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Un recente studio realizzato in Bangladesh ha dimostrato che vaccinare contro l’influenza una donna incinta al terzo trimestre di gravidanza può aiutare a proteggere da infezioni potenzialmente mortali sia la madre che il bambino fino ai 5 mesi successivi al parto.

Lo studio, sembra dunque appurare la validità di una raccomandazione statunitense di vecchia data secondo la quale le donne in gravidanza dovrebbero vaccinarsi contro l’influenza, mentre invece è meglio non vaccinare i bambini più piccoli di sei mesi.

Da dati sperimentali risulta che una sola dose di vaccino contro l’influenza somministrata alla madre, comporta un notevole beneficio sia per la donna stessa che per il feto: così ha scritto lo staff diretto dal Dottor Mark C. Steinhoff, della facoltà della salute pubblica Bloomberg dell’Università Johns Hopkins di Baltimora. Lo studio è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine del 17 settembre; in esso l’equipe di Steinhoff ha evidenziato che l’infezione dovuta al virus influenzale nella madre in gravidanza può comportare gravi rischi sia per lei che per il suo bambino, come ad esempio malformazioni fetali o addirittura la morte. Inoltre, nei più piccini l’influenza può comportare lo sviluppo della polmonite batterica o delle otiti e, fanno notare gli autori, “le morti conseguenti all’influenza durante l’infanzia sono più frequenti tra i bambini minori di sei mesi”.

Il vaccino anti influenzale è raccomandato alle donne incinte e ai bambini di età compresa tra i 6 e i 24 mesi, ma non per quelli più piccoli. E’ noto, tuttavia, che il feto possa acquisire una parziale immunità al virus influenzale a partire dagli anticorpi della madre che passano anche nella circolazione fetale. E dunque, si è ceracto di capire se gli anticorpi stimolati dal vaccino contro l’influenza somministrato alla madre, possano proteggere anche il bebè.

Per verificarlo, lo staff di Steinhoff ha seguito un gruppo di 340 coppie di madri e figli del Bangladesh tra il 2004 e il 2005. La metà di queste donne furono vaccinate contro l’influenza durante il terzo trimestre di gravidanza e l’altra metà contro lo pneumococco (microorganismo responsabile della polmonite). Durante le 24 settimane successive al parto, gli studiosi monitorarono l’incidenza di malattie respiratorie tra madri e bambini. Alla nascita i bambini furono sottoposti alle normali pratiche di profilassi, ma non furono ovviamente vaccinati contro l’influenza.

Si è trovato che, “l’immunità della madre ha ridotto significativamente la percentuale di casi di influenza nei bambini”. In pratica, tra il gruppo trattato con i vaccini, il laboratorio confermò sei casi di influenza, mentre nell’altra metà i casi furono 16. Ciò significa che l’efficacia della somministrazione è stata del 63% durante il primo semestre di vita dei bambini. Si ridussero anche le malattie respiratorie accompagnate da febbre, tanto nelle madri (36%), come nei loro figli (29%). Ciò vuol dire che “cinque donne devono essere vaccinate per prevenire un solo caso di malattia respiratoria nella madre o nel bambino (…) e un po’ meno di 16 per evitare un caso di influenza”.

Si è calcolato che, nonostante le attuali raccomandazioni, sono ancora poche le donne incinte che vengono vaccinate contro l’influenza. Al momento di prendere qualsiasi decisione terapeutica, bisogna infatti considerare che la gravidanza è un momento particolarmente delicato. La mancanza di certezze riguardo a come i farmaci agiscono sul feto, l’appurata vulnerabilità del feto stesso e il timore delle madri di fronte alle possibili conseguenze, limitano le possibilità di trattamento e di prevenzione nelle gestanti. Dunque, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute del 2005, molte donne sono ancora restie a vaccinarsi contro l’influenza.

Lo studio del Dottor Steinhoff, il primo che sia mai stato relizzato su questa tematica, offre quella che si può definire una ”prova evidente del fatto che si debba appoggiare la strategia delle vaccinazioni delle donne in gravidanza per prevenire l’influenza nei bambini piccoli e nelle loro madri”.

Pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine

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Ciò che emerge dall’esperienza di Lorella De Luca, mamma di tre bambine è che il rilassamento e la meditazione in gravidanza sono importantissime.
In pratica, con il rilassamento profondo e la meditazione creativa si può modificare in positivo ogni attimo della gravidanza, poiché si raggiunge la consapevolezza di vivere nel “qui e ora” l’esperienza più miracolosa che esista: la creazione di un nuovo essere vivente.

Nel periodo della gravidanza è fondamentale che la donna sia in continuo contatto con la sua coscienza, tramite le onde Theta, per poter così modificare il suo stato d’animo affinché le crei benessere e non ansia e agitazione o paure infondate.
I semi della paura trovano terreno fertile, a prescindere dal fatto che ciò possa essere avvertito a livello mentale o meno; solo con un intento molto grande e con uno stato di coscienza che ci avvicina al sub-cosciente possiamo modificare le nostre credenze, che causano le paure e tutti quei sintomi ad esse legati che le donne in gravidanza spesso vivono.

La “riscoperta” di questa potentissima tecnica di guarigione energetica e vibrazionale, di fatto antichissima - parte dalla memoria della Creazione che si è persa nei secoli- che è stata riportata al mondo da Vianna Stibal, è sempre più confortata scientificamente dalla nuova biologia molecolare dall’epigenetica, senza escludere le neuroscienza più avanzate.
Consiste nel dedicare a se stesse tutti i giorni il tempo necessario per indurre lo stato Theta, in modo simile a quando si medita o si prega.
Questo tempo può essere utile sia per effettuare un collegamento empatico con la nuova creatura che sta crescendo nel grembo materno, sia per ritrovare se stessi e la propria parte “Divina”.
Tutto succede a livello intuitivo, ma la sensazione che la madre proverà sarà colma di gioia e di serenità, emozioni queste che le renderanno i nove mesi un’esperienza indimenticabile.

Lorella de Luca

Se volete saperne di più sul Theta Healing,potete leggere l’articolo “Immersione nelle Onde Theta” che la dottoressa de Luca ha scritto per la rivista “Scienza e Conoscenza”.

di Manuela Brenna

Il 24 e 25 maggio 2008 presso il Campus Universitario di Parma si è tenuto un interessante convegno sulla vita prenatale e perinatale del bambino, vi hanno partecipato molte personalità del mondo scientifico internazionale.
I diversi contributi hanno arricchito a mio avviso il panorama complesso della maturazione psicomotoria del bambino, hanno apportato con ricerche ed esperienze lavorative altri elementi che spiegano sempre più scientificamente come l’individuo sia immerso e avvolto dall’ambiente delle relazioni prima e dopo la nascita, non solo chimiche, biologiche o neurologiche, ma anche e soprattutto affettive, comunicative e sociali.
Questo tessuto di messaggi forma una rete di connessioni che costituiscono fin dal concepimento la sensibilità tonica del nostro essere al mondo: unione creativa del corpo in relazione.
Riporterò un intervento in particolare che ha sottolineato ulteriormente quanto il periodo prenatale sia una fase determinante per lo sviluppo psichico del bambino e quanto la gravidanza per la madre possa diventare un’occasione di crescita personale.
E’ un fatto storico, il legame che s’instaura tra madre e figlio è un tema d’interesse universale.

continua!

Clicka qui per leggere l’articolo completo!

GENGIVITE GRAVIDICA

La gengivite da gravidanza colpisce una percentuale altissima di donne e ha intensità e sintomi variabili che dipendono, tra le atre cose, dallo stato delle gengive precedente la gravidanza.
Le gengiviti gravidiche hanno un’insorgenza piuttosto precoce, fin dal primo trimestre di gestazione, e sono caratterizzate da una mucosa gengivale congestionata e gonfia.
Le gengive tendono ad arrossare facilmente e possono sanguinare in seguito al minimo trauma.
Le zone della bocca più colpite sono quelle anteriori con problemi più evidenti negli spazi interprossimali; si riscontrano lesioni più gravi nelle donne che abitualmente respirano con la bocca.
Come abbiamo detto, questa patologia presenta vari gradi di gravità: dalle forme lievi si può arrivare a gengiviti con sanguinamento copioso, ulcerazioni, mobilità dei denti e perdita dell’osso alveolare.
Le cause di questo disturbo sono riscontrabili nelle alterazioni della composizione della placca batterica e della mucosa orale, indotte dallo squilibrio ormonale gravidico.
A conferma di ciò, si è riscontrato che dopo tre mesi dal parto, quando gli ormoni si normalizzano, si osserva una remissione della gengivite.
L’estrogeno e il progesterone, i cui livelli durante la gestazione possono aumentare rispettivamente di 30 e 10 volte rispetto al ciclo mestruale, funzionerebbero infatti da fattori di crescita per alcuni batteri in grado di alterare lo stato di salute gengivale.
L’altro dato da tenere in considerazione è la diminuzione della risposta immunitaria materna durante la gravidanza, da cui deriva una maggiore suscettibilità alla malattia parodontale.
Tuttavia, la gravità del quadro clinico della gengivite gravidica, così come per qualsiasi altra forma di gengivite, è condizionata da fattori irritanti locali: la placca batterica e il tartaro.
Alcuni studi hanno dimostrato, inoltre, che la malattia parodontale gravidica, se non opportunamente curata, può costituire un serio fattore di rischio per nascite premature (circa 37 giorni prima) e sottopeso (2,5 kg in meno).
Ci sono possibilità, infatti, che l’infezione si trasmetta al tratto genitale ed urinario della futura mamma, condizionando l’esito della gravidanza.

Il meccanismo sarebbe il risultato della produzione di tossine da parte dei batteri e della mediazione di sostanze prodotte dalla madre come le prostaglandine e l’interleuchina.
Un elevato livello di queste sostanze nel cavo orale e, conseguentemente, nel tratto genito-urinario potrebbe costituire un insulto sufficiente a stimolare l’evento del parto in anticipo rispetto alle attese.

MALATTIA PARADONTALE O PARADONTITE

La gengivite iniziale può evolvere o in senso positivo (e dunque regredire), o in senso negativo, e trasformarsi in una gengivite stabilizzata o addirittura in parodontite.
La malattia parodontale (o parodontite) e’ il termine tecnico che individua la cosiddetta piorrea, dovuta alla comparsa di un gran numero di batteri anaerobi (che vivono in assenza di ossigeno) al di sotto del solco gengivale.
Questo solco si approfondisce sempre più fino a trasformarsi in una tasca.
Il tappo biologico che si forma tra dente e gengiva deve essere necessariamente asportato per lasciare libero il passaggio di ossigeno e per limitare l’aumento dei batteri anaerobi sub-gengivali.
L’aumento di questi batteri, ha infatti come risultato finale la distruzione delle fibre collagene con cui la gengiva si ancora al dente, e col tempo tutto ciò può comportare anche una distruzione ossea.

IPERESTESIE DENTALI

Le iperestesie (perdita dei sensibilità) dentali sono fenomeni di tipo nevralgico che possono essere a carico di un singolo dente oppure di zone più estese.
In gravidanza sono dovute all’aumento di sangue nella polpa dentale (tessuto molle che si trova all’interno del dente) o all’abbassamento della soglia di sensibilità del nervo trigemino.
Insorgono sotto gli stimoli del freddo, del dolce e del salato o anche a seguito del contatto con qualunque corpo estraneo.
Passeggere e intermittenti, solo raramente richiedono una terapia antalgica.

AUMENTO DELLA CARIE

Secondo le teorie moderne non esiste una correlazione precisa tra carie e gravidanza.
Tuttavia in gravidanza si sviluppa una serie di fattori, che se non adeguatamente controllati, sono in grado di promuovere nuove carie o di accelerare quelle già esistenti.
Ad esempio lo sviluppo della carie è favorito, come abbiamo visto, dalla diminuzione del Ph della saliva; inoltre, il sanguinamento delle gengive durante lo spazzolamento e le iperestesie dentali, portano spesso alla rinuncia di una qualsiasi igiene favorendo così l’accumulo della placca batterica, l’insorgenza di nuove carie e il complicarsi della situazione gengivale.
La miglior forma di terapia è proprio la diffusione di norme per una corretta igiene orale.

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Come ho detto nel precedente articolo, in questa tecnica la mente rimane vigile ed attenta. Questa condizione è fondamentale, perché altrimenti, se la mente si addormenta, cade nel sonno incosciente.
Sicuramente avete sperimentato di persona che non è facile tenere la mente concentrata ed attenta per troppi minuti, in genere essa tende a sfuggirci e a volare con la fantasia su questo o quell’altro pensiero.
Ancora una volta ci viene in aiuto la costanza e la pratica: più ci esercitiamo più sarà facile osservare il flusso delle immagini senza perdere il loro controllo, che significherebbe sprofondare nel sonno incosciente.
Come ho già espresso l’importante è restare vigili, cercando di essere degli osservatori attenti alle nostre fantasie e dei nostri pensieri.
Il training autogeno offre una valida alternativa per eliminare gli stati squilibrio psicofisici per mezzo dell’autocontrollo e della forza di volontà.

Chiudete gli occhi e fate dei respiri profondi ed ampi, ascoltate il vostro respiro, sentite l’aria che entra ed esce dal vostro corpo e rilassatevi sempre di più.
Sentite a mano a mano che i muscoli del vostro corpo diventano sempre più rilassati, continuate a respirare profondamente e regolarmente.
Mentre il vostro corpo diventa sempre più rilassato, iniziate a concentrare il vostro pensiero ad un immagine – un ricordo a voi molto piacevole molto rilassante.
Continuate a mantenere il vostro respiro profondo e regolare e la vostra mente totalmente concentrata su un immagine, un ricordo.
E’ molto bella piacevole rilassante. Il vostro respiro è calmo e regolare e la vostra mente è totalmente concentrata su questa immagine.
Una piacevole sensazione di tranquillità invade il vostro corpo e la vostra mente.

Questo allenamento va effettuato almeno due volte al giorno, per far sì che quando dovrete realizzarlo durante il travaglio il vostro livello di auto concentrazione sarà ottimale.
Molto importante è scegliere una immagine a cui voi siete molto legati e sviluppate tutto il vostro allenamento sempre sulla stessa immagine, elemento importante poiché producendo questo tipo di allenamento per alcune settimane precedenti il parto sarete opportunamente allenate ed mentalmente pronte a gestire la tensione che la paura vi produce.

Buon allenamento.

Dott. Maria Bernabeo

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La colorazione e la decolorazione dei capelli sono trattamenti che riguardano il fusto, ovvero la parte del capello che emerge dal cuoio capelluto.
Tuttavia, le sostanze impiegate possono, anche se in minima parte, penetrare nell’organismo ed essere assorbite attraverso i vasi sanguigni che arrivano al cuoio capelluto.

Per questo motivo, tingersi i capelli sarebbe un trattamento da evitare del tutto durante la gravidanza in quanto c’è il rischio che alcuni elementi chimici che si trovano nelle tinture siano dannosi per la formazione dell’embrione.

Il primo trimestre, è il periodo più importante e delicato per lo sviluppo del bambino, perché è proprio in questi primi tre mesi che avviene l’organogenesi.
Se però ritenete che la convivenza con qualche capello bianco o con un’antiestetica ricrescita sia intollerabile, tingersi i capelli dopo il terzo è sicuramente meno pericoloso rispetto al primo trimestre, ma è assolutamente consigliato usare tinte senza ammoniaca (elemento chimico che permette al capello di aprire le cuticole per far penetrare il pigmento colorante) e senza resorcina (elemento chimico che serve per la preparazione dei coloranti).
Queste sostanze infatti sono in grado di attraversare la barriera placentare e vengono quindi assorbite dal feto: seppur in dosi minime, potrebbero essere nocive.
Meglio dunque optare per le tinture a base vegetale o per l’henne.
Quest’ultimo non ha una copertura totale della colorazione del capello e ha una durata monitore delle altre tinte; tuttavia ha il grosso vantaggio di essere un colorante del tutto naturale ed è quindi sicuramente meno tossico di qualsiasi altra cosa.
In alternativa, per confondere gli antiestetici capelli bianchi, potete ricorrere alle meches: il decolorante che viene utilizzato, a patto che non venga a contatto con il cuoio capelluto, non comporta alcun pericolo né per la futura mamma né per il feto.

Durante l’allattamento, occorre tenere presente che tutto ciò che è assorbito dall’organismo della madre viene trasmesso al bambino attraverso il latte materno.
Quindi, anche in questo caso, sarebbe meglio evitare le colorazioni ai capelli.
Tuttavia, se proprio è indispensabile, dovete seguire le stesse regole che abbiamo detto riguardo le tinture in gravidanza.

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COME EVITARE SVENIMENTI

Quando la donna avverte i primi sintomi di un mancamento, è bene che si metta subito sdraiata con la testa reclinata all’indietro in modo da riequilibrare la pressione, favorendo il ritorno del sangue venoso al cuore.
Meglio non tentare di procedere per raggiungere la meta prestabilita, bensì fermarsi non appena si trova un posto comodo.

Subito dopo e nei giorni successivi è utile assumere integratori a base di magnesio e potassio che richiamano liquidi in circolo, contribuendo così ad innalzare la pressione per aumento di volume; inoltre aiutano la futura mamma ad attenuare il senso di spossatezza.

Inoltre esistono farmaci vasotonici che risolvono il problema attraverso la vasocostrizione, meccanismo più rapido ed efficace da utilizzare all’occorrenza: tuttavia, occorre prestare estrema attenzione all’assunzione dei farmaci in gravidanza e, in ogni caso, deve essere il proprio medico curante a prescrivere tali farmaci, nel caso in cui lo ritenga necessario.

IN CASO DI PERDITA DI COSCIENZA

Nel caso, nonostante le opportune precauzioni, la futura mamma svenga, cosa possono fare le persone che le stanno intorno?
Come primo soccorso, è consigliabile fare sdraiare la donna a pancia in su o, ancora meglio, sul fianco sinistro, con le gambe sollevate rispetto al corpo.
Ciò favorisce il ritorno del sangue al cuore e, di conseguenza, il ripristino della circolazione e della pressione.
È inoltre utile farle assumere acqua e zucchero in quanto, in alcuni casi, lo svenimento è causato da un abbassamento della glicemia nel sangue.

Meglio non improvvisarsi medici “fai da te” e non somministrare assolutamente farmaci alla donna: piuttosto, in caso di persistenza dei disturbi, è opportuno chiamare un medico o un’ambulanza.

COSA FARE IN CASO DI IPOTENSIONE EVIDENTE

Come abbiamo già detto, nel corso dei nove mesi, è bene tenere sotto controllo la pressione, soprattutto per le donne che già in condizioni normali, soffrono di frequenti abbassamenti di pressione.

Se la futura mamma non presenta particolari problemi, è sufficiente un controllo mensile. Diversamente, se gli episodi di ipotensione si ripetono, è preferibile monitorare la situazione con controlli più frequenti.
In questi casi è utile acquistare un pressurometro elettronico in modo da poter misurare i valori della pressione ogni volta che si vuole, a casa propria: questi apparecchi si possono trovare nei negozi di elettrodomestici o di articoli sanitari.

Per maggior precauzione, inoltre, è opportuno eseguire un elettrocardiogramma, una visita cardiologica e alcuni esami del sangue per escludere la presenza di problemi più seri quali uno stato di anemia (carenza di ferro nel sangue) o un disturbo al cuore o altre patologie a carico del rene e del surrene.

In gravidanza il calo fisiologico di pressione fa si che possano considerarsi nella norma valori pari a 100 mmHg per la massima e 70 mmHg per la minima.
In realtà non vi sono veri limiti per i valori bassi, anche se è opportuno intervenire quando la minima scende al di sotto di 50 mm di mercurio e, necessariamente, quando compaiono disturbi come capogiri, malore e perdita di coscienza.

Infatti, quando la pressione si abbassa significativamente e questo abbassamento si protrae per lunghi periodi, si potrebbero avere conseguenze negative anche sul feto.
Un eccessivo calo di pressione comporta anche una diminuzione della circolazione materno - fetale e dunque una conseguente carenza di ossigeno per il bambino.

Come abbiamo detto, l’ipotensione in gravidanza è un fenomeno del tutto naturale ed è legato ai cambiamenti ormonali e a quelli del sistema cardio circolatorio durante l’attesa: queste variazioni vanno inevitabilmente ad incidere sulla spinta del sangue sulle pareti dei vasi sanguigni.

Normalmente la pressione arteriosa si riduce a partire dai primi mesi, per poi risalire nelle ultime settimane prima del parto.

Vediamo cosa accade mese per mese.

Durante il primo trimestre la gittata cardiaca aumenta notevolmente (circa del 30 – 40%) conseguentemente all’infittirsi della rete di vasi sanguigni.
Con la gravidanza, infatti, ci sono due nuovi organi che devono essere nutriti e ossigenati e, dunque, irrorati di sangue: la placenta e il feto.
Dunque il cuore deve lavorare “per due”: deve infatti intensificare la sua attività per far giungere una sufficiente quantità di sangue sia alla madre che al feto.
Quindi, nei primi tre mesi di gestazione, per garantire una pressione adeguata al sangue che circola in un letto vascolare più ampio, il cuore potenzia la sua capacità di contrarsi, aumenta il numero di battiti al minuto e pompa più sangue.

Nel secondo trimestre, aumenta la produzione di calore da parte del feto e la concentrazione di progesterone che, dal quarto mese, viene prodotto in grande quantità dalla placenta oltre che dal corpo luteo.
Questi fattori provocano una dilatazione dei vasi sanguigni, in modo particolare delle arterie, che fa si che il sangue incontri una minor resistenza vascolare nel suo cammino e scorra con più facilità: ecco che la pressione, soprattutto quella massima, tende ad abbassarsi e a raggiungere il suo minimo.

Durante l’ultimo trimestre, ormai, l’organismo della donna si è abituato alla nuova situazione e ciò fa si che, nella maggior parte dei casi, la pressione tende a ritornare ai valori precedenti la gestazione, normalizzandosi così dopo il parto.
Tuttavia in questo periodo può intervenire, nel 11% delle gestanti, un altro fenomeno di natura meccanica che può portare ad un abbassamento della pressione: l’utero, aumentato di volume, va a comprimere la vena cava inferiore (il vaso che porta il sangue venoso dall’addome e dagli arti inferiori verso il cuore) riducendo così l’afflusso di sangue al cuore.
Ovviamente questo fatto comporta forti ripercussioni sulla gittata cardiaca e sulla pressione arteriosa.
Quando questa situazione è accompagnata da stanchezza, testa vuota, nausea o perdita di coscienza si parla di sindrome utero-cavale.

LA POSIZIONE DEL CORPO

Ipotensione supina

In posizione sdraiata supina, i valori della pressione arteriosa possono scendere ulteriormente e dunque abbassarsi drasticamente, a causa della compressione da parte dell’utero sulla vena cava inferiore.
Il sangue, in pratica, fatica a risalire al cuore e la futura mamma può risentirne parecchio.
Come abbiamo detto precedentemente, questo fenomeno di natura meccanica, può verificarsi soprattutto nell’ultimo trimestre quando il volume dell’utero è notevolmente aumentato: in questo periodo si può arrivare a veri e propri collassi, che si risolvono immediatamente ponendo la donna sul fianco sinistro.

Ipotensione ortostatica

Si parla di ipotensione ortostatica, quando l’abbassamento della pressione arteriosa è causato dal cambiamento di posizione.
Il fenomeno si verifica quando si sta a lungo in piedi o quando si cambia posizione all’improvviso, come, per esempio, quando ci si alza di scatto da una posizione sdraiata o chinata.
Il calo di pressione, in questi casi, è determinato da un alterato controllo nervoso della circolazione del sangue: quando si passa dalla posizione orizzontale a quelle eretta entrano in funzione meccanismi nervosi che costringono le arterie che passano per il collo e che portano il sangue alla testa (carotidi) a esercitare un’azione di pompa del sangue. Quest’ultimo, quindi, arriva al cervello perché, oltre ad essere spinto dal cuore, viene pompato anche dalle arterie.
Nelle persone che soffrono di cali di pressione legati a cambiamenti posturali questi meccanismi nervosi entrano in funzione con qualche secondo di ritardo, provocando un senso di sbandamento transitorio, vertigini, capogiri e una sensazione di testa offuscata.
Per prevenire questo disturbo è meglio evitare di stare in piedi per troppo tempo e, nel caso non se ne possa fare a meno, si consiglia di cambiare spesso posizione e fare qualche piccolo esercizio per attivare la circolazione.
Si deve inoltre avere l’accortezza di non passare troppo bruscamente dalla posizione sdraiata a quella eretta: meglio mettersi prima a sedere e poi, senza fretta, alzarsi in piedi.

IL DIGIUNO PROLUNGATO

Un temporaneo calo di pressione può essere anche causato da un digiuno prolungato, responsabile del calo del livello di zuccheri presenti nel sangue (ipoglicemia).
Nel digiuno, infatti, non si assume glucosio (zuccheri), che è la principale fonte di energia per il cervello (per nutrirsi, il cervello ha bisogno di 150 grammi di glucosio al giorno). Questo organo, a differenza di altri, non dispone di riserve proprie e dipende unicamente dal sangue per il rifornimento di glucosio.
Dunque, quando la donna rimane a digiuno per molte ore o quando compie sforzi senza essersi adeguatamente alimentata, le sue funzioni cerebrali possono risentirne a tal punto da influire negativamente anche sull’attività del sistema cardiovascolare che esercita le sue funzioni anche grazie all’influsso del sistema nervoso.
Per evitare fastidiosi “cali di zuccheri” è bene seguire una dieta bilanciata, con pasti leggeri e ben digeribili, spezzando i pasti in piccoli spuntini frequenti nell’arco della giornata, in modo da non rimanere a digiuno per molte ore consecutive.
Frutta e verdura sono alimenti perfetti che si possono mangiare anche più volte al giorno; al contrario, andrebbero evitati i fritti e i cibi troppo elaborati o molto conditi.
Inoltre, è sempre utile tenere a portata di mano caramelle o zollette di zucchero da assumere nei momenti in cui si avvertono debolezza o annebbiamento della vista, in modo da mantenere il glucosio a livelli normali.

IL CALDO ECCESSIVO

Anche il caldo eccessivo può aumentare il rischio di perchè l’aumento di temperatura provoca una vasodilatazione, cioè un aumento del calibro dei capillari (vasi sanguigni cutanei).
Più largo è il vaso, minore sarà la resistenza vascolare e, di conseguenza, la pressione: se il fenomeno interessa tutta la superficie corporea, come accade quando si è esposti a temperature elevate, il calo di pressione diventa sensibile.
Con il caldo i vasi sanguigni si dilatano per mantenere costante la temperatura interna del corpo che, se raggiungesse valori elevati, comprometterebbe il buon funzionamento delle cellule.
Il sangue funziona anche da liquido di trasporto del calore e la sua temperatura è mantenuta costante attorno ai 37° C. Se arriva più sangue alla cute, viene trasportata ad essa (e conseguentemente dispersa) una maggiore quantità di calore.
Quindi la vasodilatazione (che consente un maggior flusso di sangue) facilita la perdita di calore e dunque il raffreddamento del corpo.
Anche il meccanismo di sudorazione permette di mantenere l’equilibrio termico: portando sulla superficie corporea dell’acqua (sudore) e facendola evaporare, si favorisce la dispersione del calore.
Evaporazione, infatti, significa la formazione di vapore da un liquido. Per trasformare il liquido in vapore è necessaria energia termica (calore) che viene fornita dal corpo. L’estrazione di energia dal corpo determina il raffreddamento.
Tuttavia, con la sudorazione, l’organismo perde anche gli elettroliti quali il potassio e il sodio, sostanze contenute nei liquidi che, tra i vari compiti, hanno quello di regolare la pressione sanguigna.
Meglio dunque evitare di fare bagni in acqua troppo calda, non esporsi per troppo tempo al sole, evitare di uscire nelle ore più calde della giornata e indossare abiti chiari, comodi e freschi, di tessuti naturali che lasciano traspirare meglio il corpo.
Si consiglia inoltre di bere molta acqua (almeno un litro al giorno) e bevande come succhi di frutta o di verdura cruda che contengono molti sali minerali. Evitare il più possibile di assumere bevande alcoliche.

Nel prossimo post vedremo cosa fare quando la pressione si abbassa troppo.

Già prima di restare incinta è bene conoscere i propri valori della pressione sanguigna, in modo da poter tenere sotto controllo eventuali alterazioni nel corso della gravidanza.

Durante l’attesa, se non vi sono problemi particolari, è sufficiente controllare la pressione una volta al mese.
Nel corso delle visite di controllo il ginecologo rileva sempre i valori della pressione ed è proprio lui a invitare la futura mamma a sottoporsi a controlli più frequenti nel caso lo ritenga necessario.

Il controllo della pressione può venir effettuato dal proprio medico curante, in farmacia oppure a casa propria mediante gli appositi apparecchi elettronici che si possono acquistare nei negozi di articoli sanitari.
Con questi strumenti si può misurare la pressione arteriosa facilmente e con buona precisione, ma attenzione: non bisogna mai improvvisarsi medici: il ricorso ai farmaci va sempre fatto sotto stretto controllo medico e solo nei casi di estrema necessità, soprattutto in un periodo così delicato come la gravidanza.
Tuttavia, a volte è indispensabile assumere sostanze per stimolare l’attività cardiaca, soprattutto quando gli abbassamenti di pressione provocano svenimenti frequenti.

COME SI MISURA LA PRESSIONE SANGUIGNA

Come abbiamo visto nel post precedente, nel corso della misurazione si rilevano due valori della pressione arteriosa: la massima (o pressione sistolica) è la pressione che si ha durante la contrazione del cuore (sistole); la minima (o pressione diastolica) è quella costantemente presente tra una contrazione cardiaca e l’altra (diastole).
Da quanto detto, risulta ovvio che bassi valori della pressione minima sono più significativi di bassi valori della massima.
Valori di pressione normali per un soggetto adulto, di media età, a riposo sono stimati essere compresi entro 140/85 mmHg.

Il flusso sanguigno si può rilevare in corrispondenza dei polsi arteriosi, dove le arterie scorrono relativamente in superficie, sotto la pelle e dunque sono facilmente palpabili.
Questi punti sono:

  • il polso radiale, all’estremità di congiunzione dell’avambraccio con la mano;
  • il polso carotideo, al collo;
  • il polso femorale, in corrispondenza della piega dell’inguine
  • l’arteria omerale, ovvero l’arteria del gomito.

In particolare, la pressione arteriosa si rileva in corrispondenza del polso radiale e dell’arteria omerale.

Lo strumento che serve per misurare la pressione si chiama sfigmomanometro e può essere di vari tipi: meccanico, elettronico o a mercurio.
I medici utilizzano quello a mercurio che è il più affidabile: viene avvolto attorno al braccio, sopra l’arteria omerale, un manicotto di gomma che è connesso, tramite un tubicino, ad una pompa e ad una colonnina di mercurio sulla quale vengono rilevate le misure di pressione.
Dopodichè viene inserito il fonendoscopio all’interno del manicotto, sulla piega del gomito, proprio sopra l’arteria omerale.
Inizialmente si pompa l’aria nel bracciale fino a raggiungere una pressione ipoteticamente superiore al valore della pressione massima vigente nell’arteria omerale: l’arteria in questo modo è completamente occlusa, sia durante la sistole (contrazione) che durante la diastole (rilassamento) del muscolo cardiaco e non si ha passaggio di sangue.
Di conseguenza dagli auricolari del fonendoscopio non si sente alcun rumore e contemporaneamente si può verificare la completa assenza del polso radiale.
A questo punto si inizia a sfiatare lentamente l’aria dal manicotto facendo scendere il livello del mercurio fino a quando la pressione del bracciale diventa inferiore a quella sistolica vigente nell’arteria omerale.
Adesso il sangue può passare durante la sistole, ma non ancora durante la diastole poiché la pressione è ancora inferiore a quella del manicotto.
Con il fonendoscopio si possono percepire dei rumori sordi e ritmici, che corrispondono alla riapertura dei vasi compressi dal manicotto e quindi al passaggio con flusso turbolento del sangue.
Questi rumori prendono il nome di rumori di Korokov e sono sincroni con l’attività cardiaca.
Contemporaneamente a questi rumori, ricompare anche il polso radiale: in questo istante si rileva il valore della pressione sistolica (massima) che riflette appunto la pressione vigente nell’arteria sottostante il manicotto nella fase di contrazione del cuore (sistole cardiaca).
Infine, lasciando decrescere ulteriormente la pressione del manicotto questi suoni cominciano a decrescere, diventano sfumati ed infine scompaiono del tutto: in questo momento la compressione del bracciale è inferiore a quella vigente nell’arteria omerale anche durante la diastole.
Ciò significa che il vaso sanguigno è completamente pervio e il sangue può fluire regolarmente, ritornando ad essere laminare.
Come abbiamo detto, una delle caratteristiche del flusso laminare è il fatto che è silenzioso: questo è il motivo per cui a questo punto il flusso del sangue non è più rumoroso.
Si può rilevare a questo istante il valore della pressione minima o diastolica.

Si tenga presente che la pressione arteriosa varia discretamente nel corso della giornata e queste fluttuazioni sono del tutto normali.
Per questo motivo, al fine di ottenere misure più precise, si consiglia di eseguire almeno due rilevazione di seguito, distanziate di almeno tre minuti e poi fare la media dei valori rilevati.

L’auto - misurazione della pressione sanguigna può essere effettuata molto facilmente a casa propria con l’ausilio di pressurometri semiautomatici che mostrano sul loro display i valori della pressione massima, minima e della frequenza cardiaca.
Questi apparecchi sono molto affidabili, facilmente reperibili e piuttosto economici.

Nel prossimo post vedremo come varia la pressione sanguigna durante i 9 mesi di gravidanza e quali altri fattori contribuiscono ad abbassare i valori della pressione.

Uno dei disturbi più frequenti durante l’attesa è quello legato ad un eccessivo abbassamento della pressione sanguigna (ipotensione).
La presenza di questo fenomeno, soprattutto al mattino e durante i primi mesi di gravidanza, non deve destare eccessiva preoccupazione in quanto è fisiologico nell’arco della gravidanza, quando nella donna avvengono notevoli cambiamenti a livello del sistema ormonale e di quello cardio – circolatorio.
Generalmente la pressione si abbassa nei primi mesi di gestazione, mentre si innalza nuovamente durante le settimane precedenti al parto.
Questo abbassamento di pressione, in realtà andrebbe considerato come un fattore positivo dal momento che indica che il cuore e vasi sanguigni non sono sottoposti a un sovraccarico.

I valori limite dell’ipotensione sono soggettivi; in generale, però, quando la massima è superiore a 100/110, la futura mamma non avverte nessun disturbo.
Al di sotto di questa soglia, invece, possono comparire alcuni sintomi (perdita dell’equilibrio, sensazione di testa vuota, vertigini, annebbiamento della vista, sudorazione fredda e nausea) piuttosto fastidiosi e che vanno tenuti sotto controllo, soprattutto per le donne che già prima della gravidanza soffrivano di pressione bassa.

Si tenga presente che l’ipotensione, al contrario dell’ipertensione (pressione alta), non è un fattore di rischio per lo sviluppo del feto e per la salute della donna.
Tuttavia in una minima percentuale casi, si possono verificare stati di ipotensione grave, accompagnati da malori frequenti e forti capogiri, fino allo svenimento.
Per questo motivo, è sempre meglio segnalare questi eventuali episodi al proprio ginecologo, il quale saprà consigliare gli accorgimenti più adatti per aiutare la futura mamma a stare meglio.

Per meglio comprendere i meccanismi che determinano l’insorgenza di questo disturbo, vale la pena soffermarci su alcuni concetti generali riguardanti la pressione sanguigna.
In questo post vedremo cos’è la pressione sanguigna e quali sono i fattori che ne regolano i valori.
Prossimamente vedremo più nel dettaglio cosa accade durante la gravidanza.

LA PRESSIONE SANGUIGNA

La pressione sanguigna è la forza che il sangue, pompato dal cuore, esercita sulle pareti dei vasi sanguigni.
E’ proprio grazie alla circolazione del sangue che i vari organi del corpo umano ricevono ossigeno e nutrimento.
Ciò che da impulso alla circolazione sanguigna dell’organismo è il cuore (muscolo cardiaco) con i suoi movimenti di contrazione (sistole) e di rilasciamento (diastole).
Ad ogni sistole il ventricolo sinistro espelle circa 70 ml di sangue, imprimendogli una spinta, la cui forza contro le pareti dei vasi sanguigni è proprio la pressione massima o pressione arteriosa sistolica.
In condizioni normali, la “massima” è all’incirca 120 millimetri di mercurio (mmHg).
Grazie a questa pressione elevata il flusso di sangue esce dal cuore, dilata le pareti delle arterie permettendo così la circolazione sanguigna e prosegue il suo cammino nei diversi organi anche durante la fase di rilasciamento del cuore (diastole), fino a ritornare al cuore attraverso il sistema venoso.
In questa fase si può rilevare la pressione minima o pressione diastolica che, in condizioni normali, è inferiore a 80 mmHg.

Le leggi fisiche che regolano i meccanismi della circolazione sanguigna sono le stesse relative al moto dei fluidi generici e, in particolare:

  • il sangue circola nell’organismo partendo dal ventricolo sinistro fino ad arrivare all’atrio destro seguendo un dislivello (gradiente) di pressione, ossia una differenza di pressione fra una parte e l’altra.
    Infatti, il passaggio del sangue dal settore arterioso a quello venoso incontra una serie di condizioni che ostacolano il suo cammino: è la cosiddetta resistenza periferica, dovuta principalmente alla contrazione (tono) della muscolatura delle pareti delle arteriole.
    Mentre il sangue scorre attraverso il sistema circolatorio, la sua pressione progressivamente diminuisce a causa della resistenza fatta dai vasi sanguigni; nelle grandi arterie c’è poca resistenza per cui la pressione rimane elevata, ma via via che le arterie si fanno più piccole (arteriole) la resistenza aumenta proporzionalmente fino al filtro capillare.
    Gli scambi di gas e di sostanze tra il sangue e i tessuti e i polmoni si attuano attraverso le pareti dei capillari, i quali sono privi di fibre muscolari e quindi incapaci di variare il loro calibro, malgrado ciò in essi non si ha sempre un flusso continuo di sangue ma si può avere intermittenza in relazione al grado di contrazione degli sfinteri precapillari.
    Il sangue venoso che ritorna al cuore, pertanto, scorre a bassa pressione rispetto a quello arterioso, con valori di circa 3-5 mmHg.
  • il sangue scorre con moto laminare, ovvero col moto di un liquido che scorre in un tubo. Il moto di un liquido infatti si può descrivere con una serie infinita di tubi concentrici che scorrono l’uno sull’altro con velocità crescente dal più esterno al più interno.
    Il tubo più esterno, essendo a contatto con le pareti, è praticamente fermo in quanto risente del massimo attrito con queste.
    Il flusso laminare è caratterizzato dal fatto di essere silenzioso, al contrario del flusso turbolento che, come dice il nome stesso, è un flusso vorticoso ed è caratterizzato da rumore.

MECCANISMI CHE REGOLANO LA PRESSIONE SANGUIGNA

I fattori che regolano la pressione arteriosa sono complessi e svariati; tuttavia, i più importanti sono due: la gittata cardiaca e le resistenze vascolari, a cui abbiamo già precedentemente accennato.
Questi fattori influenzano il volume di sangue in circolazione che, a sua volta, agisce direttamente sulla pressione sanguigna: è ovvio che un incremento di volume corrisponde ad un aumento di pressione e viceversa, una diminuzione di volume comporta una pressione più bassa.
Pertanto tutti i fattori che agiscono sulla gittata e/o sulla frequenza cardiaca, producono variazioni sul volume di sangue arterioso e, conseguentemente, sulla pressione arteriosa.
Vediamo questi fattori più nel dettaglio:

  • la gittata cardiaca è la quantità di sangue pompata dal cuore in un minuto.
    Per dare una definizione più rigorosa di gittata, possiamo dire che è il prodotto del volume di sangue espulso dai ventricoli a ogni sistole (gittata sistolica) per la frequenza cardiaca (numero di battiti al minuto).
    Mediamente, in un adulto sano, la gittata è 30 litri di sangue.
    Sulla gittata cardiaca agiscono fattori nervosi, chimici e meccanici;
  • le resistenze vascolari, ovvero le resistenze, soprattutto quelle periferiche, che il sangue incontra lungo il suo percorso.
    Le resistenze vascolari sono rappresentate dall’attrito che si sviluppa tra il sangue e le pareti dei vasi in cui circola.
    A cosa è dovuto tale attrito? In parte alla viscosità del sangue, parametro legato alla presenza di globuli rossi, di molecole proteiche e di molecole lipidiche nel sangue: un aumento della loro concentrazione provoca un aumento della viscosità del sangue e, dunque, un aumento della resistenza vascolare.
    L’attrito dipende inoltre dalla riduzione del diametro del lume vascolare: come abbiamo detto questa resistenza parietale è dovuta per lo più alle arteriole e ai capillari.
    Grazie alla loro parete muscolare, infatti, le arteriole possono contrarsi o rilassarsi e parallelamente aumentare o diminuire la pressione sanguigna che spinge il sangue. Questo meccanismo di controllo vasomotorio, regola la quantità di sangue che passa dalle arterie alle arteriole e ai rispettivi distretti dell’organismo da esse irrorati.: in questo modo il flusso sanguigno viene dirottato, di volta in volta, verso le aree che ne hanno più bisogno.
    Ciò significa anche che una maggior resistenza opposta dalle arteriole al flusso sanguigno, corrisponde ad un maggior volume di sangue che rimane nelle arterie e, conseguentemente, ad un aumento della pressione arteriosa.

Il livello di pressione, inoltre, è influenzato continuamente dallo stato fisico e dalle circostanze ambientali; ad esempio la pressione:

  • aumenta con l’attività muscolare, l’impegno intellettivo, l’eccitazione, l’agitazione;
  • aumenta l’esposizione al freddo, mentre diminuisce con il caldo;
  • è più alta al mattino, mentre durante il riposo notturno raggiunge i livelli più bassi;
  • aumenta con l’età..

Nel prossimo articolo vedremo come monitorare la pressione durante l’attesa.

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