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A tre anni arriva la prima grande sfida per un bambino: staccarsi dalle braccia di mamma e papà per andare per la prima volta all’asilo.

La scuola materna non è obbligatoria, ma la sua frequenza è consigliata in modo particolare perchè getta le basi della crescita intellettuale e dello sviluppo psicomotorio del bambino. Le attività ludiche che vengono proposte, infatti, hanno lo scopo di accrescere le sue doti creative e la sua capacità di comunicare e relazionarsi con gli altri.
Questa prima esperienza scolastica è utile anche per insegnare al bambino a seguire delle seppur piccole regole e a distinguere i diversi momenti temporali della giornata: quello del gioco, quello del lavoro, quello dei pasti, ecc…
Inoltre, i bambini che hanno già varcato la soglia della scuola materna, saranno più sereni nell’affrontare il successivo inserimento alla scuola elementare quando, alle piccole regole di vita al di fuori dall’ambiente famigliare, si andranno ad aggiungere gli oneri dei doveri scolastici.

Tuttavia, affrontare questo primo distacco non è una situazione facile e crea ansia alla maggior parte dei piccini. L’ingresso alla scuola materna rappresenta sempre una situazione nuova dalla quale i bambini sono spaventati.
Questo è vero anche per quelli che hanno già frequentato l’asilo nido poiché, ad ogni passaggio di ciclo scolastico, si ripropone l’esperienza della separazione dalla famiglia.

Ma anche per i genitori, in modo particolare per le mamme, questo cambiamento è fonte di molte ansie e timori.
Molte mamme hanno già “subito il distacco” quando, alla ripresa del lavoro al termine della maternità, hanno dovuto lasciare per la prima volta il loro piccolo ai nonni, alla babysitter o all’asilo nido. Probabilmente, a differenza di chi invece fino a questo momento ha potuto godere della presenza in casa del proprio bambino, queste mamme saranno più serene nell’affrontare questo ulteriore cambiamento, in quanto saranno già abituate a dominare le proprie apprensioni, emozioni e gelosie.

Il primo distacco comporta infatti tutta una serie di difficoltà: il privarsi della presenza del bambino, la perdita del controllo assoluto su di lui e la capacità di delegare a qualcun altro il compito di educatori del proprio figlio.
Eppure, per il bene del bambino, si deve fare il possibile per affrontare questo inevitabile momento nel modo più sereno possibile, mostrandosi tranquilli e fiduciosi nei confronti di questa nuova esperienza. Diversamente, le ansie dei genitori finirebbero per aggravare i timori del bambino e la sua naturale diffidenza nei confronti di ogni forma di distacco dal guscio familiare.

In primo luogo i genitori si devono preparare a questo evento e per essere in grado a loro volta di preparare il bambino.

E’ bene parlargli già alcuni mesi prima dell’asilo, di cosa si tratta: raccontategli di quanto sia bello, del fatto che troverà tanti nuovi amichetti e che farà tante attività divertenti.

Meglio evitare di pronunciare troppo spesso frasi quali: “ora sei diventato grande”, perché il bambino potrebbe vedere la crescita in chiave negativa, come la causa di un distacco e della perdita della protezione della famiglia.

Qualche tempo prima, sarebbe bene portarlo all’asilo per fargli prendere famigliarità con questo nuovo ambiente. Serebbe anche importante, se è possibile, fargli conoscere le maestre. Anche per i genitori, stringere un buon rapporto con le educatrici è fondamentale. La fiducia che noi genitori accordiamo a chi si occupa del nostro bambino ricrea un ambiente familiare e rilassante. No quindi a gelosie e competizioni. Se il bambino capirà che c’è una buona intesa tra gli adulti vincerà più facilmente il timore della novità.

Iniziate per tempo ad abituare il bambino a quella che sarà la sua nuovo routine (ad esempio l’orario del risveglio mattutino, in modo che non vi siano poi grandi o repentini cambiamenti. Sarà bene quindi cominciare per tempo ad anticipare l’ora della nanna in modo che il momento della sveglia per andare a scuola venga accettato senza grossi problemi.

Una buona idea è quella di leggergli delle fiabe sui bambini che vanno a scuola per la prima volta e raccontargli le storielle più divertenti con protagonisti mamma e papà che da piccoli andavano all’asilo. Ad esempio raccontategli del vostro primo giorno di asilo.

Quando arriverà il gran giorno, mamma o papà (o entrambi) dovranno accompagnare il figlio all’asilo. Tenete presente che arrivando presto, tra i primi bambini, avrà la possibilità di vedere arrivare i suoi nuovi compagni e non si sentirà tanto osservato come se fosse l’ultimo.

Per quanto possa essere triste, non mentitegli. Non ditegli che andate a fare una commissione o che tornerete in poco tempo per rimanere lì con lui. In questo modo perderà fiducia in voi e in questo strano nuovo posto.

Durante il distacco, mostratevi sempre sereni e tranquilli. Se si mette a piangere o se non vuole separarsi da voi, non drammatizzate ulteriormente la situazione perché questo finirebbe per convincerlo che sta accadendo qualcosa di brutto. Lasciatelo rapidamente come se fosse qualcosa del tutto naturale.

Quando sarà ora di riportarlo a casa, siate puntuali: se si sente solo e abbandonato il primo giorno, sarà molto peggio quello successivo. E’ fondamentale mantenere le promesse per non tradire la sua fiducia e soprattutto per rassicurarlo del fatto che si tratta veramente di un distacco momentaneo. Tenete presente che un bambino di tre anni non ha ancora ben definito il senso del tempo e capisce solo valutazioni come: dopo la pappa, prima della nanna e così via…

Se il bambino ha difficoltà ad inserirsi nel gruppo può dipendere da vari fattori come un ambiente familiare teso, la paura dei coetanei o semplicemente il bisogno di tempo per assimilare la nuova realtà. E’ proprio il fattore tempo, infatti, a giocare un ruolo fondamentale nell’integrazione del piccolo e nel suo adattarsi alla novità.

In alcuni casi capita invece che vi sia una crisi in un momento successivo, nel corso dell’anno: succede se l’inserimento è stato un po’ precipitoso oppure quando passa l’effetto novità e interviene la nostalgia di “mamma”. In questo caso sarà comunque sempre importante rassicurare il bambino, cercare di capire se può esserci stato un motivo scatenante e, naturalmente, chiedere un colloquio con le maestre.

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Copertina libro

PICCOLI GENI CRESCONO - Come educare in modo equilibrato i bambini prodigio.

Questo libro, come si può facilmente evincere dal titolo, è rivolto principalmente ai genitori di bambini particolari: quelli “iperdotati”.
Si tratta di quei bambini che, sin dalla prima infanzia, dimostrano di possedere una eccezionale intelligenza, superiore alla media.

L’autrice del libro, Sophie Còte, presidente dell’associazione francese per i bambini precoci, ha dedicato per anni i suoi studi ai bambini iperdotati seguendoli nel loro percorso di crescita.
“Piccoli geni crescono” contiene l’essenza di quanto è emerso dalla sua analisi, ovvero l’importanza dei primi anni di vita sullo sviluppo emotivo ed intellettuale del bambino.
La vita dell’adulto si costruisce nell’infanzia ed è fondamentale, dunque, che genitori ed educatori siano consapevoli dell’influenza che possono avere, nel bene e purtroppo anche nel male, sul futuro dei più piccini.
Quanto detto è vero in modo particolare per i piccoli iperdotati la cui estrema sensibilità e percezione intuitiva spesso comportano difficoltà di integrazione e problemi scolastici.

Nel libro vengono raccontati, con ironia e partecipazione, 23 aneddoti tratti da altrettante esperienze diverse.
Al termine di ciascun racconto, la storia viene analizzata nei punti salienti e vengono proposti alcuni utili spunti di riflessione.
Le storie sono suddivise in tre grandi capitoli, a seconda del contesto che ha influenzato la vita del protagonista: quello famigliare, quello scolastico e quello professionale.
In effetti gli educatori e l’ambiente lavorativo hanno un grosso impatto sullo sviluppo della personalità del bambino, ma i principali responsabili della crescita personale dei bambini sono proprio i genitori che, non solo condizionano l’infanzia dei figli, ma hanno la possibilità di correggere eventuali “danni” causati dalla scuola e dal contesto sociale.

Questo libro è un valido strumento per educare i genitori a diventare delle buone guide per i figli, per quanto, in materia di educazione, non esistono soluzioni definite.
Che i bambini siano iperdotati oppure no, poco importa: ciascuno di loro nasce con enormi potenzialità e talenti che hanno il diritto di essere riconosciuti e “coltivati”.
Il termine educare deriva proprio dal latino “ex-ducere”, ovvero “tirare fuori” e il dovere primario di ogni genitore, è effettivamente quello di condurre i propri figli all’autonomia, quali che siano le loro competenze, lasciando sempre la porta aperta per un ritorno al nido in cui potranno trovare conforto, sostegno e amore.
Il compito più difficile per mamma e papà è quello di avere fiducia nei propri figli, sostenerli e guidarli verso un avvenire felice, anche quando questo avvenire non corrisponde ai progetti che avevano sognato per loro.

La lettura è scorrevole e divertente e contiene numerosi spunti di riflessione che vale davvero la pena conoscere.

Il libro è di circa 180 pagine e costa € 13.90.

Se volete acquistarlo on line, potete farlo a questo indirizzo:

Il Girdino dei Libri Piccoli geni crescono

Se vi interessano altri libri per genitori ed educatori, potete andare qui:

Il Girdino dei Libri Guide per genitori ed educatori

James Hillman, forse uno dei più illuminati psicoterapeuti della nostra epoca, giunto oramai alla soglia della saggezza, scrive:
- Cento anni di psicoanalisi, e il mondo va peggio che mai…
Difficile dire se il grande maestro volesse essere ironico, cinico o soltanto provocatorio… ma, in tutti i casi, come dargli torto? Se devo giudicare da quello che io stesso ho sperimentato durante trent’anni di attività psicoterapica, e da quello che sento, parlando con molti dei colleghi che per lavoro mi capita di incontrare, le cose sono effettivamente molto peggiorate. E non tanto, o non solo, per il degrado culturale che negli ultimi anni è come se avesse ulteriormente ottenebrato la coscienza collettiva, non tanto, o non solo, per la perdita pressoché totale di idee, di valori, di significati e di progetti esistenziali, ma anche e soprattutto per una sorta di indebolimento grave di quella che potrebbe essere definita la struttura di base della personalità dell’uomo moderno occidentale. O anche, se vogliamo cambiare immagine di riferimento, per un indebolimento grave dell’Io, intesso appunto come nucleo centrale della personalità.
Paura, insicurezza, ansie di vario genere e gravità, dipendenze affettive, pessimismo, sfiducia, mancanza di entusiasmi e depressione sembrano dilagare senza trovare ostacoli e, in misura maggiore o minore, interessare la quasi totalità della popolazione. Al punto da creare quasi noncuranza, sulla base di un “mal comune” che essendo sotto gli occhi di tutti non può non determinare una sorta di tacita rassegnazione. Chi ne sfugge non è sempre in virtù di una centralità dell’io armonica e vitale, bensì molto spesso grazie soltanto ad un egocentrismo patologico volto all’affermazione incondizionata di sé: nella professione, nello sport, nel mondo economico, nello spettacolo… perfino nell’amore.
Ma che cosa sta accadendo?
O, meglio, che cosa è accaduto? Che cosa ha trasformato così drasticamente l’essere umano, soprattutto quello moderno-occidentale (non a caso mi ripeto), da renderlo quasi irriconoscibile ai suoi stessi occhi?

Io non sono un sociologo, e la mia esperienza di terapeuta, per quanto vasta la si possa immaginare, non potrebbe mai essere considerata valida al livello statistico… eppure mi permetto di credere che da un certo punto in poi della nostra storia qualcosa di grave abbia compromesso, e continui tutt’ora a compromettere, le primissime fasi del processo evolutivo psicologico dell’uomo contemporaneo. Quelle fasi che vanno dal parto vero e proprio ai primi tre, quattro o cinque anni di vita.
Mi permetto di credere, come sostennero gli anti-psichiatri e molti psicanalisti “eretici” degli anni ’60, che è nella famiglia (intesa sia come istituzione borghese, sia come relazione di fatto tra due persone) che si annida il Male che poi tutti contamina e che si riproduce, propagandosi e ampliandosi, di generazione in generazione.
Ma diversamente da R.D.Laing, J.Cooper, H.S.Sullivan, F.Basaglia e tanti altri, non credo che ciò dipenda dalla visione del mondo più o meno capitalistica, borghese, o religiosa propria di alcune famiglie, così come non credo che - al contrario – tutto ciò possa dipendere da una visione laica, o comunitaria delle stesse. Bensì dall’attuale modo di essere proprio della famiglia moderna: superficiale, scarsamente autentica, distratta da progetti esistenziali superflui e intellettualmente astratta; incapace perciò di percepire e soddisfare i bisogni più profondi e vitali dei propri discendenti.
Come amava ripetere uno dei miei primi maestri: “…la verità è che – come uomini moderni - abbiamo perso l’istinto di essere madri o padri, ma non l’abbiamo ancora sostituito con una conoscenza etica degna di questo nome.”
Questa abissale distanza, empatica e conoscitiva, tra genitori e figli non è visibile: se fosse possibile interrogare tutte le mamme e i padri di questa nostra decadente e corrotta civiltà, credo che tutti, salvo pochissime eccezioni, dipingerebbero se stessi come genitori solerti che hanno amato senza condizioni di sorta i propri figli, sacrificando loro tutto il sacrificabile. Si dipingerebbero come genitori attenti, affettuosi, altruisti, costantemente protesi nel far si che i loro ragazzi potessero realizzarsi nel miglior modo possibile.
E il bello è che, nella maggior parte dei casi, ciò potrebbe benissimo corrispondere a verità.
Ma il fatto è che in questa impresa encomiabile sono mancati loro sia l’istinto, che potesse guidarli a soddisfare i più essenziali bisogni dei propri figli, sia la più elementare consapevolezza.
Si badi bene, il mio non vuole essere un discorso ingenuo: essere genitori è difficile, lo so bene. Forse è il compito più difficile che come uomini ci aspettiamo di assolvere. Di certo è il compito più severo, più articolato e complesso, più faticoso e a volte più doloroso tra quanti possiamo immaginare. Ma è un compito inevitabile, se non vogliamo che l’umanità degeneri o si estingua.
E, se ben svolto, altamente remunerativo.
Proviamo perciò ad entrare più specificatamente nel problema: quello che sospetto è che una vera e propria esperienza di orrore tenda a caratterizzare i primissimi momenti della nostra vita psichica e a condizionarne perciò lo sviluppo ulteriore. Un’esperienza di orrore devastante, perché subita da un soggetto ancora inconscio di sé, non autoreferente e, soprattutto, mancante di quelle funzioni superiori in grado di depotenziarla. Quello che sospetto è che si realizzi un vissuto angoscioso che la maggior parte dei bambini è costretta a subire senza potersene difendere e, soprattutto, senza poterlo comprendere, essendo tale vissuto angoscioso esclusivamente sensoriale, percettivo e non rappresentativo. E, d’altra parte, come potrebbe esserlo? Per almeno dodici o diciotto mesi, subito dopo la nascita, il “cucciolo d’uomo” può essere immaginato come un organismo sensibilissimo, estremamente recettivo, ma non ancora in grado di selezionare, riconoscere, nominare ed elaborare le esperienze che vive. Per un neonato ogni piacere (sia esso endogeno che esogeno) è una sorta di estasi pura nella quale abbandonarsi fiducioso, così come puro e assoluto è ogni dolore. Che se continuativo, e non condiviso o partecipato dall’ambiente umano che il bambino ha intorno, può diventare promotore di orrore…
Ma fin qui non starei proponendo nulla di originale; basti pensare che addirittura in seno alla psicanalisi freudiana delle origini si sviluppò, fin dai primissimi anni, una corrente di pensiero che individuava nel fenomeno stesso del parto la matrice originaria dell’angoscia umana. Una sorta di “angoscia ontologica” inevitabile – perché derivante, appunto, dal così detto trauma della nascita - che in quanto esperienza emotiva arcaica, realizzata in un periodo evolutivo in cui sono ancora assenti le funzioni corticali superiori, si proporrebbe come serbatoio emozionale a cui attingerebbero e a cui rimanderebbero tutti i successivi eventi traumatici della vita di un uomo. Un’angoscia esistenziale fisiologica ed ineliminabile, dunque, se non nelle forme subliminali che tutti ben conosciamo: con la ragione, con l’arte, con la religione o con l’amore…
Fatto sta che appunto da questi convincimenti si svilupparono successivamente le variopinte tecniche di analisi pre-edipiche e, in chiave di profilassi, le varie tecniche di “parto naturale” volte a relativizzare o ad attutire il trauma…
Ma non è questo che io credo. In quanto creature viventi noi nasciamo né più né meno come nascono tutte le altre creature che popolano questo nostro mondo, e che non sembrano conservare tracce indelebili di chissà quale trauma che condizioni poi la loro esistenza; noi nasciamo attraverso una complessità di eventi biologici che sono previsti e regolati geneticamente e verso la quale ci spinge la forza stessa della vita. Noi nasciamo, infine, alla conclusione di un periodo embrionale che sarebbe molto più traumatico (e pericoloso) protrarre anziché terminare.
No! Non è al trauma della nascita che si indirizzano i miei sospetti, bensì al periodo di vita subito successivo alla stessa, quando il nuovo arrivato si trova a dover affrontare qualcosa di cui non ha esperienza e che non è in grado di comprendere. Qualcosa che, se anche andrà a caratterizzare la sua specifica condizione umana, egli dovrebbe tuttavia poter incontrare gradatamente: la separazione dal Tutto, la solitudine e infine la paura della morte.
Ci si potrebbe ingannare credendo che per gli animali sia la stessa cosa. Ma in realtà la loro esperienza è totalmente diversa dalla nostra: prima di tutto perché nessun animale si separa definitivamente dal Tutto all’interno del quale si troverà a nascere, né sarà mai in grado di maturare la consapevolezza del proprio esistere solitario e del proprio futuro morire. In secondo luogo le leggi che regolano la sua nascita e il suo successivo sviluppo (almeno in natura) sono ferree e obbligano la sua specie all’interno di comportamenti rigorosi e precisi, supervisionati dall’istinto.
Sarebbe difficile immaginare una femmina di cane, di tigre, di gorilla o di elefante, ritardare l’allattamento dei propri cuccioli perché distratta da urgenti compiti lavorativi o dalle chiacchiere con altre madri. Sarebbe improbabile che un qualche saggio “re della foresta”, in base ai propri studi, potesse arrivare a modificare i ritmi naturali codificando l’ora giusta per la poppata, quella per le leccate e quella per il gioco.
Ma tra noi, umani occidentali, questo è esattamente ciò che accade.
In uno dei più interessanti testi che mi ritrovai a studiare alcuni anni or sono, il suo autore – Jean Liedloff - riporta come eloquente esempio del tradimento originario che tutti, chi più chi meno, abbiamo subito una ipotetica scena:

“Una giovane donna, appena uscita dal reparto maternità dove ha partorito il proprio bambino, arriva finalmente a casa. Per un po’ si dedica a lui, lo tiene in braccio e sente di amarlo con una tenerezza mai provata. Tanto è vero che sulle prime le riesce difficile metterlo a letto dopo averlo allattato, soprattutto perché il bambino piange disperatamente non appena lei ci prova. Ma è convinta di doverlo fare, perché sia il pediatra che sua madre le hanno detto (e loro lo sanno con certezza) che se cede adesso, il bambino crescerà viziato e le causerà dei problemi. Esita, il suo cuore è proteso verso il figlio, ma poi resiste e continua con le sue faccende. Lo ha appena lavato, cambiato e allattato. È certa che in realtà non ha bisogno di niente.”

La mostruosità che Liedloff ci indica è il modo con cui tutti usiamo la nostra realtà relativa e astratta come arma per torturare inconsapevolmente i nostri figli. Vediamo infatti, nell’ipotetico esempio su riportato, una madre che non sa riconoscere il profondo bisogno di contatto, di carezze e di rassicurazione del proprio figlio. E non sa farlo perché molto probabilmente lei stessa, quando era bambina, ha dovuto soffocare quegli identici desideri e bisogni, arrivando così a compromettere l’autonomia del proprio Sé, che su tali impulsi naturali si fonda. Ma la mancanza di sicurezza e autonomia in questa madre, che poi tanto ipotetica non è davvero, impediranno il suo accesso ai bisogni del figlio e si porranno come causa della di lui futura mancanza di sicurezza, stabilità e autonomia. In un circolo vizioso destinato – ahinoi – a propagarsi e a moltiplicarsi all’infinito.
Se riuscissimo davvero ad immedesimarci nel vissuto di un piccolo ma sensibilissimo organissimo vivente come quello di un neonato – o se riuscissimo a ricordarci di quello che noi stessi, quando eravamo in quello stadio, presumibilmente abbiamo sperimentato – ci accorgeremmo dell’orrore senza parole generatosi da quel primordiale senso di separazione e solitudine che – a seguire - non poteva non comportare paura, frustrazione, rabbia e, dopo ore e ore di strilla inutili, disperazione, impotenza, sfiducia, apatia.
Oppure ancora paura, frustrazione, rabbia, urla disperate… rinuncia, indifferenza, anestesia.
Chi non riesce a intravedere nella diversità delle due dinamiche appena accennate i prodromi di futuri stati depressivi da una parte, o di futuri stati maniacali, narcisisti o psicopatici dall’altra?
In entrambi i casi, però, la centralità, l’autonomia e l’indipendenza dell’Io sono stati compromessi, a prescindere dalle risorse più o meno creative con cui proverà a reagire ogni singolo individuo.
Insomma… non si può proprio dire che la nostra sia una civiltà “a misura di bambino”.
E posso assicurare i miei lettori che una volta compromessi la centralità e l’equilibrio di un qualunque individuo, per quanti miracoli possa fare una buona psicoterapia, il loro costo – in termini energetici – sarà comunque esorbitante se paragonato a quello, davvero esiguo, con cui il danno potrebbe essere evitato.
E allora veniamo al punto: c’è forse una qualche nuova teoria psico-pedagogica che potremmo provare ad applicare e verificare prima, e a diffondere poi, tra gli strati della popolazione?
Non credo proprio… il danno propagatosi nella nostra civiltà moderna occidentale è presumibilmente troppo esteso e troppo profondo per essere estirpato, e davvero non credo che – a breve distanza di tempo - ci sia spazio per un qualche significativo intervento. La maggior parte degli uomini e delle donne occidentali ha del tutto smarrito la più elementare sensibilità genitoriale ed al suo posto – scusate se mi ripeto - ha coltivato un pensiero astratto, ingenuo e superficiale.
Ma se mi fosse concesso di abbandonarmi a fantasie utopiche e avessi la possibilità di essere ascoltato, allora consiglierei ai giovani uomini e alle giovani donne in procinto di creare una nuova famiglia di prendere l’esempio da tutte quelle popolazioni che la nostra presuntuosa, arrogante, astratta e decadente civiltà occidentale ha osato chiamare primitive. Mi riferisco indifferentemente ai nativi del Perù, della Bolivia, dell’Amazzonia, della Siberia, dell’India, del Messico, del Tibet, dell’Indonesia o dell’Africa tutta. Mi riferisco ad una percentuale altissima di umanità, se paragonata alla nostra, a culture molto diverse e distanti tra loro, ma nelle quali ancora vige la comune usanza per cui un bambino passerà i primi tre anni circa della sua vita sulle spalle della propria madre. E da quella posizione confortante, costantemente nutrito, rassicurato, vezzeggiato e – soprattutto - ascoltato e compreso nei propri bisogni più profondi, imparerà a conoscere se stesso e il mondo che lo circonda.
Una usanza semplicissima, primitiva diremmo noi… ma ricca di implicazioni: perché si pone come la più naturale continuazione della vita intrauterina, lasciando il bambino in contatto diretto con i suoni, gli odori, i sapori e le atmosfere emozionali del corpo materno all’interno del quale il suo organismo si è sviluppato e – dunque - che ben conosce. Perché esalta l’empatia tra madre e figlio che, in questo modo, si sentirà profondamente compreso ed accettato nella propria emergente sovranità individuale. Perché permette al bambino una presa di contatto graduale e circostanziata con la realtà esterna, costantemente ridimensionata nella sua spaventosa alterità dalla presenza rassicurante dell’adulto. E infine perché favorisce la nascita e lo sviluppo graduale di quella voglia di autonomia e di esplorazione del mondo che alla fine lo staccherà senza eccessivi traumi dal corpo materno.
Si può immaginare una qualunque altra prassi psicopedagogia altrettanto sana?
Si può immaginare una qualunque altra usanza educativa contribuire più radicalmente allo sviluppo e al rafforzamento dell’individualità unica e irripetibile dell’uomo?

È ovvio che non sto proponendo una panacea universale; la malattia in quanto tale – e dunque anche la malattia psichica – è un rischio intrinseco alla nostra caduca esistenza. Perciò non credo che la distribuzione statistica di handicap mentali, deficit di varia natura e psicosi più o meno gravi verrebbe modificata. Ma se è vero, come è vero, che l’eziologia della maggior parte delle nevrosi rimanda invece ad eventi e/o – soprattutto – ad atmosfere emotive malsane che il bambino respira in famiglia fin dai suoi primissimi giorni di vita, allora con molta probabilità le si potrebbero veder diminuire fin quasi a scomparire.
Quello che so per certo – per averlo verificato sul campo - è che gli effetti a lunga portata di questo rapporto intimo e continuativo del neonato con la propria madre sono:
a) un maggior senso del valore assoluto della propria identità personale
b) un maggior senso di indipendenza e autonomia
c) una mancanza quasi totale dalle paure e dai sensi di colpa derivanti dalle proprie pulsioni
d) un naturale e spontaneo senso di appartenenza alla famiglia e, più in generale, alla propria comunità, con un consequenziale senso di solidarietà
e) una più naturale e spontanea comunicazione dei propri vissuti emotivi
Per tutto ciò sono portato a credere che le nostre grandi nevrosi - disturbi alimentari, ansie e angosce di varia natura, disturbi sessuali, dipendenze da droga, da alcool o da terze persone, stati depressivi o maniacali, narcisismi, immaturità affettive, e quant’altro - tenderebbero a diminuire; e potrebbero scomparire del tutto se, oltre al ripristino del rapporto intimo tra madre e figli, provassimo a ripulire questa nostra corrotta civiltà dagli stupidi modelli patinati che solo l’interesse economico giustifica e mantiene in vita.
Ma questa sarebbe un’altra storia…
Rimarrebbe invece da chiedersi se questa visione utopica potesse davvero realizzarsi e, in caso affermativo, come sarebbe accolta dagli uomini e – soprattutto - dalle donne di questa nostra civiltà.
Si sentirebbero declassate? Ricacciate indietro nella storia? Misconosciute nel contributo essenziale da loro apportato in questi ultimi anni al mondo del lavoro, della cultura e della politica? Condannate al ruolo di riproduttrici e allevatrici?
Se conosco bene la psicologia della donna moderna occidentale, la risposta è sì!
Oltraggiata, ferita, offesa e sfruttata dal potere imperante di una cultura patriarcale che vanta oramai 2500 anni circa, la donna moderna è troppo arrabbiata, troppo occupata a farsi rispettare e troppo sospettosa per accorgersi che le sue più recenti vittorie sono state solo apparenti e che hanno rinforzato, anziché distruggere, l’odiato regime. Il sospirato e tanto atteso risveglio del potere femminile (evocato da così tanti intellettuali, scienziati e artisti alle soglie degli anni ’50) è in questo momento più lontano che mai, almeno in occidente. Ed esula dalle possibilità di questo breve articolo e dalle mie intenzioni argomentare in proposito.
Ma se a qualcuno piacesse giocare con la fantasia, allora gli consiglierei di chiudere gli occhi e immaginare come potrebbe diventare questo nostro mondo se tutti gli asili nido, all’improvviso, chiudessero i battenti e le nostre donne se ne andassero in giro con i loro bambini sulle spalle…. E tutti noi uomini riservassimo loro non soltanto un rispetto assoluto ma anche condizioni di vita e di lavoro adeguate al loro status occasionale di madri.
(Alcuni anni or sono, in Senegal, in occasione di una festa in piazza, vidi una cantante rock provare per ore con il suo complesso mentre, con disinvoltura, si passava il proprio piccolo dalle spalle al seno e viceversa… nessuno sembrava meravigliarsi della cosa, né tanto meno infastidirsi).

In questi ultimi dieci anni ho viaggiato molto; mi sono allontanato da questa nostra malata civiltà occidentale tutte le volte che ho potuto… e ho curiosato appunto tra le popolazioni cui più sopra ho fatto cenno. Ebbene, posso testimoniare che fin dai primissimi miei viaggi, al di là dei paesaggi naturali, delle atmosfere, dei costumi e delle usanze, quello che sempre mi ha sorpreso è la relazione forte, viva ed intensa tra il mondo dei bambini e quello degli adulti: non ho mai visto un bambino africano, lappone, peruviano, o indiano piangere senza un vero motivo; non ho mai visto un bambino tibetano o nepalese fare i capricci; non ho mai visto un indio adulto arrabbiarsi, né tanto meno picchiare il proprio figlio; non ho mai visto un tuareg ignorare, svalutare o ironizzare le richieste del proprio piccolo.
Il rispetto e la serietà con cui i bisogni dei bambini vengono accolti mi ha sempre provocato un contrastante insieme di sgomento, di stupore e di gioia pura.
Vorrei essere stato allevato così… e così vorrei aver allevato i miei figli.
Ma così non è stato… e quali che siano l’equilibrio e la maturità cui sono pervenuto, posso dire di averli pagati un prezzo non indifferente.
Forse sarà per questo… ma mi piacerebbe che questa meravigliosa, primitiva, usanza potesse un giorno essere ripresa e trasformata in una moderna realtà. Sono davvero convinto che, già da sola, potrebbe almeno parzialmente sanare la nostra umanità. Ne sono convinto al punto che se dovessi sostenere in un contraddittorio questa mia utopica visione, non sceglierei chissà quali arguti argomenti, ma sfiderei i miei avversari sul campo, e direi loro: “Andiamo insieme in un qualche lontano e primitivo paese del terzo mondo, tra bambini scalzi e magri, che giocano tra i rifiuti e che magari muoiono di fame… e guardiamo in profondità nei loro occhi. Troveremmo una pace insospettata. La risposta a molti dei nostri laceranti problemi si trova nelle forze d’amore che l’hanno generata.”

Piero Priorini

a cura della psicomotricista Manuela Brenna

 

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Le figure affettive implicate nell’educazione con i bambini sono coinvolte maggiormente a livello emotivo; le difese che si mettono in atto inconsapevolmente possono deteriorare i rapporti e l’ascolto profondo della domanda. E’ possibile, attraverso una sensibilizzazione a livello corporeo ed espressivo, cominciare a conoscere i propri meccanismi relazionali e a riflettere sulla propria reale disponibilità.
Gli obiettivi saranno:

- Sperimentare la relazione con sé, gli altri, gli oggetti e il gioco

- Conoscere la propria espressività motoria

- Acquisire la capacità di elaborazione delle esperienze vissute.

 

Il laboratorio avrà la durata di 8 ore distribuite in due giorni e si svolgerà presso la palestra della Scuola Primaria di Liscate, provincia di Milano (abbigliamento comodo, tuta e maglietta).
Si può scegliere fra le due date indicate.
E’ necessario far pervenire una preiscrizione per conoscere il numero dei partecipanti e i loro recapiti per la conferma.
Il pagamento di 80,00 euro sarà effettuato il giorno d’inizio dello stage 30 minuti prima.
La preiscrizione la si può trovare e inviare tramite internet al sito:

www.psicomotricistaonline.it

1. Venerdì 11 luglio dalle 15,00 alle 19,00

e sabato 12 luglio 2008 dalle 9,00 alle 13,00


oppure

2. Sabato 18 ottobre dalle 9,00 alle 13,00

e domenica 19 ottobre 2008 dalle ore 9,00 alle 13,00

Per maggiori informazioni: cell. 333 2503666 e tel. 02 95051523

a cura della psicomotricista Manuela Brenna

 

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L’adulto implicato nella relazione soprattutto con i bambini è coinvolto maggiormente a livello emotivo; le difese che può mettere in atto inconsapevolmente possono deteriorare i rapporti e l’ascolto profondo della domanda.
E’ possibile, attraverso una sensibilizzazione a livello corporeo ed espressiva, cominciare a conoscere i propri meccanismi relazionali e a riflettere sulla propria disponibilità di educatore.
Gli obiettivi saranno:

- Sperimentare la relazione con sé, gli altri, gli oggetti e il gioco

- Conoscere la propria espressività motoria

- Acquisire la capacità di elaborazione delle esperienze vissute.

 

Il laboratorio avrà la durata di 8 ore distribuite in due giorni e si svolgerà presso la palestra della Scuola Primaria di Liscate, provincia di Milano (abbigliamento comodo, tuta e maglietta).
Si può scegliere fra le due date indicate.
E’ necessario far pervenire una preiscrizione per conoscere il numero dei partecipanti e i loro recapiti per la conferma.
Il pagamento di 80,00 euro sarà effettuato il giorno d’inizio dello stage 30 minuti prima. La preiscrizione la si può trovare e inviare tramite internet a:

www.psicomotricistaonline.it

1. Venerdì 4 luglio dalle 15,00 alle 19,00

e sabato 5 luglio 2008 dalle 9,00 alle 13,00


oppure

2. Sabato 27 settembre dalle 9,00 alle 13,00

e domenica 28 settembre 2008 dalle ore 9,00 alle 13,00

Per maggiori informazioni: cell. 333 2503666 e tel. 02 95051523

Navigando su Internet, qualche tempo fa, sono capitata su un sito (Vivere meglio) dove vi è una bellissima raccolta di pensieri e racconti.
Tra le altre cose, ho trovato questa “Lettera di un figlio a tutti i genitori del mondo”: ho voluto condividerla con voi perché credo contenga degli ottimi spunti di riflessione.

Non datemi tutto quello che vi chiedo.
A volte chiedo solo per riscontrare quanto posso prendere.
Non sgridatemi; vi rispetto meno quando lo fate, e insegnate a gridare anche a me. Non vorrei imparare a farlo.
Mantenete le promesse, belle o brutte. Se promettete un premio, datemelo e comportatevi così anche con le punizioni.
Non mi paragonate a nessuno, specialmente a mio fratello o a mia sorella; se mi fate apparire migliore di altri, sarò io a soffrire.
Non cambiate parere così spesso su ciò che devo fare; decidetevi a mantenere la vostra decisione.
Permettetemi di crescere, fidandovi delle mie capacità. Se voi fate tutto al mio posto, io non potrò imparare mai.
Non dite bugie in mia presenza, e non mi piace nemmeno che voi mi chiediate di dirle al vostro posto, neanche per darvi una mano. Questo mi fa sentire male e perdere la fiducia in tutto ciò che dite.
Quando sbaglio ammettetelo. Questo aumenterà la mia stima per voi, mi insegnerete così ad ammettere i miei sbagli.
Trattatemi con la stessa affabilità e spontaneità che avete verso i vostri amici; essere parenti non vuol dire non poter essere amici.
Non mi chiedete di fare una cosa che invece voi non fate, anche se non lo dite; non farò mai ciò che voi dite ma non fate.
Quando voglio condividere una mia preoccupazione con voi, non ditemi: “Non abbiamo tempo per stupidaggini”, oppure: “Non ha importanza, sono cose da ragazzi”. Cercate di capirmi e di aiutarmi.
Vogliatemi bene e ditemelo. A me piace sentirmelo dire, anche se voi credete che non sia necessario dirmelo. Abbracciatemi, ho bisogno di sentire la vostra amicizia, la vostra compagnia, in ogni momento.

In questo breve testo è contenuto davvero tutto ciò di cui i bambini hanno bisogno e che noi genitori dovremmo garantire loro: amore, rispetto, attenzione, fiducia, onestà…

Ma quanto è difficile il mestiere di genitore! Quanti sbagli si possono fare in buona fede, pensando di agire per il bene dei figli!

Ci sono alcune frasi che mi hanno colpito in modo particolare:

  • Non datemi tutto quello che vi chiedo. A volte chiedo solo per riscontrare quanto posso prendere.

Viziare i bambini, riempirli di giocattoli e permettere loro di fare ciò che vogliono non significa necessariamente amarli o, comunque, non è il solo modo con cui loro vorrebbero essere amati.
I giocattoli a volte, servono più che altro a noi adulti per compensare quelle che sentiamo come nostre mancanze: il poco tempo che abbiamo a disposizione da passare insieme ai bambini, la scarsa “disponibilità mentale” a stare con loro, i ritmi di vita stressanti ai quali spesso li sottoponiamo, le situazioni familiari non sempre serene…
In realtà spesso sembra che ai costosi giocattoli i bambini prediligano gli oggetti del quotidiano: stoviglie, utensili della casa, oggetti senza una forma precisa che possono però dare vita alla loro fantasia e inventiva e possono essere molto più stimolanti dei giocattoli preconfezionati.
Piuttosto che caricarli di regali, che finirebbero poi per disorientarli e far perdere loro il valore delle cose, dovremmo ingegnarci a trovare nelle nostre attività quotidiane, un equilibrio tra lavoro e gioco e condividere con i nostri bambini queste attività.
Teniamo presente che la vita, invece di essere tutta lavoro e niente gioco, per molti dei nostri figli è quasi tutta gioco e pochissimo lavoro; imparare ad apparecchiare la tavola, a costruire un recinto, a lavorare nell’orto, a cucinare… ad esemoio, potrebbero essere esperienze memorabili che grandi e piccini potrebbero condividere insieme.

  • Permettetemi di crescere, fidandovi delle mie capacità. Se voi fate tutto al mio posto, io non potrò imparare mai.

Il compito più difficile e impegnativo di ogni genitore è quello di aiutare i propri figli a crescere, anche se ciò significa necessariamente mettere da parte il proprio egoismo e le proprie aspettative.
E’ nostro dovere proteggere i nostri figli, ma ciò non vuol dire che dobbiamo relegarli sotto una campana di vetro.
Molte proibizioni e divieti che diamo ai nostri figli sono dettati dalle nostre paure. E’ il nostro egoismo che ci porta a precludere loro delle situazioni che noi riteniamo possano causargli del male fisico o morale.
Le frasi: “Non salire sulla scala, che rischi di cadere!”, “Non toccare le forbici, che ti puoi tagliare un dito!”, fanno parte di un repertorio che non si esaurisce, bensì evolve in base all’età dei figli: “Niente moto: potresti cadere!”, “Non uscire in macchina!”, “Non frequentare quelle amicizie: non fanno per te!”
In realtà, però, non è giusto che la nostra tranquillità vada a discapito della loro libertà: è solo grazie all’esperienza che potranno crescere.
Facile a dirsi… ma nella pratica, come si possono affrontare con serenità determinate situazioni?
Già so che, in quanto madre iperprotettiva, mi aspetteranno lunghe notti insonni aspettando il rientro a casa dei miei figli ormai adolescenti! E come reagirò quando mi presenteranno i loro partner che il mio istinto di mamma giudicherà inevitabilmente inadeguati a loro?
Ma d’altra parte mi chiedo: avrebbe senso ostacolare le loro scelte? Cosa potrei ottenere impedendo ai miei figli di seguire il loro istinto, se non il far nascere in loro sentimenti di frustrazione, rabbia e ribellione che li spingeranno a scelte magari ancora più estreme?
Meglio dunque accompagnarli e guidarli nel loro percorso di crescita: avere fiducia in loro, sostenerli ed essere sempre pronti, nel caso si facessero male, ad offrire loro conforto e a spronarli a non mollare.
E così anche durante l’infanzia: dovremmo imparare ad assecondare il desiderio di esplorazione dei più piccini, anche nei confronti degli oggetti e delle situazioni più “pericolose”.
Se il coltello è un “tabù” per il bambino, la prima volta che si troverà ad usare questo strumento proibito e sconosciuto, molto probabilmente si taglierà! Se invece, nei limiti di sicurezza, assecondiamo la sua curiosità e gli insegniamo a maneggiarlo, spiegandogli da dove può derivare il pericolo e magari permettendogli di utilizzarlo insieme a noi, l’avremo aiutato a imparare e dunque a crescere!
Allo stesso modo molti genitori cercano di togliere ogni responsabilità ai figli, pensando di agire nel loro interesse. In realtà noi genitori dovremmo saper responsabilizzare i figli fin dall’infanzia, affidando loro incarichi commisurati all’età. In questo modo si accresce il loro senso di autonomia e autostima.

  • Quando sbaglio ammettetelo. Questo aumenterà la mia stima per voi, mi insegnerete così ad ammettere i miei sbagli.

Il processo di autostima si mantiene attivo anche tramite i “complimenti” o i “richiami”. Entrambi devono però essere precisi, non generici e riferiti ad una situazione concreta ben determinata.
Infatti i complimenti generici non sono credibili e le critiche generiche (”sei il solito stupido”) destrutturano la personalità.

  • Non mi paragonate a nessuno, specialmente a mio fratello o a mia sorella… se mi fate apparire migliore di altri, sarò io a soffrire.

Tutti i genitori vorrebbero che i propri figli fossero i migliori: i più belli, sani, intelligenti e i confronti tra fratelli o coetanei sono inevitabili.
Tuttavia è importante non fare paragoni in presenza dei bambini: loro devono avere la certezza di essere speciali agli occhi di mamma e papà.
A mio avviso il rivale più insidioso, però, non è tanto il fratellino o l’amichetto, quanto l’immagine del figlio ideale che i genitori hanno in mente.
Mi spiego meglio: per qualsiasi genitore, la relazione col bambino esiste già prima del concepimento. Ognuno infatti ha un proprio “bambino interiore” e su di esso modella l’immagine del figlio desiderato. Questo bambino immaginario è l’insieme degli ideali, dei desideri, delle esperienze che l’adulto ha vissuto nell’infanzia e di quelle che gli sono state negate.
Per questo, il figlio desiderato possiede tutte le qualità e le possibilità alle quali l’adulto ha dovuto rinunciare, ma che costituiscono sempre un anelito profondo e nostalgico.
Dunque, nella mente dei genitori esistono sempre due diversi bambini con cui relazionarsi: il bambino ideale, che è la somma di desideri, esperienze, ideali e aspettative sociali dei genitori; e il bambino reale, quello vero, che molto spesso risulta deludente perché non corrisponde alle aspettative.
Non dimentichiamo che ogni bambino è unico e irripetibile; per questo è di fondamentale importanza che il bambino ideale gradualmente lasci il posto all’individuo particolare che abbiamo messo al mondo e che ha il diritto di essere amato per quello che è, anche se diverso da come lo avremmo desiderato.
Per concludere, credo che il fatto di far sentire i propri figli i migliori, possa veramente farli soffrire; non per una questione di altruismo (i bambini sono istintivamente egocentrici ed egoisti), ma piuttosto perché avrebbero da portare sulle spalle il peso delle aspettative dei genitori e ciò potrebbe influire negativamente sulla loro crescita psicologica.

E voi, cosa ne pensate? Quale passo di questo brano vi è piaciuto di più?

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IL BOX - PRO E CONTRO

Nell’immaginario comune il box rappresenta il conflitto d’interessi tra gli adulti indaffarati ed il bambino in crescita.

Trai i 6 e i 18 mesi, infatti, il bambino impara a muoversi autonomamente, ma è ancora impacciato e insicuro nei movimenti.
Inoltre, proprio a questa età, nasce in lui un forte istinto esplorativo che lo spinge a voler scoprire tutto ciò che fa parte dell’ambiente che lo circonda.
Se lasciato inosservato, anche solo per pochi minuti, si rischia di mettere in serio pericolo l’incolumità del piccolo che, ovviamente incosciente e imprevedibile, potrebbe cadere, ferirsi o imbattersi in qualche oggetto o sostanza pericolosa.

D’altra parte anche gli adulti che si prendono cura del bambino hanno la necessità, di tanto in tanto, di allentare il controllo sul piccolo, magari per poter seguire altre attività oppure per sbrigare le faccende domestiche.

Ecco che, soprattutto in questa fase, i genitori prendono in considerazione la possibilità di ricorrere all’aiuto del box.
Si tratta indubbiamente di un accessorio utile poiché, una volta adagiato al suo interno, il piccolo si trova in un luogo protetto, non può uscire ed ha a portata di mano soltanto gli oggetti sicuri che gli vengono messi a disposizione.
Tuttavia, molti genitori temono che la propria tranquillità vada a discapito della possibilità di esplorazione e di movimento del bambino.

In realtà, se usato con buon senso, il box può conciliare le esigenze di libertà di grandi e piccini.
Non si deve “abusare” di questo strumento, parcheggiando il bambino al suo interno per la maggior parte della giornata, ma è lecito e coscienzioso ricorrervi ogni volta che non si possa dedicare al piccolo l’attenzione necessaria.

L’ETA’ GIUSTA

Come abbiamo detto, l’utilità del box è massima dai 6 ai 18 mesi del bebè: in questa fase, infatti, il piccolo esploratore inizia a muoversi autonomamente e ad andare alla scoperta del mondo, ma ovviamente è ancora impacciato e non è in grado di distinguere i pericoli che lo circondano.
Per questo motivo, nel caso in cui lo si debba lasciare per un po’ di tempo incustodito, meglio affidarlo al box: un luogo sicuro e protetto e dal quale non può uscire.

In ogni caso, è consigliabile cominciare ad utilizzare il box solo a partire dai 6 mesi.
Prima di questa età, infatti, il piccolo non ha ancora raggiunto lo stadio di maturazione che gli consente di stare seduto da solo e di muoversi in modo autonomo.

I PRIMI APPROCCI

E se al bambino non piace stare nel box?
Questo accade generalmente quando non viene dato al piccolo il tempo necessario per familiarizzare con questo nuovo ambiente.
Un approccio troppo brusco può portare ad un rifiuto da parte del bambino che è portato a identificare il box come una sorta di recinto in cui viene relegato, un “nemico” capace di limitare la sua libertà di esplorazione e di movimento.

Per evitare di partire col piede sbagliato, non bisogna avere fretta: al contrario, bisogna aiutare il piccolo a prendere confidenza con questo nuovo spazio.
Nei primi tempi, meglio non allontanarsi e restare a giocare con lui nel box; solo successivamente e con molta gradualità si può cominciare ad allontanarsi, avendo cura di continuare a parlargli dall’altra stanza affinché non si senta abbandonato.
E’ molto importante inoltre evitare di mettere il bambino nel box nei momenti in cui è più teso, ad esempio quando ha sonno o quando è l’ora della pappa.
Inoltre è meglio, soprattutto le prime volte, non insistere se non vuole entrare nel box: una forzatura potrebbe far assumere a questo oggetto una connotazione negativa agli occhi del bebé.
Soprattutto, il box non deve essere mai usato come “castigo” o “punizione”, altrimenti il bambino potrebbe associare al box l’idea di una prigione.

UNA PERMANENZA PIACEVOLE E DIVERTENTE

Un altro utile accorgimento per far si che il bambino accolga con piacere l’idea di trascorrere qualche ora nel box consiste nel trasformare il piccolo recinto in un luogo stimolante e divertente.

Se è vero che il box non deve mai essere visto come luogo di punizione, perché non pensare di associarvi l’idea di premio!
Si può provare a mettervi dentro oggetti che attirino la curiosità del piccino, per poi mostrargli le meraviglie di questo luogo di gioco, senza però proporgli di entrare al suo interno: molto probabilmente sarà proprio il bambino a voler entrare in esplorazione.

Ad esempio, si può pensare di mettere al suo interno i giochi preferiti dal bebé e di sostituirli e alternarli periodicamente, moltiplicando così le possibilità di esplorazione; non bisogna però riempirlo troppo perché deve rimanere uno spazio adeguato che consenta al piccolo di muoversi agevolmente.

Si può acquistare un box molto colorato che, di per sé, è un ambiente stimolante ed appendervi intorno degli oggetti a cui si possa aggrappare o che possa portare liberamente alla bocca.

Sicurezza e libertà del bambino sono entrambe di fondamentale importanza; è bene quindi tenere conto di alcune fondamentali caratteristiche al momento dell’acquisto: il sistema di apertura deve essere facile ed agevole, ma “a prova di bimbo”.
L’altezza deve essere di almeno 60 centimetri, in modo da impedire al bambino in piedi di scavalcare le sponde.
La rete che delimita lo spazio deve essere in maglia, affinché il bambino possa vedere attraverso di essa, ma molto resistente.
Le parti metalliche, gli spigoli, gli snodi e tutte le parti contundenti devono essere imbottite e ben protette; inoltre, la stabilità della struttura deve essere tale che, una volta aperto, il box non traballi.
Infine è molto importante che il fondo della struttura sia resistente: appoggiandovi sopra il palmo della mano, non si deve incurvare.
Nel periodo in cui viene utilizzato il box, il piccolo impara prima a reggersi sulle gambe e successivamente e a fare i primi passi, per questo è fondamentale che l’appoggio per i piedini sia adeguato.

LE ALTERNATIVE AL BOX

L’alternativa al box più economica e adeguata allo sviluppo motorio del neonato è una coperta o una trapunta che gli permetta di giocare sul pavimento.

Si possono acquistare i “recinti”, delle specie di staccionate che si appoggiano direttamente sulla trapunta e si possono adattare allo spazio disponibile.
Il vantaggio è che è più largo del box e consente movimenti più ampi, dunque generalmente il piccino gradisce maggiormente questa soluzione perché lo fa sentire più libero; tuttavia occorre prestare molta attenzione a prendere le opportune precauzioni affinché il bambino non si faccia male.

Il rischio di questa soluzione è legato al fatto che il neonato che inizia a stare seduto o a camminare autonomamente, inizialmente non è dotato di molto equilibrio e può facilmente scivolare, rischiando di battere la testa sulla staccionata o sul pavimento dove una semplice coperta non è sufficiente per evitargli una botta sonora.
Dunque si può pensare di sistemare una serie di morbidi cuscini in modo da mettere il bimbo al riparo da eventuali testate.

Inoltre non bisogna sottovalutare, soprattutto nel periodo invernale, il rischio di raffreddamento del bambino: il box è leggermente rialzato da terra, mentre una trapunta sistemata sul pavimento non sempre è sufficiente a isolare il bambino dal freddo.
Per ovviare a questo inconveniente è sufficiente sistemare il piccolo in una stanza adeguatamente riscaldata o, se necessario, vestirlo di più!

Per i più piccini, si può pensare di sistemare sul pavimento un materasso da lettino al posto della trapunta, ovviando così sia al rischio legato alle cadute che a quello legato al freddo.

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