nei bambini”. In pratica, tra il gruppo trattato con i vaccini, il laboratorio confermò sei casi di influenza, mentre nell’altra metà i casi furono 16. Ciò significa che l’efficacia della somministrazione è stata del 63% durante il primo semestre di vita dei bambini. Si ridussero anche le malattie respiratorie accompagnate da febbre, tanto nelle madri (36%), come nei loro figli (29%). Ciò vuol dire che “cinque donne devono essere vaccinate per prevenire un solo caso di malattia respiratoria nella madre o nel bambino (…) e un po’ meno di 16 per evitare un caso di influenza”.

Si è calcolato che, nonostante le attuali raccomandazioni, sono ancora poche le donne incinte che vengono vaccinate contro l’influenza. Al momento di prendere qualsiasi decisione terapeutica, bisogna infatti considerare che la gravidanza è un momento particolarmente delicato. La mancanza di certezze riguardo a come i farmaci agiscono sul feto, l’appurata vulnerabilità del feto stesso e il timore delle madri di fronte alle possibili conseguenze, limitano le possibilità di trattamento e di prevenzione nelle gestanti. Dunque, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute del 2005, molte donne sono ancora restie a vaccinarsi contro l’influenza.

Lo studio del Dottor Steinhoff, il primo che sia mai stato relizzato su questa tematica, offre quella che si può definire una ”prova evidente del fatto che si debba appoggiare la strategia delle vaccinazioni delle donne in gravidanza per prevenire l’influenza nei bambini piccoli e nelle loro madri”.

Pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine

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Come vi avevamo preannunciato nel post precedente, abbiamo realizzato un’intervista a Vianella Gnan, l’Ostetrica che collabora al nostro Blog (potete trovare il suo profilo nella pagina “I nostri esperti”).
Le domande che le abbiamo rivolto riguardano l’allattamento al seno e si riferiscono in modo particolare all’articolo precedente, “I meccanismi che regolano l’allattamento materno“, che vi consiglio di leggere prima di questo post.

INTERVISTA

1. Ciao Vianella. Sul sito dell’Associazione “Il Nido”, per la quale lavori, c’è scritto che date alle donne Sostegno all’Allattamento
Questo servizio è rivolto alle neo mamme o anche alle donne in gravidanza?

Sì, essendo noi una associazione culturale, le coppie che vengono nella nostra struttura sono socie e questo avviene in modo molto semplice facendo una tesserina che costa loro 50 euro l’anno e permette alla coppia di sostenere l’associazione che altrimenti non sarebbe in essere; in questo modo le coppie hanno un sostegno da parte delle ostetriche due volte al mese, con incontri di libero accesso a donne, coppie, nonni, ecc…
E’ rivolto sia alle mamme che alle donne in gravidanza… in questo spazio c’è sempre un ostetrica che, insieme al gruppo, discute delle problematiche dell’allattamento e anche di gestione del neonato.
E’ un momento di confronto tra mamme/genitori molto utile e costruttivo in questa società sempre più individualista. Poi da questi incontri se le mamme lo desiderano facciamo partire dei veri e propri corsi dopo parto (quest’ultimi sono a pagamento come quelli pre parto)…

2. Esistono conformazioni particolari dei capezzoli che rendono difficile l’allattamento (capezzoli rientranti o particolarmente corti). Dovrebbe essere il ginecologo che segue la donna in gravidanza a notificare il problema e a consigliare i giusti metodi per arginarlo? Quali sono le tue esperienze in merito?

Infatti i capezzoli introflessi o molto piccoli possono dare qualche difficoltà alla suzione, ma questo dipende anche dal bambino e da come si attacca.
Vero è che il ginecologo o l’ostetrica dovrebbero guardare anche le modificazioni del seno in gravidanza, oltre a quelle dell’utero e i chili che si prendono… ma, ahimè, molto pochi lo fanno…
Infatti il capezzolo va preparato in gravidanza per tutte le mamme e, nel caso ci siano dei capezzoli introflessi, vi sono in commercio dei dispositivi che sono stati brevettati dalla lega del latte (ma ora vengono prodotti anche da altri) che, se utilizzati qualche ora al giorno in gravidanza, aiutano la fuoriuscita del capezzolo.
Nella mia esperienza ho visto che preparare il capezzolo con il guanto di crine (che permette alla pelle del capezzolo di fare un pò di callo), l’uso dei dispositivi per fare uscire i capezzoli quando sono rientranti e fare molta attenzione a come si attacca il neonato permettono un buon allattamento.
Noi utilizziamo anche molto le coppette d’argento durante l’allattamento, che permettono alle mamme di avere un po’ di sollievo dopo la poppata; inoltre l’argento ha proprietà batterio statiche con prevenzione della candidosi, molto dolorosa per le mamme in allattamento e spesso non riconosciuta da ginecologi e pediatri (pensa che i pediatri curano il mughetto al neonato e non sanno che va curata anche la mamma se l’allattamento è materno…).

3. E’ vero che solamente una bassissima percentuale di donne presenta problemi legati alla produzione di latte? E come è possibile distinguere questi rari casi dagli altri in cui le cause dello scarso apporto di latte al neonato sono legate ad una gestione errata dell’allattamento?

Verissimo che solo una percentuale bassissima ha veramente ipogalattia funzionale. Normalmente la scarsità di latte è legata ad altri fattori, esempio scarsa informazione sull’allattamento, errata gestione delle poppate, consigli errati da parte di nonne, amiche ed anche pediatri.
Cosa fare??? Bella domanda… alcuni pediatri intelligenti consigliano alle donne di trovare un’ostetrica che le aiuti e le supporti nei primi tempi, in modo da valutare se è vera ipogalattia oppure se era solo mal gestione; ma purtroppo la maggior parte dei pediatri rifila l’artificiale e l’allattamento materno, purchè la mamma non sia molto determinata, è finito.
Il mio lavoro in quanto libera professionista consiste, non solo nel seguire la gravidanza ed il parto, ma anche nel sostegno di tutto il dopo: il nostro profilo professionale universitario, e quello che trovate scritto anche nella legge che ci tutela, dichiara che l’ostetrica è responsabile della salute della mamma e del bambino per quanto riguarda l’accrescimento e l’alimentazione, dalla nascita fino a tutto il primo anno di vita, ma questo lo sanno in poche donne…

4. Abbiamo parlato dei farmaci che servono per inibire la montata lattea: in base alla tua esperienza è possibile che una donna che abbia assunto questi farmaci possa ripristinare la produzione del latte nel caso desiderasse, nei giorni o settimane seguenti, provare ad allattare?

Se proprio una donna deve inibire la produzione di latte può andare su farmaci sicuri, di lungo utilizzo, come il Dostinex o il Parlodel; oppure esistono anche rimedi omeopatici meno dannosi per la nostra salute.
Dopo aver inibito la montata con il Dostinex è possibile ripristinare l’allattamento se si stimola il seno con tiralatte: per una settimana il latte si deve buttare dopodichè l’Istituto Farmacologico di Milano ci dice che si può riprendere l’allattamento in quanto il farmaco non è più in circolo dopo 7 giorni.
Per il Parlodel è diverso perché è un farmaco di vecchia generazione e con somministrazione diversa…..

5. In questo caso ci sono rischi per il neonato?

Domanda da porre all’Istituto farmacologico di Milano…

6. L’assunzione di farmaci per inibire la montata lattea si ripercuote sull’allattamento di eventuali altri figli successivi?

No, nelle successive gravidanze non sussiste nessuna controindicazione all’allattamento (sarebbe carino sapere quale è stata la prima!!!!).

7. Abbiamo parlato del domperidone per aumentare la montata lattea, che ricordiamo essere sconsigliato dalla FDA (Food and Drugs Administration) per i suoi numerosi effetti collaterali. Qual è la tua opinione in merito?

Anche se so che la lega del latte a volte lo consiglia… rimango molto perplessa da questa prescrizione in quanto innanzi tutto è necessario valutare il modo e i tempi di suzione del neonato e a volte è sufficiente far capire alla madre che quel bambino ha bisogno di attaccarsi 15 volte al giorno è non solo 6 o 7 per avere la sua quantità di latte giornaliera; poi, come ti dicevo prima, sono molto piu propensa all’utilizzo di fitoterapici in quanto un farmaco vero per aumentare la produzione di latte NON ESISTE!!! Ma i mammiferi sanno bene cosa brucare quando allattano e anche quelli non vegetariani…

8. Esistono metodi naturali per aumentare la montata lattea? Birra, fieno greco, cardo mariano… si tratta soltanto di luoghi comuni che possono al più avere un effetto placebo o c’è una parte di verità?

Non sono leggende, è vero… però, come tutti i prodotti naturali, non hanno lo stesso effetto su tutte le donne.
Ad esempio la birra, se bevuta in modiche quantità al pasto aumenta la produzione, ma non per tutte le donne va bene: alcune non ne vedono differenza.
Altri rimedi sono tisane con galega… e finocchio, altrimenti sarebbe troppo amara.
Oppure la Loacker fa il Lactogal.
Noi a Bologna abbiamo un’erboristeria vera, la DI LEO, che ci produce il TANTOLAT che non è altro che un concentrato di galega ed altre prodotti natuali… sono molto efficaci…

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IMPORTANZA DEL LATTE MATERNO

Il fatto che l’alimentazione del neonato sia molto importante non è certo una novità.
Pensate alle curve di crescita relative ai primi mesi di vita dei bambini e al loro andamento esponenziale: per garantire i fabbisogni nutrizionali in grado di supportare un simile sviluppo è necessario un alimento davvero speciale!
La natura ha provveduto anche a questo: il latte materno, per la sua composizione, è un alimento unico, inimitabile e completo perché contiene tutti i nutrienti essenziali per la crescita del neonato, fattori di crescita e anticorpi che non si trovano nel latte formulato.
Il latte materno è importante dunque, non solo per il suo potere nutrizionale, ma anche per le sue proprietà terapeutiche: i bambini allattati al seno sviluppano meno malattie perché il latte umano trasferisce al neonato gli anticorpi della madre che li protegge da molte infezioni.
Non è possibile “copiare” il latte materno in quanto la sua formula non è riproducibile: la sua composizione infatti è estremamente variabile e cambia man mano che il bimbo cresce, adattandosi al periodo di allattamento e assecondando le diverse necessità nutritive del piccolo. Non solo: il latte cambia anche nel corso della singola poppata. All’inizio prevalgono gli zuccheri poi nel corso della poppata diventa più ricco di proteine e grassi, che aumentano la sensazione di sazietà.

Vediamo come la natura prepara le donne all’allattamento e dunque al nutrimento della loro specie.

LA MAMMELLA

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La mammella di una donna adulta è costituita da tessuto ghiandolare, tessuto di sostegno (strie di tessuto connettivo) e tessuto adiposo che ne determinano le dimensioni, la forma e la consistenza.

L’areola mammaria è la zona all’apice della mammella; ha una dimensione variabile e il suo colore è più scuro in quanto la sua cute è particolarmente pigmentata.
La superficie dell’areola è ruvida per la presenza di piccole sporgenze sparse in modo irregolare: sono determinate dalle ghiandole sebacee, chiamate anche ghiandole areolari del Morgagni che, con il loro secreto, hanno la funzione di rendere il capezzolo morbido ed elastico.
Ci sono anche altre ghiandole lattifere accessorie, i tubercoli di Montgomery, che aumentano di volume durante la gravidanza e l’allattamento.

Il capezzolo si trova al centro dell’areola dalla quale sporge di alcuni millimetri.

Nella mammella ci sono 20 ghiandole ramificate che, durante la gestazione, si moltiplicano e si sviluppano fino a diventare acini ghiandolari o alveoli, sotto l’azione di alcuni ormoni, quali: il progesterone, l’ormone lattogeno placentare, la prolattina, la gonadotropina placentare e il TSH.
L’insieme degli acini costituiscono i lobuli che, raggruppandosi, formano i lobi separati da tessuto connettivo.

Il latte prodotto dagli acini di ciascun lobulo viene raccolto nel dotto escretore terminale o lobulare il quale confluisce con quelli provenienti da altri lobuli dello stesso lobo, dando origine ai dotti galattofori: nella mammella ci sono 15 – 20 dotti galattofori circondati da tessuto muscolare.
Questi condotti, al livello dell’areola, si espandono e si dilatano a formare i seni lattiferi (galattofori) dove viene immagazzinato il latte: sono larghi 5 – 8 mm e funzionano come piccoli serbatoi di latte.
I seni lattiferi continuano il loro percorso fino ad arrivare ai pori lattiferi, all’apice del capezzoli, che sono le unità funzionali.

MAMMOGENESI

La mammogenesi consiste nello sviluppo e nell’accrescimento delle mammelle.
E’ un processo che ha inizio con la pubertà ed è molto rilevante durante la gravidanza; viene attivato grazie all’azione degli ormoni: gli estrogeni, il progesterone, gli ormoni della crescita (GH o somatotropina), l’ormone lattogeno placentare, i corticoidi e, in modo particolare, la prolattina (l’ormone incaricato della secrezione lattea).

E’ importante sottolineare che la dimensione del seno non ha nulla a che vedere con la produzione del latte: sono le ghiandole mammarie, perfettamente sviluppate anche nel seno di piccole dimensioni, che lo mettono in grado di produrre latte.

Ci sono invece conformazioni particolari dei capezzoli che rendono difficile (ma non impossibile) l’allattamento, come ad esempio i capezzoli rientranti o particolarmente corti.
In realtà queste difficoltà ad allattare, legate ad un non corretto attaccamento del bambino al seno, sono facilmente superabili, ma occorre consultare subito un esperto per ovviare il problema in modo da iniziare il più presto possibile e con il piede giusto l’allattamento.
La figura più adatta e preparata per questo tipo di assistenza è l’ostetrica.
Infatti sono ben pochi i ginecologi e ancora meno i pediatri aventi la formazione, la voglia e la capacità di aiutare e sostenere le donne che allattano.
L’ostetrica invece possiede tutti i requisiti, riconosciuti anche dall’OMS, per farlo e il suo doveroso compito è quello di sostenere le donne in difficoltà controllando la suzione del neonato e trovando insieme alla donna il giusto metodo per quella coppia.

LATTOGENESI o MONTATA LATTEA

E’ il processo di produzione del latte.
E’ la prolattina l’ormone incaricato della secrezione lattea e viene secreto dalle cellule lattotrope che costituiscono circa il 30% delle cellule dell’ipofisi anteriore.

Le donne, fin dalla pubertà, producono prolattina in maniera costante durante la loro vita; tuttavia la produzione della prolattina è a sua volta regolata da un neuro ormone, la dopamina, un fattore inibitore della prolattina che viene prodotto dall’ipotalamo.

Si deve tener presente che durante la gravidanza i livelli di prolattina aumentano, ma la sua azione è inibita anche dagli ormoni placentari; la placenta, infatti, è anche un organo endocrino e produce la gonadotropina corionica umana (HCG), ormone simile all’LH (ormone luteinizzante) che consente il mantenimento del corpo luteo per circa 3 mesi.
Nei mesi successivi la placenta produce, oltre al progesterone e all’estrogeno, altri due ormoni: la relaxina (aumenta la flessibilità delle pelvi e contribuisce alla dilatazione del collo dell’utero durante il parto) e l’ormone lattogeno placentare (contribuisce alla preparazione della ghiandola mammaria alla produzione del latte).

Dopo il parto, terminato il secondamento (espulsione della placenta), i livelli di ormoni placentari diminuiscono e la ghiandola mammaria si “sblocca” iniziando, generalmente 24 – 48 ore dopo il parto, la secrezione del latte.
L’espulsione della placenta è data da un picco di ossitocina che, a sua volta, innesca la produzione di prolattina… Non a caso, nelle donne che partoriscono con il taglio cesareo, la montata arriva un po’ più tardi, proprio perché non hanno avuto il picco di ossitocina… a meno che il chirurgo non sia molto bravo e, invece di staccare la placenta manualmente, si metta a massaggiare l’utero in modo che il secondamento avvenga in modo naturale anche se si tratta di taglio cesareo.

Sono sufficienti quantità di prolattina anche di poco superiori al livello basale per ottenere, in assenza di fattori inibitori come gli ormoni placentari, la piena produzione di latte.
La prolattina presenta un picco poche ore dopo il parto, per poi abbassarsi relativamente e tararsi a un certo livello determinato dalla frequenza ed efficacia con la quale il seno viene drenato del latte: per garantire la secrezione del latte è infatti necessario svuotare completamente e frequentemente le ghiandole mammarie.

Fondamentali sono in questo senso le prime 4-6 settimane di allattamento, che servono a calibrare la produzione di tutto il periodo della lattazione.
Dopo questo primo periodo, il tasso di prolattina cala in modo significativo, mantenendosi però sempre a livelli superiori a quello precedente la gravidanza.
Ciò è sufficiente a mantenere un’adeguata produzione di latte nella donna, purché l’allattamento venga comunque effettuato con la necessaria frequenza e seguendo la richiesta del bambino.

La prolattina viene prodotta a seguito di un riflesso neurormonale che fa si che, ogni volta che il bambino succhia il seno, si innesca un riflesso che arriva all’ipotalamo causando una diminuzione della dopamina (che abbiamo detto essere un fattore inibitore della prolattina); in questo modo si permette un aumento della produzione della prolattina da parte del lobo anteriore dell’ipofisi.
Per questo motivo la lattogenesi è anche una conseguenza dell’attaccamento del neonato al seno materno: tanto più il bimbo succhia, tanto maggiore sarà la quantità di latte prodotta.
E’ giusto dunque che il neonato venga attaccato quanto prima al seno materno per stimolare la produzione di latte, almeno nelle prime due ore dopo il parto o taglio cesareo. Nel caso non fosse possibile, è comunque buona norma stimolare subito il seno con un tiralatte.

La prolattina viene secreta in modo pulsatile secondo un ritmo circadiano (ossia nell’arco delle 24 ore), sincrono con quello dell’LH (l’ormone luteinizzante).
I livelli più alti di prolattina si rilevano durante le ore notturne di sonno, con un picco massimo tra le quattro e le sei del mattino, mentre quelli più bassi si registrano durante il giorno.
Pare che questo aumento notturno della prolattina sia dovuto ad un aumento dell’ampiezza delle pulsazioni piuttosto che ad una loro diversa frequenza.

Molti fattori comunque influenzano tale andamento circadiano dei livelli plasmatici di prolattina: ad esempio l’alimentazione e lo stress.

I neonati, nelle prime 3 – 4 settimane di vita, dovrebbero essere attaccati al seno anche tutte le ore se lo richiedono: questo non è sinonimo di scarsa quantità di latte o latte non buono, come si sente spesso dire.
In realtà ciò è dovuto al fatto che l’organismo materno deve ancora trovare il suo equilibrio in base al fabbisogno del neonato.

Per inibire la montata lattea - Quando la mamma non vuole o non può allattare il bambino, deve assumere farmaci per bloccare la montata lattea. Il principio attivo di questi farmaci è la cabergolina, un agonista dopaminergico (ricordiamo che la dopamina inibisce la prolattina) approvato in Italia per l’inibizione o la soppressione della lattazione fisiologica e per il trattamento dei disturbi dovuti a iperprolattinemia.
La cabergolina viene indicata da diversi studi come efficace al 100% nel blocco della lattazione, qualora venga presa nell’immediato post-partum; la sua efficacia è invece molto ridotta se assunta a molti mesi dal parto allo scopo di interrompere una lattazione già avviata.
Non ci sono invece molte informazioni utili per quelle donne che, avendo assunto questo farmaco, desiderano nei giorni o settimane seguenti provare ad allattare ugualmente e ripristinare la produzione: non si possono infatti quantificare i rischi per il neonato che assumesse latte da una donna che ha assunto il farmaco, né esistono sperimentazioni cliniche che documentino il tasso di successo nei tentativi di rilattazione dopo l’assunzione di cabergolina.
In ogni caso, prima di assumere qualsiasi tipo di farmaco, dovete sempre consultare il vostro medico o la vostra ostetrica di fiducia.

Per incrementare la montata lattea - Qualora in un determinato momento della lattazione la prolattina sia al di sotto del livello basale, è possibile che la donna temporaneamente non produca la quantità adeguata di latte per il suo bambino.
Questo accade, una volta esclusi i casi in cui una semplice correzione dei ritmi o modalità di allattamento è sufficiente a risolvere il problema, in una proporzione stimata intorno allo 0,1 per cento delle nutrici (e quindi piccolissima).
In tali situazioni un aiuto farmacologico, che può anche essere temporaneo, può aiutare.
Il farmaco più noto per favorire indirettamente la lattopoiesi è il domperidone, sostanza utilizzata per le sue proprietà di antiacido (Peridon).
Il domperidone è un antagonista dopaminergico e pertanto agisce indirettamente sulla produzione del latte aumentando la produzione di prolattina.
Tuttavia l’FDA (Food and Drugs Administration) ha raccomandato alle donne che allattano di non utilizzare il domperidone per favorire la lattazione in quanto, in nessun paese, rientra fra le indicazioni autorizzate.
Pare infatti che siano stati segnalati effetti indesiderati cardiaci (aritmie, arresto cardiaco e morte improvvisa) in pazienti trattati con il farmaco per via endovenosa.
Inoltre il domperidone viene escreto nel latte materno: per questo motivo è controindicato nelle donne che allattano, per il pericolo di esporre il neonato a rischi non noti.
E’ comunque sempre opportuno accertarsi che i livelli di prolattina della mamma siano inadeguati, prima di ricorrere all’utilizzo di farmaci.
Produrre il latte, infatti, è una capacità fisiologica normale dell’organismo femminile, e come abbiamo detto solo una bassissima percentuale di donne presenta problemi in questo senso.

Le cause più frequenti di scarso apporto di latte al neonato sono legate ad una gestione errata dell’allattamento: un bambino che poppa poco efficacemente, l’introduzione di giunte e l’uso di biberon e ciucci. Raramente può dipendere da una scarsa produzione di prolattina e, solo in questi casi, l’uso di farmaci per stimolare la produzione può avere buone probabilità di successo.
Ma attenzione: non assumete mai farmaci senza aver prima consultato il vostro medico o la vostra ostetrica di fiducia.
Vi sono poi altri rimedi, non farmacologici, per aumentare la produzione di latte. Dopo aver attaccato al seno il neonato almeno ogni due ore, bevuto almeno tre litri di liquidi al giorno, avere una dieta equilibrata che non escluda nessun alimento, un buon riposo… si possono utilizzare tisane con galega e finocchio; oppure, se non si ha il tempo di preparare queste tisane, in commercio si possono trovare sciroppi erboristici contenenti queste sostanze

LATTOPOIESI

E’ il processo di espulsione del latte.
Come abbiamo detto, ogni volta che il bambino succhia il seno, si viene ad innescare un riflesso neurormonale: questo riflesso, oltre ad arrivare all’ipotalamo causando una diminuzione del fattore inibitore di prolattina, arriva anche all’ipofisi dal cui lobo posteriore viene liberata ossitocina.
Questo ormone, agisce a livello delle fibre muscolari dei condotti galattofori che saranno facilitati ad espellere il latte.

L’ossitocina è responsabile anche delle contrazioni dell’utero (morsi uterini) durante il post parto: queste contrazioni servono per favorire l’involuzione dell’utero che, nell’arco di un mese, tornerà alle dimensioni normali.
Per questo motivo, l’allattamento al seno è importante anche per la neo mamma.
Si tenga presente, inoltre, che gli oncologi ritengono che un ottimo fattore di protezione per il tumore al seno è proprio quello di aver allattato almeno sei mesi nella propria vita.

Su queste tematiche abbiamo fatto alcune domande all’Ostetrica Vianella Gnan (si veda la sezione “I nostri esperti”) e l’intervista verrà riportata nel prossimo post.

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