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A tre anni arriva la prima grande sfida per un bambino: staccarsi dalle braccia di mamma e papà per andare per la prima volta all’asilo.

La scuola materna non è obbligatoria, ma la sua frequenza è consigliata in modo particolare perchè getta le basi della crescita intellettuale e dello sviluppo psicomotorio del bambino. Le attività ludiche che vengono proposte, infatti, hanno lo scopo di accrescere le sue doti creative e la sua capacità di comunicare e relazionarsi con gli altri.
Questa prima esperienza scolastica è utile anche per insegnare al bambino a seguire delle seppur piccole regole e a distinguere i diversi momenti temporali della giornata: quello del gioco, quello del lavoro, quello dei pasti, ecc…
Inoltre, i bambini che hanno già varcato la soglia della scuola materna, saranno più sereni nell’affrontare il successivo inserimento alla scuola elementare quando, alle piccole regole di vita al di fuori dall’ambiente famigliare, si andranno ad aggiungere gli oneri dei doveri scolastici.

Tuttavia, affrontare questo primo distacco non è una situazione facile e crea ansia alla maggior parte dei piccini. L’ingresso alla scuola materna rappresenta sempre una situazione nuova dalla quale i bambini sono spaventati.
Questo è vero anche per quelli che hanno già frequentato l’asilo nido poiché, ad ogni passaggio di ciclo scolastico, si ripropone l’esperienza della separazione dalla famiglia.

Ma anche per i genitori, in modo particolare per le mamme, questo cambiamento è fonte di molte ansie e timori.
Molte mamme hanno già “subito il distacco” quando, alla ripresa del lavoro al termine della maternità, hanno dovuto lasciare per la prima volta il loro piccolo ai nonni, alla babysitter o all’asilo nido. Probabilmente, a differenza di chi invece fino a questo momento ha potuto godere della presenza in casa del proprio bambino, queste mamme saranno più serene nell’affrontare questo ulteriore cambiamento, in quanto saranno già abituate a dominare le proprie apprensioni, emozioni e gelosie.

Il primo distacco comporta infatti tutta una serie di difficoltà: il privarsi della presenza del bambino, la perdita del controllo assoluto su di lui e la capacità di delegare a qualcun altro il compito di educatori del proprio figlio.
Eppure, per il bene del bambino, si deve fare il possibile per affrontare questo inevitabile momento nel modo più sereno possibile, mostrandosi tranquilli e fiduciosi nei confronti di questa nuova esperienza. Diversamente, le ansie dei genitori finirebbero per aggravare i timori del bambino e la sua naturale diffidenza nei confronti di ogni forma di distacco dal guscio familiare.

In primo luogo i genitori si devono preparare a questo evento e per essere in grado a loro volta di preparare il bambino.

E’ bene parlargli già alcuni mesi prima dell’asilo, di cosa si tratta: raccontategli di quanto sia bello, del fatto che troverà tanti nuovi amichetti e che farà tante attività divertenti.

Meglio evitare di pronunciare troppo spesso frasi quali: “ora sei diventato grande”, perché il bambino potrebbe vedere la crescita in chiave negativa, come la causa di un distacco e della perdita della protezione della famiglia.

Qualche tempo prima, sarebbe bene portarlo all’asilo per fargli prendere famigliarità con questo nuovo ambiente. Serebbe anche importante, se è possibile, fargli conoscere le maestre. Anche per i genitori, stringere un buon rapporto con le educatrici è fondamentale. La fiducia che noi genitori accordiamo a chi si occupa del nostro bambino ricrea un ambiente familiare e rilassante. No quindi a gelosie e competizioni. Se il bambino capirà che c’è una buona intesa tra gli adulti vincerà più facilmente il timore della novità.

Iniziate per tempo ad abituare il bambino a quella che sarà la sua nuovo routine (ad esempio l’orario del risveglio mattutino, in modo che non vi siano poi grandi o repentini cambiamenti. Sarà bene quindi cominciare per tempo ad anticipare l’ora della nanna in modo che il momento della sveglia per andare a scuola venga accettato senza grossi problemi.

Una buona idea è quella di leggergli delle fiabe sui bambini che vanno a scuola per la prima volta e raccontargli le storielle più divertenti con protagonisti mamma e papà che da piccoli andavano all’asilo. Ad esempio raccontategli del vostro primo giorno di asilo.

Quando arriverà il gran giorno, mamma o papà (o entrambi) dovranno accompagnare il figlio all’asilo. Tenete presente che arrivando presto, tra i primi bambini, avrà la possibilità di vedere arrivare i suoi nuovi compagni e non si sentirà tanto osservato come se fosse l’ultimo.

Per quanto possa essere triste, non mentitegli. Non ditegli che andate a fare una commissione o che tornerete in poco tempo per rimanere lì con lui. In questo modo perderà fiducia in voi e in questo strano nuovo posto.

Durante il distacco, mostratevi sempre sereni e tranquilli. Se si mette a piangere o se non vuole separarsi da voi, non drammatizzate ulteriormente la situazione perché questo finirebbe per convincerlo che sta accadendo qualcosa di brutto. Lasciatelo rapidamente come se fosse qualcosa del tutto naturale.

Quando sarà ora di riportarlo a casa, siate puntuali: se si sente solo e abbandonato il primo giorno, sarà molto peggio quello successivo. E’ fondamentale mantenere le promesse per non tradire la sua fiducia e soprattutto per rassicurarlo del fatto che si tratta veramente di un distacco momentaneo. Tenete presente che un bambino di tre anni non ha ancora ben definito il senso del tempo e capisce solo valutazioni come: dopo la pappa, prima della nanna e così via…

Se il bambino ha difficoltà ad inserirsi nel gruppo può dipendere da vari fattori come un ambiente familiare teso, la paura dei coetanei o semplicemente il bisogno di tempo per assimilare la nuova realtà. E’ proprio il fattore tempo, infatti, a giocare un ruolo fondamentale nell’integrazione del piccolo e nel suo adattarsi alla novità.

In alcuni casi capita invece che vi sia una crisi in un momento successivo, nel corso dell’anno: succede se l’inserimento è stato un po’ precipitoso oppure quando passa l’effetto novità e interviene la nostalgia di “mamma”. In questo caso sarà comunque sempre importante rassicurare il bambino, cercare di capire se può esserci stato un motivo scatenante e, naturalmente, chiedere un colloquio con le maestre.

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di Manuela Brenna

Il 24 e 25 maggio 2008 presso il Campus Universitario di Parma si è tenuto un interessante convegno sulla vita prenatale e perinatale del bambino, vi hanno partecipato molte personalità del mondo scientifico internazionale.
I diversi contributi hanno arricchito a mio avviso il panorama complesso della maturazione psicomotoria del bambino, hanno apportato con ricerche ed esperienze lavorative altri elementi che spiegano sempre più scientificamente come l’individuo sia immerso e avvolto dall’ambiente delle relazioni prima e dopo la nascita, non solo chimiche, biologiche o neurologiche, ma anche e soprattutto affettive, comunicative e sociali.
Questo tessuto di messaggi forma una rete di connessioni che costituiscono fin dal concepimento la sensibilità tonica del nostro essere al mondo: unione creativa del corpo in relazione.
Riporterò un intervento in particolare che ha sottolineato ulteriormente quanto il periodo prenatale sia una fase determinante per lo sviluppo psichico del bambino e quanto la gravidanza per la madre possa diventare un’occasione di crescita personale.
E’ un fatto storico, il legame che s’instaura tra madre e figlio è un tema d’interesse universale.

continua!

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Dopo la nascita di un bambino può capitare che la donna non si senta così felice come pensava di essere. Al contrario, può sentirsi triste senza motivo, irritabile, incline al pianto, “inadeguata” nei confronti dei nuovi ed impegnativi compiti che la attendono.
Nella maggior parte dei casi questo stato d’animo e del tutto fisiologico e passeggero, nel giro di pochi giorni, questi sentimenti negativi passano e la donna può godere appieno della vicinanza del suo piccolo. Si parla in questi casi di “baby blues”, uno stato depressivo temporaneo e senza nessuna conseguenza. Si stima che circa il 70%-80% delle donne soffra di questo disturbo.

Ben più seria, e sicuramente da affrontare con l’aiuto di uno specialista, è la “depressione post-partum”, che colpisce circa il 10% delle donne che hanno avuto da poco un bambino. La depressione post parto può verificarsi indipendentemente dall’ordine di nascita del bambino: non è detto che una madre che non ne abbia sofferto in seguito alla nascita del primo figlio non possa soffrirne dopo la nascita di altri figli.

Nessuno sa dire con certezza che cosa provochi la depressione post parto. Certamente si possono identificare una serie di cambiamenti che avvengono dopo il parto e che possono portare ad uno stato depressivo.

1. Cambiamenti a livello fisico:

  • il livello di ormoni quali l’estrogeno e il progesterone cade drammaticamente nelle ore successive al parto;
  • può essere presente una spossatezza dovuta al travaglio e al parto o alla necessità di riprendersi da un intervento chirurgico in caso di taglio cesareo.

2. Aspetti emotivi che possono influire sull’autostima della donna e sulla sua capacità di affrontare lo stress del puerperio:

  • sensazione di inadeguatezza;
  • percezione di uno scarso sostegno da parte del partner;
  • aver vissuto di recente eventi stressanti importanti.

3. Credenze rispetto all’essere madre:

  • “La maternità è una questione di istinto”. Non è facile gestire un neonato. Alcuni aspetti della cura di un neonato vanno appresi, così come qualsiasi altra abilità nella vita;
  • “Mio figlio sarà perfetto”. Non sempre (o quasi mai) i bambini sono così come ce li siamo immaginati. A cominciare dall’aspetto fisico, per non parlare dei ritmi sonno-veglia, dell’alimentazione, etc;
  • “Sarò una madre perfetta”. Una donna può pensare di non essere all’altezza del suo compito, di essere inetta se non riesce a fare “tutto e bene”.

Sintomi della Depressione Post Partum

I sintomi che possono far sospettare una depressione post parto includono:

  • sentirsi quasi sempre irrequiete o irritabili;
  • sentirsi tristi, depresse o avere molta voglia di piangere;
  • non avere energie;
  • mal di testa, dolori addominali, tachicardia, difficoltà a respirare;
  • insonnia;
  • inappetenza e perdita di peso;
  • mangiare in maniera eccessiva e soprappeso;
  • difficoltà di concentrazione e di memoria, difficoltà nel prendere le decisioni;
  • preoccupazione costante nei confronti del bambino (in assenza di problemi oggettivi);
  • disinteresse nei confronti del bambino;
  • sentimenti di colpa e di disistima;
  • timore di poter fare del male al bambino o a voi stesse;
  • perdita di interesse o piacere in ciò che si fa.

Cosa può fare una donna che sta sperimentando questi sintomi?

Innanzitutto, se lo stato depressivo è serio e interferisce con lo svolgimento delle nostre attività quotidiane, non esitiamo a rivolgerci ad uno specialista. Potrebbe essere anche necessario assumere dei farmaci per un periodo.

E’ importante affrontare seriamente la depressione post parto perché può avere delle conseguenze a lungo termine sulla vita della donna che la sta sperimentando e su quelle della sua famiglia, soprattutto del neonato.

Se invece stiamo sperimentando alcuni dei sintomi su elencati ma essi non interferiscono pesantemente con la nostra vita quotidiana ecco cosa possiamo fare per evitare che il nostro stato depressivo si aggravi e per ritrovare il benessere perduto:

  • cerchiamo qualcuno con cui poter parlare di come ci sentiamo. Parlare con altre mamme e sentire che non siamo sole può aiutarci a vivere il nostro stato d’animo in maniera diversa;
  • prendiamoci del tempo per stare con il nostro partner e parlare di quanto sia cambiata la nostra vita. Esprimiamo sinceramente i nostri sentimenti e le nostre preoccupazioni;
  • lasciamo che amici e parenti ci diano una mano nella gestione della casa e del bambino. Facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon);
  • prendiamoci del tempo per noi stesse, anche solo 15 minuti al giorno. Possiamo leggere, dedicarci a creare qualcosa, fare un bagno, meditare, insomma dedicarci a qualcosa che ci dia piacere e ci rilassi;
  • cerchiamo di riposare. Approfittiamo dei momenti in cui il piccolo dorme;
  • facciamo attività fisica. E’ sufficiente fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di “aver preso aria”, arrecherà un immediato benessere psicofisico;
  • rilassiamoci. Respiriamo profondamente e facciamo ricorso ad immagini rilassanti, per ritrovare uno stato di calma e serenità;
  • nutriamoci bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura. Limitiamo l’uso di caffeina, alcol e zuccheri;
  • teniamo un diario. Scrivere dei nostri sentimenti ed emozioni può essere un modo per “scaricarci”. Appena ci sentiremo meglio potremmo rileggere il diario e notare i progressi fatti;
  • accontentiamoci di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori;
  • ricordiamoci che è normale sentirci sopraffatte dai tanti nuovi impegni. Ci vuole del tempo per adattarsi ai cambiamenti che un figlio comporta;
  • soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva.

Ecco cosa possiamo fare praticamente per mantenere questo legame:

  1. allattiamo spesso (ogni 2-3 ore), appartandoci in un posto tranquillo in cui sappiamo che non saremo disturbate. Rilassiamoci, cerchiamo di godere del contatto con il bambino, guardandolo negli occhi. Lo stesso vale se il nostro bambino non è allattato al seno, ma con il biberon, lasciando però trascorrere il tempo necessario tra una poppata e l’altra;
  2. facciamo in modo che il bambino possa riposare in un luogo tranquillo e approfittiamone per riposare anche noi insieme a lui. Il riposo è fondamentale per entrambi;
  3. prendiamo spesso in braccio il bambino e parliamogli dolcemente. Cambiamogli spesso il pannolino, facciamo in modo che non senta troppo caldo o troppo freddo;
  4. coinvolgiamo il partner, parenti e amici nella cura del bambino;
  5. se abbiamo già un bambino, ricordiamoci che potrebbe soffrire per la quantità di attenzioni prestate al nuovo arrivato. Prendiamoci del tempo per stare con ognuno dei bambini e dimostriamo ad entrambi il nostro affetto. Incoraggiamo il bambino più grande a prendersi cura o a giocare con il neonato;
  6. non rintaniamoci in casa: uscire con il nostro bambino farà bene ad entrambi;
  7. se ci sentiamo sole, stanche, frustrate o arrabbiate, lasciamo pure il bambino a qualcuno di cui ci fidiamo e prendiamoci del tempo per noi stesse. Non sentiamoci in colpa per questo. Solo se saremo serene potremo trasmettere benessere e serenità ai nostri figli: quindi facciamo del nostro meglio per farci del bene.

Dott.ssa BERNABEO Maria

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LA CASA DELLE REGOLE

Delle sconvolgenti trasformazioni che hanno caratterizzato questi ultimi decenni ho parlato fin troppo nelle prime parti di questa raccolta. Mi basterà perciò ribadire che la decadenza epocale non è la causa del malessere delle persone, bensì l’effetto del degrado interiore in cui gli uomini e le donne di questa epoca sono precipitati. È nell’anima di ogni singolo essere umano, infatti, che si svolge la vera battaglia e sono gli effetti di quest’ultima che si manifestano poi nel mondo connotando l’arte, la cultura, la politica, l’economia e l’insieme delle relazioni sociali. Tutto questo, però, torna poi a riflettersi e a condizionare l’anima umana, in un feed-back che non presenta nessuna facile soluzione di continuità. È sempre molto difficile, infatti, poter individuare il punto in cui ogni volta, nella vita di ogni singola individualità, potrebbe essere collocato l’inizio della sua personale responsabilità. L’inizio del proprio farsi libero.

Quello che è certo è che ora come ora viviamo tutti all’interno di un processo morboso aggressivo e virulento che metterà a dura prova la nostra capacità di autocoscienza.

Un processo morboso di questo tipo è quello che oggi sta corrodendo e devastando l’anima della donna moderna occidentale.

È ovvio – ma voglio sottolinearlo bene - che questa è una generalizzazione estrema che volutamente trascura tante singole, straordinarie eccezioni delle quali, per altro, sono spesso stato testimone. Così come spero sia altrettanto ovvio (e basterà leggere il successivo articolo di questa raccolta) che neanche l’uomo moderno occidentale se la passa poi tanto bene.

Ma il tradimento di se stessa inconsapevolmente operato dalla donna moderna rappresenta, proprio oggi e - oserei dire - oggi più che mai, una perdita incommensurabile per la nostra civiltà.

Non a caso, infatti, nei primi anni del dopo guerra, mentre il mondo si riprendeva a stento dalla barbarie di cui era stato protagonista, un folto numero di intellettuali, scienziati ed artisti si era ritrovato a Stoccolma per firmare un manifesto in cui si auspicava la rinascita del Principio Femminile. Da troppi secoli oramai il Principio Maschile dominava il mondo, influenzando con il proprio peculiare paradigma la lettura stessa della realtà. La cultura, la religione, la politica, la scienza, l’economia… tutto si era piegato ad essere espressione unilaterale dell’uomo al potere, ed essendo il Maschile, per sua intrinseca natura, grezzo, volubile, possessivo, dominatore, distruttore, spirito inquieto e mai pago se non stemperato e addolcito dalla presenza del Femminile al suo fianco, si auspicava che i tempi fossero maturi perché le cose cambiassero e che la tolleranza, la condivisione, la sensibilità, la collaborazione, lo spirito di conservazione e la spinta alla vita, proprie del Femminile, potessero infine riemergere dal limbo in cui la prepotenza maschile le aveva relegate.

Ci vollero anni… ma alla fine qualcosa si mosse. La donna uscì dal ristretto ambito domestico dove era stata esiliata e a forza si riappropriò del diritto al voto, all’istruzione, al lavoro e, in una certa misura, anche del proprio corpo. Nei primi anni, dopo lo storico ’68, l’Europa si incendiò… la donna cominciò a fare sentire la propria voce, e anche se all’inizio era pregna di un traboccante rancore nei confronti dell’uomo che per secoli l’aveva reclusa (ricordate gli slogan di allora: “…Tremate, tremate, le streghe son tornate” ?) era auspicabile che in seguito avrebbe ben indirizzato la sua lotta. L’assolutismo patriarcale, e non l’uomo in quanto tale, avrebbe dovuto essere il suo nemico. E i paradigmi maschili riconosciuti appunto come unilaterali, parziali, provvisori… erronei perché in definitiva incompleti.

Per un approfondimento di questa rivoluzione tanto attesa quanto auspicata il lettore interessato potrebbe consultare il libro di F.Capra : “Punto di svolta”, edito da Adelphi.

È in questo momento storico, delicatissimo, che l’autocoscienza femminile registrò un calo di lucidità e anziché immergersi nel doloroso processo di ri-appropriazione di tutte quelle modalità e capacità e qualità che connotano appunto l’identità del genere femminile – ma potrei anche dire l’Archetipo del Femminile – finì per perdere se stessa all’interno di una sterile lotta volta a competere con l’uomo sulla base di modalità, capacità e qualità che erano intrinsecamente maschili.

In altre parole la donna, anziché emergere alla ribalta del mondo mettendo sotto accusa e condannando gli stereotipati paradigmi con i quali il maschile ha sempre letto, interpretato e soprattutto manipolato il mondo, oramai da 2500 anni circa, si è ritrovata implicitamente ad avallarli nel momento stesso in cui si è illusa di poter affermare se stessa accettando di scendere in competizione con l’uomo combattendo con le sue stesse armi e sul suo stesso terreno. E magari, in moltissimi casi, riuscendo benissimo nel proprio intento: ma con ciò, paradossalmente, riconfermando la supremazia dei paradigmi maschili in quanto tali. Quanto più schiacciante è stata infatti la vittoria della donna sull’uomo nei campi dell’istruzione, del lavoro, della politica, del potere, dell’economia e del sesso, proprio perché ottenuta grazie all’uso acritico e indiscriminato dei paradigmi maschili, tanto più perdenti ne sono risultati quelli femminili.

In psicodinamica questo processo è molto ben conosciuto: viene chiamato “Identificazione con l’aggressore”, e sospettiamo che tragga la sua logica all’interno di una valutazione psico-economica tutto sommato corretta, anche se perversa. Il meccanismo infatti è difensivo sul piano energetico, perché anziché spingere la vittima a spendere le proprie risorse in una lotta dall’esito incerto contro il proprio aguzzino (percepito comunque, dal proprio stato di asservimento protratto, come Grande e Potente), favorisce invece una identificazione con lo stesso, con ciò evitando lo scontro diretto. Se guerra ci sarà, sarà condotta allora con le stesse armi, all’interno degli stessi parametri di valutazione, in ossequio degli stessi principi ma, in definitiva, senza osare contrapporsi allo spirito che anima il proprio nemico. Con ciò scongiurando i pericoli – soprattutto emotivi - di una più autentica e profonda contrapposizione.

Anche in criminologia, oltre che nella pratica clinica, questo meccanismo è ben conosciuto, ma della sua operatività nel tessuto storico sociale della nostra epoca nessuno ha mostrato di accorgersi. Almeno fino a qualche decennio fa, quando Vandana Shiva, direttrice della Research Foundation for Science and Technology and Natural Resource Policy, attuale leder del movimento femminile indiano e una tra le personalità più in vista del movimento ecologico internazionale, denunciò con una lucidità di pensiero senza precedenti tutte le ingenuità e gli errori del movimento femminista occidentale.

Secondo Schiva le crisi prodottesi in questi ultimi decenni, e quelle che presto seguiranno, non potranno mai essere risolte all’interno di quello stesso paradigma che le ha generate. La loro unica soluzione sta nelle categorie di percezione, pensiero e azione proprie del Femminile. “Il potenziale rivoluzionario e liberatorio del recupero del principio femminile sta nella capacità di quest’ultimo di sfidare concetti, categorie e processi che hanno causato la minaccia della vita, fornendo categorie antagoniste…”

In pratica tutto il contrario di quello che è accaduto fino ad ora… almeno in occidente. Lentamente, ma progressivamente, la donna è andata infatti maschilizzandosi accogliendo la sfida dell’uomo ad affermarsi usando i principi, i valori e le regole di gioco proprie di quest’ultimo. La giustificazione dialettica dell’imbroglio le è stata servita su un piatto d’argento: in un tessuto sociale dominato dalle leggi maschili, se si vuol emergere occorre emulare il proprio avversario e, se possibile, superarlo in spietatezza.

Era esattamente quello che non doveva accadere. La speranza – come ho già detto - era che le più forti e dotate personalità del mondo femminile emergente riuscissero finalmente ad affermarsi all’interno dell’incartapecorito mondo maschile, proponendo al mondo una visione alternativa della realtà e della vita. Alternativa, cioè Altra, proprio perché radicalmente diversa.

E invece, le donne in politica si sono dimostrate ben più assetate di potere dei loro colleghi maschi, le donne manager ben più fredde, calcolatrici e spietate; quelle approdate a ruoli di controllo (poliziotti, vigili urbani, funzionari di stato) ben più severe e rigide; e infine quelle assurte alla celebrità (attrici, cantanti, presentatrici e vallette varie) ben più ciniche, sfrontate e sguaiate. Il culto della personalità, che domina la scena culturale di questo nostro decadente momento storico, giustifica ogni aberrazione.

Straordinaria – a questo proposito – la sconsolata testimonianza che uno dei più acuti osservatori del nostro tempo ha lasciato su questa spietata guerra dei sessi. Bastano due sole pagine – tra l’altro bellissime - a Tiziano Terzani per testimoniare come: “Tutto quello che la mia generazione considerava “femminile” è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.”

Solo che, mi permetto di far notare, quello che la “sua generazione” considerava femminile, non era affatto relativo e culturale (come si potrebbe essere tentati di ritenere), bensì qualcosa che ancora, all’epoca della sua generazione, era radicato nel tessuto vivente dell’Archetipo del Femminile, e perciò - in quanto tale - trans-personale e trans-culturale. E se la globalizzazione, con l’immiserimento culturale di cui è promotrice, riuscirà nell’intento di obnubilare la memoria della donna moderna e a separarla per sempre dalle sue radici (ammesso che tale operazione possa davvero riuscire), il prezzo che tutti noi pagheremo sarà salatissimo.

Se ne mostra consapevole un’altra giornalista, Ariel Levy, newyorchese, che nel suo più recente libro-inchiesta oltre a domandarsi: “Perché siamo preda di una specie di mistica maschile, convinte che essere mascoline sia una vera avventura, e che la cosa migliore a cui una donna può aspirare è essere arrapante?”, denuncia poi lo stato di “scollamento” di sé (schizoidismo) e atrofia emotiva in cui a ben vedere si trovano la maggior parte delle giovani donne da lei incontrate e intervistate. Donne giovani, belle, apparentemente libere, moderne, spregiudicate e sorridenti… ma che nascondono sotto questa maschera accattivante una desolazione senza precedenti. Perché il rovescio della medaglia dell’affermazione di sé usando qualità maschili è quello di raggiungere lo stesso grado di affermazione esaltando le proprie potenzialità estetiche. In apparenza questa potrebbe sembrare una modalità femminile… e invece, ancora una volta, si tratta di servile accondiscendenza alle aspettative immaginifiche e stereotipate del maschile.

Siamo lontani anni luce dal riconoscimento del significato profondo del valore della Bellezza e dalla capacità di offrirla in dono all’uomo che mostrasse di meritarla.

Oggi la bellezza femminile, disgiunta da qualunque corrispondenza interiore, è perseguita invece come un ideale fine a se stesso, con qualunque mezzo e a qualunque prezzo (diete, digiuni, turni massacranti di palestra, massaggi, chirurgia plastica), per essere poi usata come merce di scambio per la notorietà, la ricchezza o il potere.

I programmi televisivi e i rotocalchi sono strapieni di ragazzine più o meno prive di scrupoli - “veline”, “letterine”, “postine” e vallette varie - che si contendono gli spettacoli più importanti e la prima pagina dei giornali a forza di comportamenti tresch, abiti succinti e calendari dove posano nude. Poco più che adolescenti, spesso di una stupidità imbarazzante, ma a cui vengono aperte le porte di importanti rubriche e fatte parlare come se il loro pensiero (e non invece le loro tette) potesse davvero essere interessante.

“ Come è possibile – si chiede Pinco Palla nel suo recente libro: Ancora dalla parte delle bambine – che la massima aspirazione delle figlie di donne che si sono battute per tutta la vita per i diritti femminili, sia solo quella di mostrare il culo in una qualunque trasmissione televisiva?”

E’possibile perché le loro madri hanno combattuto una battaglia sbagliata. Perché quelle madri non seppero comprendere la profonda diversità ontologica del genere femminile da quello maschile, e la assoluta necessità – per realizzare una autentica armonia sociale – che ognuno dei due generi riuscisse infine a donare all’altro, con fierezza ed orgoglio, ciò di cui è il solo e unico depositario.

E’ avvenuto il contrario: una parte delle donne moderne si sono irrigidite in ruoli maschili. Quelle restanti si sono perdute in un estetismo nauseante all’interno del quale – come se non bastasse – si offrono con una superficialità e una disinvoltura che non appartiene alla loro natura.

Come terapeuta, non so più quante testimonianze mi sono state fatte in tal senso: incontri fugaci, occasionali… sesso spregiudicato e disinvolto… per mostrarsi libere, sicure, moderne… a cui seguivano ore e ore di bagni e docce compulsive, depressione e un’infinità di lacrime amare.

Sex and the city – scrive sempre Ariel Levy - ne ha fatti di danni…

Ma come è potuto accadere tutto questo?

Cosa ci è successo a tutti quanti?

Eppure… cultura ne avevamo. Guardo trasognato la mia libreria e riconosco i libri – e nei libri i pensieri – che soltanto pochi anni fa credevo potessero contagiare il mondo:

“I misteri della donna” e “La strada della donna” entrambi di Esther Harding, una delle più creative allieve di Jung. “La psicologia della donna” di Helene Deutsch. “Animus e Anima” di Marie Louise Von Franze. E poi i recentissimi “La donna ferita” e “La via al matrimonio” di Linda Leonard. “Amo a te” di Luce Irigaray. “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. Insomma: una molteplicità di riflessioni e approfondimenti sulle radici ultime del Femminile indagato al di là di qualunque particolarismo storico, culturale o religioso, oltre ogni limite individuale, per consentire poi, ad ogni singola donna, di scoprire, se non addirittura inventare, la forma unica e originale con la quale manifestarLo e manifestarsi nel mondo.

E che dire poi delle straordinarie, archetipiche figure di donne emergenti dalle pagine dei numerosi romanzi di Isabel Allende, Gioconda Belli, Carmen Martin Gaite, Karen Blixen, Erica Jong, Fatima Mernissi, Kuki Gallemann,

Ma se è vero che il nostro mondo è ammalato, se è vero che la nostra epoca sta decedendo, forse una delle principali responsabilità risiede appunto nella cerebralità del pensiero moderno. Di fatto il nostro pensiero è diventato astratto, si è come scollegato dal sentimento e dalla volontà cui una volta era in un certo qual modo congiunto, con ciò risultando poi del tutto impotente a trasformare il mondo pur sulla base di una accurata cognizione dello stato delle cose.

Non credo sia la consapevolezza a mancare. Essa appare e scompare, anche se più o meno diafana, nella coscienza della maggior parte degli uomini e delle donne moderne.

Quello che manca è il coraggio di viverla.

Ed è quantomeno sorprendente, allora, rintracciare manifestazioni naturali di coerenza archetipale presso la maggior parte di quelle civiltà che noi occidentali, dall’alto della nostra arrogante prosopopea, ci ostiniamo invece definire “primitive”.

L’Africa, in tal senso, è un vero e proprio deposito vivente di simboli ed archetipi che, in un qualche modo, hanno come resistito all’attacco sterminatore della cultura occidentale. Difficile dire per quanto tempo ancora le sue popolazioni riusciranno a conservare inalterate le proprie tradizioni, i propri culti e misteri. Forse è solo questione di pochissimo.

Fatto sta che presso la maggior parte di queste popolazioni è ancora possibile osservare e quasi “toccare con mano” la funzione archetipica svolta dalla donna in seno alla società. Basta allontanarsi dalle capitali e dalle grandi città (dove tutto è andato perduto)… immergersi con discrezione nella vita vissuta dei più anonimi villaggi… anche per breve tempo… e agli occhi di chi vuole e sa vedere appariranno allora aspetti a dir poco sorprendenti.

È quello che sperimentai, solo alcuni anni or sono, in territorio senegalese: il ruolo centrale della donna nel pur delicato equilibrio della società nella quale è inserita. Anch’essa, come la donna occidentale, lavoratrice instancabile ma, a differenza di quest’ultima, solo dedita a quelle fatiche quotidiane che da tempo immemorabile la individuano: la cura della Terra, la preparazione del cibo, l’allevamento dei figli, la pratica della magia e la produzione artistica. Oh… so bene che queste delimitazioni, osservate nell’ottica della donna moderna occidentale, abituata a percepirsi senza più limite alcuno, potrebbero essere interpretate come la riprova dell’ancora attuale emarginazione e sfruttamento della donna africana. Ma posso assicurare che così non è, perché il riconoscimento delle differenze (fisiche, psicologiche e spirituali) tra uomo e donna, e la divisione degli ambiti di occupazione che ne può scaturire, non ha mai rappresentato il vero problema, mentre lo è l’atteggiamento interiore con cui tali differenze sono state elaborate e con cui alla fine sono vissute. In Africa c’è un che di nobile, una sorta di consapevolezza aristocratica in ogni donna che, a seno scoperto, allatta il proprio figlio, in ogni luogo e in qualunque occasione. E ogni madre, in Africa, è tenuta in sommo rispetto dagli uomini tutti, che in lei avvertono, sentono e percepiscono ancora con forza la presenza della Natura, delle forze viventi della Dea Madre Universale.

Forse perciò non a caso così recita la bella poesia di Leopold Sedar Senghor, nella quale la donna, la terra e la natura si sovrappongono e si confondono fino a poter essere scambiate l’una con le altre:

Femmina nuda, femmina nera

Vestita del tuo colore, che è la vita

Della tua forma che è la bellezza.

Io sono cresciuto alla tua ombra;

la dolcezza delle tue mani ha benedetto i miei occhi.

Ed ecco che nel picco dell’Estate e del Mezzogiorno

Io ti scopro,

terra promessa,

dall’alto di un alto colle calcinato,

e la tua bellezza mi trafigge il cuore

come il grido di un’aquila.

(traduzione dell’autore)

Ma ancor più sorprendente, in Mali, fu la scoperta della “Casa delle regole”, istituzione ancora attiva presso quasi tutti i villaggi della oramai ben conosciuta Falesia Dogon.

Su questo popolo – i Dogon, o anche i Figli delle stelle, come loro stessi amano definirsi, per via della presunta origine dei loro Dei da uno dei corpi celesti della “cintura di Orione” (Sirio B), scoperto solo di recente – è stato detto e scritto di tutto. Non avrebbe perciò senso riassumere e impoverire ciò che M.Griaule ha così magistralmente descritto nel suo celeberrimo: “Dio d’acqua”. Né tanto meno avrebbe senso tornare a descrivere la consapevolezza di sé, la fierezza e la spregiudicatezza espresse dalle donne dogon, raccontata con altrettanta perizia dal nostro Vittorio Franchini nel suo saggio: Mali – viaggio tra i Dogon, edito dalla Polaris.

Potrebbe invece valere la pena, ai fini di questo articolo, soffermarsi sul fatto che all’interno della cultura dogon sia conservata ancora perfettamente attiva l’usanza della Casa delle Regole o, per capirci meglio, la Casa delle Donne Mestruate.

Ricordo, quando arrivai a Sanga, uno dei villaggi della falesia, e mi venne indicata la collocazione della casa, ebbi quasi una folgorazione: i miei occhi potevano ora contemplare la sopravvivenza di quella dimensione simbolica, ma nello stesso tempo reale, del Femminile di cui avevo tanto studiato da giovane nei testi di E.Harding. Qui, tra i Dogon – come d’altronde presso alcuni altri popoli africani – le donne, come accadeva nella notte dei tempi, durante il periodo delle mestruazioni abbandonano la famiglia e qualunque altra loro occupazione per ritirarsi in una dimora apposita e qui soggiornare, accudite e “coccolate” dalle proprie compagne.

Questo perché, in ossequio alla propria tradizione cosmogonica, gli uomini ritengono “impure” le donne durante questo periodo e tabù anche soltanto sfiorarle. Di fatto nessun uomo può avvicinarsi alla casa, all’interno della quale – per quanto è dato loro capire e al di là di una blanda svalutazione derisoria, tipica del Maschile - .si celebrano i Misteri del Femminile, legati alla conoscenza del sangue, della vita e della morte.

Posso immaginare quanto questa consuetudine tribale possa stupire, se non addirittura irritare, una donna moderna ed evoluta che sia completamente digiuna delle radici simboliche di questa pratica. Come facilmente la possa scambiare per una segregazione offensiva ed umiliante in ottemperanza a stupidi precetti igienici maschili.


E invece, niente di tutto questo. Perché la pratica dell’allontanamento della donna dal consesso sociale durante il periodo delle mestruazioni – pratica che in passato era diffusa quasi ovunque – affonda le sue radici in un doppio ordine di fattori: uno simbolico e l’altro biologico.

Sul piano simbolico la donna una volta intuiva, avvertiva, percepiva, sentiva e dunque viveva la relazione che un tempo l’aveva collegata con la Luna e le sue fasi. Si sentiva in relazione con le forze germinatici e lussureggianti dell’astro argentato e partecipava perciò sentitamente al periodico lutto rappresentato dal flusso mestruale. Se ogni fecondazione era vissuta infatti come la ri-creazione di un nuovo, piccolo universo, il sangue mestruale rappresentava allora il fallimento di quella possibilità. Una sorta di collasso cosmico interno, periodico, ma non per questo meno doloroso. Era come se delle possibilità fossero andate deluse. L’occasione di una nuova vita fosse andata perduta. E le forze vitali, che avrebbero potuto e dovuto plasmare il “nuovo mondo” fino a dargli una sembianza umana individuale, fossero allora implose, destrutturandosi e contagiando in tal modo qualunque altro campo di forze con cui fossero venute a contatto. Insomma, sarebbe come se la ciclica caotizzazione interna del corpo femminile avesse il potere di caotizzare, attraverso il contatto, il mondo circostante.

Già immagino i sorrisini scettici…. o le accuse di ingenuità e di stupida superstizione che una tale credenza è in grado di promuovere tra tutti noi, smaliziati uomini e donne dell’epoca dei lumi. Immagino lo scetticismo con cui oggi verrebbero accolte testimonianze come quelle che io stesso ho ricevuto, da donne moderne, che raccontano di non poter curare le proprie piante durante il periodo mestruale… pena la salute delle piante stesse.

Lo immagino, perché qualunque cosa oggi pretenda di essere considerato vero e reale, deve poter essere sempre verificabile e soprattutto misurabile. È difficile comprendere che quello che è vero e reale, in questi casi, è il sentimento di disgregazione interiore o, se vogliamo, di lutto che le donne più sensibili possono ancora avvertire, e che ha una sua precisa collocazione all’interno dell’Archetipo del Femminile.

Questa considerazione ci porta al secondo punto: alla consapevolezza intuitiva, nella donna antica, della tempesta ormonale di cui il ciclo mestruale è promotore. E qui, finalmente, la scienza moderna concorda: durante la mestruazione nel corpo della donna si verifica una effettiva modificazione dei valori ormonali e metabolici. E siccome l’anima si esprime, si manifesta e vive nel corpo, consequenziali sono gli sbalzi d’umore: improvvisi, irrazionali, più o meno violenti.

Consequenziali, dicevamo, ma non per questo comprensibili… soprattutto da parte degli uomini.

Straordinaria, allora, l’usanza antica della donna di emarginarsi in un luogo – la Casa delle Regole - dedicato a questi momenti particolari della sua vita: per ritirarsi dalle incombenze quotidiane, spesso assai gravose, e nascondersi nella propria intimità. Per riposare. Morire e rinascere. Piangere e poi ridere subito dopo, accompagnata dalla presenza solerte delle altre che, come lei, sanno…

Noi chiamiamo “primitive” queste culture.

Ma io ripenso a quante donne ho ascoltato, in tutti questi anni, confidarmi con imbarazzo le pene vissute in “quei” giorni: per la perdita di controllo emotivo, per dei gesti inconsulti e ai loro stessi occhi inspiegabili, per i malesseri e i dolori a cui andavano incontro e – soprattutto – per la difficoltà insuperabile di sentirsi comprese e rassicurate. Penso alle amenorree e alle dismenorree feroci, devastanti, delle “donne in carriera” che non possono concedersi un solo giorno di riposo per non dare soddisfazione ai loro rivali maschi. Penso alla difficoltà quasi sempre insuperabile che incontro quando mi sforzo di far prendere coscienza a queste donne delle sacrosanti ragioni delle proteste del loro corpo; o dei validi motivi che avrebbero per esigere – esigere! Avete letto bene – che il “diritto del lavoro” riconoscesse questa componente fondamentale della loro natura. Almeno come la maternità, o l’allattamento, per i quali sempre troppo pochi giorni vengono riconosciuti.

Penso a tutto questo… e mi chiedo: sono davvero loro i primitivi? Sono primitive queste donne africane che ogni mese, ciclicamente, celebrano la propria femminilità? Che se ne vanno in giro ovunque, con i bambini sulle spalle, e la cui fierezza traspare ad ogni gesto, ad ogni sguardo, ad ogni sorriso? Sono loro i primitivi… o siamo noi?

Piero Priorini

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Come ho detto nel precedente articolo, in questa tecnica la mente rimane vigile ed attenta. Questa condizione è fondamentale, perché altrimenti, se la mente si addormenta, cade nel sonno incosciente.
Sicuramente avete sperimentato di persona che non è facile tenere la mente concentrata ed attenta per troppi minuti, in genere essa tende a sfuggirci e a volare con la fantasia su questo o quell’altro pensiero.
Ancora una volta ci viene in aiuto la costanza e la pratica: più ci esercitiamo più sarà facile osservare il flusso delle immagini senza perdere il loro controllo, che significherebbe sprofondare nel sonno incosciente.
Come ho già espresso l’importante è restare vigili, cercando di essere degli osservatori attenti alle nostre fantasie e dei nostri pensieri.
Il training autogeno offre una valida alternativa per eliminare gli stati squilibrio psicofisici per mezzo dell’autocontrollo e della forza di volontà.

Chiudete gli occhi e fate dei respiri profondi ed ampi, ascoltate il vostro respiro, sentite l’aria che entra ed esce dal vostro corpo e rilassatevi sempre di più.
Sentite a mano a mano che i muscoli del vostro corpo diventano sempre più rilassati, continuate a respirare profondamente e regolarmente.
Mentre il vostro corpo diventa sempre più rilassato, iniziate a concentrare il vostro pensiero ad un immagine – un ricordo a voi molto piacevole molto rilassante.
Continuate a mantenere il vostro respiro profondo e regolare e la vostra mente totalmente concentrata su un immagine, un ricordo.
E’ molto bella piacevole rilassante. Il vostro respiro è calmo e regolare e la vostra mente è totalmente concentrata su questa immagine.
Una piacevole sensazione di tranquillità invade il vostro corpo e la vostra mente.

Questo allenamento va effettuato almeno due volte al giorno, per far sì che quando dovrete realizzarlo durante il travaglio il vostro livello di auto concentrazione sarà ottimale.
Molto importante è scegliere una immagine a cui voi siete molto legati e sviluppate tutto il vostro allenamento sempre sulla stessa immagine, elemento importante poiché producendo questo tipo di allenamento per alcune settimane precedenti il parto sarete opportunamente allenate ed mentalmente pronte a gestire la tensione che la paura vi produce.

Buon allenamento.

Dott. Maria Bernabeo

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Divenire madre è uno degli eventi a cui ogni bambina, ogni adolescente e ogni donna vive come l’identificazione con la propria madre.

Sono passati decenni quando le nonne raccontavano questo evento alle loro figlie e alle nipoti, come qualcosa di brutale e tragico da cui non ci si può esimere : “Soffrirai con dolori insopportabili che ti faranno fare e dire cose al di fuori della tua volontà, dopo che sarà nato tutto verrà dimenticato”.
Durante i miei corsi di psicoprofilassi al parto ho sempre cercato di ridefinire questo arcaico messaggio ancora molto presente nella nostra cultura.

Cosa avviene durante il travaglio da parto? Fisicamente si ha la contrazione ritmica del muscolo uterino che con la pressione della testa del feto assume un diametro che deve favorire il passaggio fetale, questo meccanismo produce un accumulo di acido lattico che dà al cervello lo stimolo della sensazione del dolore.

In natura il cane, il gatto per partorire i propri cuccioli hanno il nostro stesso sistema, essendo mammiferi, ma a differenza dell’umano mantengono un comportamento più idoneo. Perché?In loro non subentra la parte emotiva “ la paura”.

La maggior parte delle donne quando inizia il travaglio si fa vincere dalla paura, ogni contrazione è accompagnata da irrigidimento come se la si volesse mandare indietro per non sentirla, questa cattiva sinergia produce un acutizzazione della percezione del dolore ed un rallentamento della fase di dilatazione.
La prima cosa da sapere, è, mantenendo un adeguato controllo durante il travaglio da parto, si ottiene un duplice scopo:

- rendere il travaglio più veloce;

- aiutare nostro figlio a nascere con meno fatica e complicazioni.

Come possiamo riuscirci? Producendo un buon autocontrollo.
Bisogna non dimenticare che il nostro cervello riesce ad interagire con tutti i sistemi del nostro corpo, se tramite esso, riusciamo a controllare la paura la soglia del dolore percepito sarà quello reale e quindi gestibile.

Tutto ciò si rende possibile attraverso l’apprendimento della tecnica del Training autogeno con il quale si controlla il meccanismo che regola l’alternanza tra tensione e distensione.
Il modo in cui si produce suddetto meccanismo è la suggestione, sotto la suggestione vengono modificate le nostre percezioni e le funzioni fisiologiche: ci può capitare, se aspettiamo una telefonata importante, di immaginarci che il telefono suoni e intanto, il cuore batte più forte.
La suggestione utilizzata in un corso di psicoprofilassi è terapeutica poiché tramite essa deviamo la paura collegata al travaglio ad un immagine ricordo a noi piacevole.
Nel preparare le future mamme al travaglio, bisogna insegnar loro il meccanismo per cui una suggestione proveniente dall’esterno diventa autosuggestione.
Il corretto apprendimento della tecnica di auto rilassamento e rivolgendo la nostra suggestione ad immagini piacevoli e rilassanti riusciamo ad ottenere un corretto rapporto contrazione – dolore.

Quanto detto, si ottiene attraverso un allenamento costante; per ottenere un corretto comportamento durante il travaglio è importante iniziare questa autoeducazione dal settimo mese di gestazione fino al parto, una madre comportandosi in maniera matura durante il travaglio depone il primo mattone di amore responsabile verso colui che dal momento del concepimento è vissuto grazie a lei; loro nascendo vivono la loro prima vera difficoltà, facciamo che sia soltanto quella prodotta dalla natura, non aumentiamo il loro disagio grazie al nostro egoismo.

Dott. BERNABEO Maria

James Hillman, forse uno dei più illuminati psicoterapeuti della nostra epoca, giunto oramai alla soglia della saggezza, scrive:
- Cento anni di psicoanalisi, e il mondo va peggio che mai…
Difficile dire se il grande maestro volesse essere ironico, cinico o soltanto provocatorio… ma, in tutti i casi, come dargli torto? Se devo giudicare da quello che io stesso ho sperimentato durante trent’anni di attività psicoterapica, e da quello che sento, parlando con molti dei colleghi che per lavoro mi capita di incontrare, le cose sono effettivamente molto peggiorate. E non tanto, o non solo, per il degrado culturale che negli ultimi anni è come se avesse ulteriormente ottenebrato la coscienza collettiva, non tanto, o non solo, per la perdita pressoché totale di idee, di valori, di significati e di progetti esistenziali, ma anche e soprattutto per una sorta di indebolimento grave di quella che potrebbe essere definita la struttura di base della personalità dell’uomo moderno occidentale. O anche, se vogliamo cambiare immagine di riferimento, per un indebolimento grave dell’Io, intesso appunto come nucleo centrale della personalità.
Paura, insicurezza, ansie di vario genere e gravità, dipendenze affettive, pessimismo, sfiducia, mancanza di entusiasmi e depressione sembrano dilagare senza trovare ostacoli e, in misura maggiore o minore, interessare la quasi totalità della popolazione. Al punto da creare quasi noncuranza, sulla base di un “mal comune” che essendo sotto gli occhi di tutti non può non determinare una sorta di tacita rassegnazione. Chi ne sfugge non è sempre in virtù di una centralità dell’io armonica e vitale, bensì molto spesso grazie soltanto ad un egocentrismo patologico volto all’affermazione incondizionata di sé: nella professione, nello sport, nel mondo economico, nello spettacolo… perfino nell’amore.
Ma che cosa sta accadendo?
O, meglio, che cosa è accaduto? Che cosa ha trasformato così drasticamente l’essere umano, soprattutto quello moderno-occidentale (non a caso mi ripeto), da renderlo quasi irriconoscibile ai suoi stessi occhi?

Io non sono un sociologo, e la mia esperienza di terapeuta, per quanto vasta la si possa immaginare, non potrebbe mai essere considerata valida al livello statistico… eppure mi permetto di credere che da un certo punto in poi della nostra storia qualcosa di grave abbia compromesso, e continui tutt’ora a compromettere, le primissime fasi del processo evolutivo psicologico dell’uomo contemporaneo. Quelle fasi che vanno dal parto vero e proprio ai primi tre, quattro o cinque anni di vita.
Mi permetto di credere, come sostennero gli anti-psichiatri e molti psicanalisti “eretici” degli anni ’60, che è nella famiglia (intesa sia come istituzione borghese, sia come relazione di fatto tra due persone) che si annida il Male che poi tutti contamina e che si riproduce, propagandosi e ampliandosi, di generazione in generazione.
Ma diversamente da R.D.Laing, J.Cooper, H.S.Sullivan, F.Basaglia e tanti altri, non credo che ciò dipenda dalla visione del mondo più o meno capitalistica, borghese, o religiosa propria di alcune famiglie, così come non credo che - al contrario – tutto ciò possa dipendere da una visione laica, o comunitaria delle stesse. Bensì dall’attuale modo di essere proprio della famiglia moderna: superficiale, scarsamente autentica, distratta da progetti esistenziali superflui e intellettualmente astratta; incapace perciò di percepire e soddisfare i bisogni più profondi e vitali dei propri discendenti.
Come amava ripetere uno dei miei primi maestri: “…la verità è che – come uomini moderni - abbiamo perso l’istinto di essere madri o padri, ma non l’abbiamo ancora sostituito con una conoscenza etica degna di questo nome.”
Questa abissale distanza, empatica e conoscitiva, tra genitori e figli non è visibile: se fosse possibile interrogare tutte le mamme e i padri di questa nostra decadente e corrotta civiltà, credo che tutti, salvo pochissime eccezioni, dipingerebbero se stessi come genitori solerti che hanno amato senza condizioni di sorta i propri figli, sacrificando loro tutto il sacrificabile. Si dipingerebbero come genitori attenti, affettuosi, altruisti, costantemente protesi nel far si che i loro ragazzi potessero realizzarsi nel miglior modo possibile.
E il bello è che, nella maggior parte dei casi, ciò potrebbe benissimo corrispondere a verità.
Ma il fatto è che in questa impresa encomiabile sono mancati loro sia l’istinto, che potesse guidarli a soddisfare i più essenziali bisogni dei propri figli, sia la più elementare consapevolezza.
Si badi bene, il mio non vuole essere un discorso ingenuo: essere genitori è difficile, lo so bene. Forse è il compito più difficile che come uomini ci aspettiamo di assolvere. Di certo è il compito più severo, più articolato e complesso, più faticoso e a volte più doloroso tra quanti possiamo immaginare. Ma è un compito inevitabile, se non vogliamo che l’umanità degeneri o si estingua.
E, se ben svolto, altamente remunerativo.
Proviamo perciò ad entrare più specificatamente nel problema: quello che sospetto è che una vera e propria esperienza di orrore tenda a caratterizzare i primissimi momenti della nostra vita psichica e a condizionarne perciò lo sviluppo ulteriore. Un’esperienza di orrore devastante, perché subita da un soggetto ancora inconscio di sé, non autoreferente e, soprattutto, mancante di quelle funzioni superiori in grado di depotenziarla. Quello che sospetto è che si realizzi un vissuto angoscioso che la maggior parte dei bambini è costretta a subire senza potersene difendere e, soprattutto, senza poterlo comprendere, essendo tale vissuto angoscioso esclusivamente sensoriale, percettivo e non rappresentativo. E, d’altra parte, come potrebbe esserlo? Per almeno dodici o diciotto mesi, subito dopo la nascita, il “cucciolo d’uomo” può essere immaginato come un organismo sensibilissimo, estremamente recettivo, ma non ancora in grado di selezionare, riconoscere, nominare ed elaborare le esperienze che vive. Per un neonato ogni piacere (sia esso endogeno che esogeno) è una sorta di estasi pura nella quale abbandonarsi fiducioso, così come puro e assoluto è ogni dolore. Che se continuativo, e non condiviso o partecipato dall’ambiente umano che il bambino ha intorno, può diventare promotore di orrore…
Ma fin qui non starei proponendo nulla di originale; basti pensare che addirittura in seno alla psicanalisi freudiana delle origini si sviluppò, fin dai primissimi anni, una corrente di pensiero che individuava nel fenomeno stesso del parto la matrice originaria dell’angoscia umana. Una sorta di “angoscia ontologica” inevitabile – perché derivante, appunto, dal così detto trauma della nascita - che in quanto esperienza emotiva arcaica, realizzata in un periodo evolutivo in cui sono ancora assenti le funzioni corticali superiori, si proporrebbe come serbatoio emozionale a cui attingerebbero e a cui rimanderebbero tutti i successivi eventi traumatici della vita di un uomo. Un’angoscia esistenziale fisiologica ed ineliminabile, dunque, se non nelle forme subliminali che tutti ben conosciamo: con la ragione, con l’arte, con la religione o con l’amore…
Fatto sta che appunto da questi convincimenti si svilupparono successivamente le variopinte tecniche di analisi pre-edipiche e, in chiave di profilassi, le varie tecniche di “parto naturale” volte a relativizzare o ad attutire il trauma…
Ma non è questo che io credo. In quanto creature viventi noi nasciamo né più né meno come nascono tutte le altre creature che popolano questo nostro mondo, e che non sembrano conservare tracce indelebili di chissà quale trauma che condizioni poi la loro esistenza; noi nasciamo attraverso una complessità di eventi biologici che sono previsti e regolati geneticamente e verso la quale ci spinge la forza stessa della vita. Noi nasciamo, infine, alla conclusione di un periodo embrionale che sarebbe molto più traumatico (e pericoloso) protrarre anziché terminare.
No! Non è al trauma della nascita che si indirizzano i miei sospetti, bensì al periodo di vita subito successivo alla stessa, quando il nuovo arrivato si trova a dover affrontare qualcosa di cui non ha esperienza e che non è in grado di comprendere. Qualcosa che, se anche andrà a caratterizzare la sua specifica condizione umana, egli dovrebbe tuttavia poter incontrare gradatamente: la separazione dal Tutto, la solitudine e infine la paura della morte.
Ci si potrebbe ingannare credendo che per gli animali sia la stessa cosa. Ma in realtà la loro esperienza è totalmente diversa dalla nostra: prima di tutto perché nessun animale si separa definitivamente dal Tutto all’interno del quale si troverà a nascere, né sarà mai in grado di maturare la consapevolezza del proprio esistere solitario e del proprio futuro morire. In secondo luogo le leggi che regolano la sua nascita e il suo successivo sviluppo (almeno in natura) sono ferree e obbligano la sua specie all’interno di comportamenti rigorosi e precisi, supervisionati dall’istinto.
Sarebbe difficile immaginare una femmina di cane, di tigre, di gorilla o di elefante, ritardare l’allattamento dei propri cuccioli perché distratta da urgenti compiti lavorativi o dalle chiacchiere con altre madri. Sarebbe improbabile che un qualche saggio “re della foresta”, in base ai propri studi, potesse arrivare a modificare i ritmi naturali codificando l’ora giusta per la poppata, quella per le leccate e quella per il gioco.
Ma tra noi, umani occidentali, questo è esattamente ciò che accade.
In uno dei più interessanti testi che mi ritrovai a studiare alcuni anni or sono, il suo autore – Jean Liedloff - riporta come eloquente esempio del tradimento originario che tutti, chi più chi meno, abbiamo subito una ipotetica scena:

“Una giovane donna, appena uscita dal reparto maternità dove ha partorito il proprio bambino, arriva finalmente a casa. Per un po’ si dedica a lui, lo tiene in braccio e sente di amarlo con una tenerezza mai provata. Tanto è vero che sulle prime le riesce difficile metterlo a letto dopo averlo allattato, soprattutto perché il bambino piange disperatamente non appena lei ci prova. Ma è convinta di doverlo fare, perché sia il pediatra che sua madre le hanno detto (e loro lo sanno con certezza) che se cede adesso, il bambino crescerà viziato e le causerà dei problemi. Esita, il suo cuore è proteso verso il figlio, ma poi resiste e continua con le sue faccende. Lo ha appena lavato, cambiato e allattato. È certa che in realtà non ha bisogno di niente.”

La mostruosità che Liedloff ci indica è il modo con cui tutti usiamo la nostra realtà relativa e astratta come arma per torturare inconsapevolmente i nostri figli. Vediamo infatti, nell’ipotetico esempio su riportato, una madre che non sa riconoscere il profondo bisogno di contatto, di carezze e di rassicurazione del proprio figlio. E non sa farlo perché molto probabilmente lei stessa, quando era bambina, ha dovuto soffocare quegli identici desideri e bisogni, arrivando così a compromettere l’autonomia del proprio Sé, che su tali impulsi naturali si fonda. Ma la mancanza di sicurezza e autonomia in questa madre, che poi tanto ipotetica non è davvero, impediranno il suo accesso ai bisogni del figlio e si porranno come causa della di lui futura mancanza di sicurezza, stabilità e autonomia. In un circolo vizioso destinato – ahinoi – a propagarsi e a moltiplicarsi all’infinito.
Se riuscissimo davvero ad immedesimarci nel vissuto di un piccolo ma sensibilissimo organissimo vivente come quello di un neonato – o se riuscissimo a ricordarci di quello che noi stessi, quando eravamo in quello stadio, presumibilmente abbiamo sperimentato – ci accorgeremmo dell’orrore senza parole generatosi da quel primordiale senso di separazione e solitudine che – a seguire - non poteva non comportare paura, frustrazione, rabbia e, dopo ore e ore di strilla inutili, disperazione, impotenza, sfiducia, apatia.
Oppure ancora paura, frustrazione, rabbia, urla disperate… rinuncia, indifferenza, anestesia.
Chi non riesce a intravedere nella diversità delle due dinamiche appena accennate i prodromi di futuri stati depressivi da una parte, o di futuri stati maniacali, narcisisti o psicopatici dall’altra?
In entrambi i casi, però, la centralità, l’autonomia e l’indipendenza dell’Io sono stati compromessi, a prescindere dalle risorse più o meno creative con cui proverà a reagire ogni singolo individuo.
Insomma… non si può proprio dire che la nostra sia una civiltà “a misura di bambino”.
E posso assicurare i miei lettori che una volta compromessi la centralità e l’equilibrio di un qualunque individuo, per quanti miracoli possa fare una buona psicoterapia, il loro costo – in termini energetici – sarà comunque esorbitante se paragonato a quello, davvero esiguo, con cui il danno potrebbe essere evitato.
E allora veniamo al punto: c’è forse una qualche nuova teoria psico-pedagogica che potremmo provare ad applicare e verificare prima, e a diffondere poi, tra gli strati della popolazione?
Non credo proprio… il danno propagatosi nella nostra civiltà moderna occidentale è presumibilmente troppo esteso e troppo profondo per essere estirpato, e davvero non credo che – a breve distanza di tempo - ci sia spazio per un qualche significativo intervento. La maggior parte degli uomini e delle donne occidentali ha del tutto smarrito la più elementare sensibilità genitoriale ed al suo posto – scusate se mi ripeto - ha coltivato un pensiero astratto, ingenuo e superficiale.
Ma se mi fosse concesso di abbandonarmi a fantasie utopiche e avessi la possibilità di essere ascoltato, allora consiglierei ai giovani uomini e alle giovani donne in procinto di creare una nuova famiglia di prendere l’esempio da tutte quelle popolazioni che la nostra presuntuosa, arrogante, astratta e decadente civiltà occidentale ha osato chiamare primitive. Mi riferisco indifferentemente ai nativi del Perù, della Bolivia, dell’Amazzonia, della Siberia, dell’India, del Messico, del Tibet, dell’Indonesia o dell’Africa tutta. Mi riferisco ad una percentuale altissima di umanità, se paragonata alla nostra, a culture molto diverse e distanti tra loro, ma nelle quali ancora vige la comune usanza per cui un bambino passerà i primi tre anni circa della sua vita sulle spalle della propria madre. E da quella posizione confortante, costantemente nutrito, rassicurato, vezzeggiato e – soprattutto - ascoltato e compreso nei propri bisogni più profondi, imparerà a conoscere se stesso e il mondo che lo circonda.
Una usanza semplicissima, primitiva diremmo noi… ma ricca di implicazioni: perché si pone come la più naturale continuazione della vita intrauterina, lasciando il bambino in contatto diretto con i suoni, gli odori, i sapori e le atmosfere emozionali del corpo materno all’interno del quale il suo organismo si è sviluppato e – dunque - che ben conosce. Perché esalta l’empatia tra madre e figlio che, in questo modo, si sentirà profondamente compreso ed accettato nella propria emergente sovranità individuale. Perché permette al bambino una presa di contatto graduale e circostanziata con la realtà esterna, costantemente ridimensionata nella sua spaventosa alterità dalla presenza rassicurante dell’adulto. E infine perché favorisce la nascita e lo sviluppo graduale di quella voglia di autonomia e di esplorazione del mondo che alla fine lo staccherà senza eccessivi traumi dal corpo materno.
Si può immaginare una qualunque altra prassi psicopedagogia altrettanto sana?
Si può immaginare una qualunque altra usanza educativa contribuire più radicalmente allo sviluppo e al rafforzamento dell’individualità unica e irripetibile dell’uomo?

È ovvio che non sto proponendo una panacea universale; la malattia in quanto tale – e dunque anche la malattia psichica – è un rischio intrinseco alla nostra caduca esistenza. Perciò non credo che la distribuzione statistica di handicap mentali, deficit di varia natura e psicosi più o meno gravi verrebbe modificata. Ma se è vero, come è vero, che l’eziologia della maggior parte delle nevrosi rimanda invece ad eventi e/o – soprattutto – ad atmosfere emotive malsane che il bambino respira in famiglia fin dai suoi primissimi giorni di vita, allora con molta probabilità le si potrebbero veder diminuire fin quasi a scomparire.
Quello che so per certo – per averlo verificato sul campo - è che gli effetti a lunga portata di questo rapporto intimo e continuativo del neonato con la propria madre sono:
a) un maggior senso del valore assoluto della propria identità personale
b) un maggior senso di indipendenza e autonomia
c) una mancanza quasi totale dalle paure e dai sensi di colpa derivanti dalle proprie pulsioni
d) un naturale e spontaneo senso di appartenenza alla famiglia e, più in generale, alla propria comunità, con un consequenziale senso di solidarietà
e) una più naturale e spontanea comunicazione dei propri vissuti emotivi
Per tutto ciò sono portato a credere che le nostre grandi nevrosi - disturbi alimentari, ansie e angosce di varia natura, disturbi sessuali, dipendenze da droga, da alcool o da terze persone, stati depressivi o maniacali, narcisismi, immaturità affettive, e quant’altro - tenderebbero a diminuire; e potrebbero scomparire del tutto se, oltre al ripristino del rapporto intimo tra madre e figli, provassimo a ripulire questa nostra corrotta civiltà dagli stupidi modelli patinati che solo l’interesse economico giustifica e mantiene in vita.
Ma questa sarebbe un’altra storia…
Rimarrebbe invece da chiedersi se questa visione utopica potesse davvero realizzarsi e, in caso affermativo, come sarebbe accolta dagli uomini e – soprattutto - dalle donne di questa nostra civiltà.
Si sentirebbero declassate? Ricacciate indietro nella storia? Misconosciute nel contributo essenziale da loro apportato in questi ultimi anni al mondo del lavoro, della cultura e della politica? Condannate al ruolo di riproduttrici e allevatrici?
Se conosco bene la psicologia della donna moderna occidentale, la risposta è sì!
Oltraggiata, ferita, offesa e sfruttata dal potere imperante di una cultura patriarcale che vanta oramai 2500 anni circa, la donna moderna è troppo arrabbiata, troppo occupata a farsi rispettare e troppo sospettosa per accorgersi che le sue più recenti vittorie sono state solo apparenti e che hanno rinforzato, anziché distruggere, l’odiato regime. Il sospirato e tanto atteso risveglio del potere femminile (evocato da così tanti intellettuali, scienziati e artisti alle soglie degli anni ’50) è in questo momento più lontano che mai, almeno in occidente. Ed esula dalle possibilità di questo breve articolo e dalle mie intenzioni argomentare in proposito.
Ma se a qualcuno piacesse giocare con la fantasia, allora gli consiglierei di chiudere gli occhi e immaginare come potrebbe diventare questo nostro mondo se tutti gli asili nido, all’improvviso, chiudessero i battenti e le nostre donne se ne andassero in giro con i loro bambini sulle spalle…. E tutti noi uomini riservassimo loro non soltanto un rispetto assoluto ma anche condizioni di vita e di lavoro adeguate al loro status occasionale di madri.
(Alcuni anni or sono, in Senegal, in occasione di una festa in piazza, vidi una cantante rock provare per ore con il suo complesso mentre, con disinvoltura, si passava il proprio piccolo dalle spalle al seno e viceversa… nessuno sembrava meravigliarsi della cosa, né tanto meno infastidirsi).

In questi ultimi dieci anni ho viaggiato molto; mi sono allontanato da questa nostra malata civiltà occidentale tutte le volte che ho potuto… e ho curiosato appunto tra le popolazioni cui più sopra ho fatto cenno. Ebbene, posso testimoniare che fin dai primissimi miei viaggi, al di là dei paesaggi naturali, delle atmosfere, dei costumi e delle usanze, quello che sempre mi ha sorpreso è la relazione forte, viva ed intensa tra il mondo dei bambini e quello degli adulti: non ho mai visto un bambino africano, lappone, peruviano, o indiano piangere senza un vero motivo; non ho mai visto un bambino tibetano o nepalese fare i capricci; non ho mai visto un indio adulto arrabbiarsi, né tanto meno picchiare il proprio figlio; non ho mai visto un tuareg ignorare, svalutare o ironizzare le richieste del proprio piccolo.
Il rispetto e la serietà con cui i bisogni dei bambini vengono accolti mi ha sempre provocato un contrastante insieme di sgomento, di stupore e di gioia pura.
Vorrei essere stato allevato così… e così vorrei aver allevato i miei figli.
Ma così non è stato… e quali che siano l’equilibrio e la maturità cui sono pervenuto, posso dire di averli pagati un prezzo non indifferente.
Forse sarà per questo… ma mi piacerebbe che questa meravigliosa, primitiva, usanza potesse un giorno essere ripresa e trasformata in una moderna realtà. Sono davvero convinto che, già da sola, potrebbe almeno parzialmente sanare la nostra umanità. Ne sono convinto al punto che se dovessi sostenere in un contraddittorio questa mia utopica visione, non sceglierei chissà quali arguti argomenti, ma sfiderei i miei avversari sul campo, e direi loro: “Andiamo insieme in un qualche lontano e primitivo paese del terzo mondo, tra bambini scalzi e magri, che giocano tra i rifiuti e che magari muoiono di fame… e guardiamo in profondità nei loro occhi. Troveremmo una pace insospettata. La risposta a molti dei nostri laceranti problemi si trova nelle forze d’amore che l’hanno generata.”

Piero Priorini

 

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