Archives for Donna e mamma category

di Manuela Brenna

Il 24 e 25 maggio 2008 presso il Campus Universitario di Parma si è tenuto un interessante convegno sulla vita prenatale e perinatale del bambino, vi hanno partecipato molte personalità del mondo scientifico internazionale.
I diversi contributi hanno arricchito a mio avviso il panorama complesso della maturazione psicomotoria del bambino, hanno apportato con ricerche ed esperienze lavorative altri elementi che spiegano sempre più scientificamente come l’individuo sia immerso e avvolto dall’ambiente delle relazioni prima e dopo la nascita, non solo chimiche, biologiche o neurologiche, ma anche e soprattutto affettive, comunicative e sociali.
Questo tessuto di messaggi forma una rete di connessioni che costituiscono fin dal concepimento la sensibilità tonica del nostro essere al mondo: unione creativa del corpo in relazione.
Riporterò un intervento in particolare che ha sottolineato ulteriormente quanto il periodo prenatale sia una fase determinante per lo sviluppo psichico del bambino e quanto la gravidanza per la madre possa diventare un’occasione di crescita personale.
E’ un fatto storico, il legame che s’instaura tra madre e figlio è un tema d’interesse universale.

continua!

Clicka qui per leggere l’articolo completo!

Dopo la nascita di un bambino può capitare che la donna non si senta così felice come pensava di essere. Al contrario, può sentirsi triste senza motivo, irritabile, incline al pianto, “inadeguata” nei confronti dei nuovi ed impegnativi compiti che la attendono.
Nella maggior parte dei casi questo stato d’animo e del tutto fisiologico e passeggero, nel giro di pochi giorni, questi sentimenti negativi passano e la donna può godere appieno della vicinanza del suo piccolo. Si parla in questi casi di “baby blues”, uno stato depressivo temporaneo e senza nessuna conseguenza. Si stima che circa il 70%-80% delle donne soffra di questo disturbo.

Ben più seria, e sicuramente da affrontare con l’aiuto di uno specialista, è la “depressione post-partum”, che colpisce circa il 10% delle donne che hanno avuto da poco un bambino. La depressione post parto può verificarsi indipendentemente dall’ordine di nascita del bambino: non è detto che una madre che non ne abbia sofferto in seguito alla nascita del primo figlio non possa soffrirne dopo la nascita di altri figli.

Nessuno sa dire con certezza che cosa provochi la depressione post parto. Certamente si possono identificare una serie di cambiamenti che avvengono dopo il parto e che possono portare ad uno stato depressivo.

1. Cambiamenti a livello fisico:

  • il livello di ormoni quali l’estrogeno e il progesterone cade drammaticamente nelle ore successive al parto;
  • può essere presente una spossatezza dovuta al travaglio e al parto o alla necessità di riprendersi da un intervento chirurgico in caso di taglio cesareo.

2. Aspetti emotivi che possono influire sull’autostima della donna e sulla sua capacità di affrontare lo stress del puerperio:

  • sensazione di inadeguatezza;
  • percezione di uno scarso sostegno da parte del partner;
  • aver vissuto di recente eventi stressanti importanti.

3. Credenze rispetto all’essere madre:

  • “La maternità è una questione di istinto”. Non è facile gestire un neonato. Alcuni aspetti della cura di un neonato vanno appresi, così come qualsiasi altra abilità nella vita;
  • “Mio figlio sarà perfetto”. Non sempre (o quasi mai) i bambini sono così come ce li siamo immaginati. A cominciare dall’aspetto fisico, per non parlare dei ritmi sonno-veglia, dell’alimentazione, etc;
  • “Sarò una madre perfetta”. Una donna può pensare di non essere all’altezza del suo compito, di essere inetta se non riesce a fare “tutto e bene”.

Sintomi della Depressione Post Partum

I sintomi che possono far sospettare una depressione post parto includono:

  • sentirsi quasi sempre irrequiete o irritabili;
  • sentirsi tristi, depresse o avere molta voglia di piangere;
  • non avere energie;
  • mal di testa, dolori addominali, tachicardia, difficoltà a respirare;
  • insonnia;
  • inappetenza e perdita di peso;
  • mangiare in maniera eccessiva e soprappeso;
  • difficoltà di concentrazione e di memoria, difficoltà nel prendere le decisioni;
  • preoccupazione costante nei confronti del bambino (in assenza di problemi oggettivi);
  • disinteresse nei confronti del bambino;
  • sentimenti di colpa e di disistima;
  • timore di poter fare del male al bambino o a voi stesse;
  • perdita di interesse o piacere in ciò che si fa.

Cosa può fare una donna che sta sperimentando questi sintomi?

Innanzitutto, se lo stato depressivo è serio e interferisce con lo svolgimento delle nostre attività quotidiane, non esitiamo a rivolgerci ad uno specialista. Potrebbe essere anche necessario assumere dei farmaci per un periodo.

E’ importante affrontare seriamente la depressione post parto perché può avere delle conseguenze a lungo termine sulla vita della donna che la sta sperimentando e su quelle della sua famiglia, soprattutto del neonato.

Se invece stiamo sperimentando alcuni dei sintomi su elencati ma essi non interferiscono pesantemente con la nostra vita quotidiana ecco cosa possiamo fare per evitare che il nostro stato depressivo si aggravi e per ritrovare il benessere perduto:

  • cerchiamo qualcuno con cui poter parlare di come ci sentiamo. Parlare con altre mamme e sentire che non siamo sole può aiutarci a vivere il nostro stato d’animo in maniera diversa;
  • prendiamoci del tempo per stare con il nostro partner e parlare di quanto sia cambiata la nostra vita. Esprimiamo sinceramente i nostri sentimenti e le nostre preoccupazioni;
  • lasciamo che amici e parenti ci diano una mano nella gestione della casa e del bambino. Facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon);
  • prendiamoci del tempo per noi stesse, anche solo 15 minuti al giorno. Possiamo leggere, dedicarci a creare qualcosa, fare un bagno, meditare, insomma dedicarci a qualcosa che ci dia piacere e ci rilassi;
  • cerchiamo di riposare. Approfittiamo dei momenti in cui il piccolo dorme;
  • facciamo attività fisica. E’ sufficiente fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di “aver preso aria”, arrecherà un immediato benessere psicofisico;
  • rilassiamoci. Respiriamo profondamente e facciamo ricorso ad immagini rilassanti, per ritrovare uno stato di calma e serenità;
  • nutriamoci bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura. Limitiamo l’uso di caffeina, alcol e zuccheri;
  • teniamo un diario. Scrivere dei nostri sentimenti ed emozioni può essere un modo per “scaricarci”. Appena ci sentiremo meglio potremmo rileggere il diario e notare i progressi fatti;
  • accontentiamoci di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori;
  • ricordiamoci che è normale sentirci sopraffatte dai tanti nuovi impegni. Ci vuole del tempo per adattarsi ai cambiamenti che un figlio comporta;
  • soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva.

Ecco cosa possiamo fare praticamente per mantenere questo legame:

  1. allattiamo spesso (ogni 2-3 ore), appartandoci in un posto tranquillo in cui sappiamo che non saremo disturbate. Rilassiamoci, cerchiamo di godere del contatto con il bambino, guardandolo negli occhi. Lo stesso vale se il nostro bambino non è allattato al seno, ma con il biberon, lasciando però trascorrere il tempo necessario tra una poppata e l’altra;
  2. facciamo in modo che il bambino possa riposare in un luogo tranquillo e approfittiamone per riposare anche noi insieme a lui. Il riposo è fondamentale per entrambi;
  3. prendiamo spesso in braccio il bambino e parliamogli dolcemente. Cambiamogli spesso il pannolino, facciamo in modo che non senta troppo caldo o troppo freddo;
  4. coinvolgiamo il partner, parenti e amici nella cura del bambino;
  5. se abbiamo già un bambino, ricordiamoci che potrebbe soffrire per la quantità di attenzioni prestate al nuovo arrivato. Prendiamoci del tempo per stare con ognuno dei bambini e dimostriamo ad entrambi il nostro affetto. Incoraggiamo il bambino più grande a prendersi cura o a giocare con il neonato;
  6. non rintaniamoci in casa: uscire con il nostro bambino farà bene ad entrambi;
  7. se ci sentiamo sole, stanche, frustrate o arrabbiate, lasciamo pure il bambino a qualcuno di cui ci fidiamo e prendiamoci del tempo per noi stesse. Non sentiamoci in colpa per questo. Solo se saremo serene potremo trasmettere benessere e serenità ai nostri figli: quindi facciamo del nostro meglio per farci del bene.

Dott.ssa BERNABEO Maria

Print This Post Print This Post

GENGIVITE GRAVIDICA

La gengivite da gravidanza colpisce una percentuale altissima di donne e ha intensità e sintomi variabili che dipendono, tra le atre cose, dallo stato delle gengive precedente la gravidanza.
Le gengiviti gravidiche hanno un’insorgenza piuttosto precoce, fin dal primo trimestre di gestazione, e sono caratterizzate da una mucosa gengivale congestionata e gonfia.
Le gengive tendono ad arrossare facilmente e possono sanguinare in seguito al minimo trauma.
Le zone della bocca più colpite sono quelle anteriori con problemi più evidenti negli spazi interprossimali; si riscontrano lesioni più gravi nelle donne che abitualmente respirano con la bocca.
Come abbiamo detto, questa patologia presenta vari gradi di gravità: dalle forme lievi si può arrivare a gengiviti con sanguinamento copioso, ulcerazioni, mobilità dei denti e perdita dell’osso alveolare.
Le cause di questo disturbo sono riscontrabili nelle alterazioni della composizione della placca batterica e della mucosa orale, indotte dallo squilibrio ormonale gravidico.
A conferma di ciò, si è riscontrato che dopo tre mesi dal parto, quando gli ormoni si normalizzano, si osserva una remissione della gengivite.
L’estrogeno e il progesterone, i cui livelli durante la gestazione possono aumentare rispettivamente di 30 e 10 volte rispetto al ciclo mestruale, funzionerebbero infatti da fattori di crescita per alcuni batteri in grado di alterare lo stato di salute gengivale.
L’altro dato da tenere in considerazione è la diminuzione della risposta immunitaria materna durante la gravidanza, da cui deriva una maggiore suscettibilità alla malattia parodontale.
Tuttavia, la gravità del quadro clinico della gengivite gravidica, così come per qualsiasi altra forma di gengivite, è condizionata da fattori irritanti locali: la placca batterica e il tartaro.
Alcuni studi hanno dimostrato, inoltre, che la malattia parodontale gravidica, se non opportunamente curata, può costituire un serio fattore di rischio per nascite premature (circa 37 giorni prima) e sottopeso (2,5 kg in meno).
Ci sono possibilità, infatti, che l’infezione si trasmetta al tratto genitale ed urinario della futura mamma, condizionando l’esito della gravidanza.

Il meccanismo sarebbe il risultato della produzione di tossine da parte dei batteri e della mediazione di sostanze prodotte dalla madre come le prostaglandine e l’interleuchina.
Un elevato livello di queste sostanze nel cavo orale e, conseguentemente, nel tratto genito-urinario potrebbe costituire un insulto sufficiente a stimolare l’evento del parto in anticipo rispetto alle attese.

MALATTIA PARADONTALE O PARADONTITE

La gengivite iniziale può evolvere o in senso positivo (e dunque regredire), o in senso negativo, e trasformarsi in una gengivite stabilizzata o addirittura in parodontite.
La malattia parodontale (o parodontite) e’ il termine tecnico che individua la cosiddetta piorrea, dovuta alla comparsa di un gran numero di batteri anaerobi (che vivono in assenza di ossigeno) al di sotto del solco gengivale.
Questo solco si approfondisce sempre più fino a trasformarsi in una tasca.
Il tappo biologico che si forma tra dente e gengiva deve essere necessariamente asportato per lasciare libero il passaggio di ossigeno e per limitare l’aumento dei batteri anaerobi sub-gengivali.
L’aumento di questi batteri, ha infatti come risultato finale la distruzione delle fibre collagene con cui la gengiva si ancora al dente, e col tempo tutto ciò può comportare anche una distruzione ossea.

IPERESTESIE DENTALI

Le iperestesie (perdita dei sensibilità) dentali sono fenomeni di tipo nevralgico che possono essere a carico di un singolo dente oppure di zone più estese.
In gravidanza sono dovute all’aumento di sangue nella polpa dentale (tessuto molle che si trova all’interno del dente) o all’abbassamento della soglia di sensibilità del nervo trigemino.
Insorgono sotto gli stimoli del freddo, del dolce e del salato o anche a seguito del contatto con qualunque corpo estraneo.
Passeggere e intermittenti, solo raramente richiedono una terapia antalgica.

AUMENTO DELLA CARIE

Secondo le teorie moderne non esiste una correlazione precisa tra carie e gravidanza.
Tuttavia in gravidanza si sviluppa una serie di fattori, che se non adeguatamente controllati, sono in grado di promuovere nuove carie o di accelerare quelle già esistenti.
Ad esempio lo sviluppo della carie è favorito, come abbiamo visto, dalla diminuzione del Ph della saliva; inoltre, il sanguinamento delle gengive durante lo spazzolamento e le iperestesie dentali, portano spesso alla rinuncia di una qualsiasi igiene favorendo così l’accumulo della placca batterica, l’insorgenza di nuove carie e il complicarsi della situazione gengivale.
La miglior forma di terapia è proprio la diffusione di norme per una corretta igiene orale.

Print This Post Print This Post

LA CASA DELLE REGOLE

Delle sconvolgenti trasformazioni che hanno caratterizzato questi ultimi decenni ho parlato fin troppo nelle prime parti di questa raccolta. Mi basterà perciò ribadire che la decadenza epocale non è la causa del malessere delle persone, bensì l’effetto del degrado interiore in cui gli uomini e le donne di questa epoca sono precipitati. È nell’anima di ogni singolo essere umano, infatti, che si svolge la vera battaglia e sono gli effetti di quest’ultima che si manifestano poi nel mondo connotando l’arte, la cultura, la politica, l’economia e l’insieme delle relazioni sociali. Tutto questo, però, torna poi a riflettersi e a condizionare l’anima umana, in un feed-back che non presenta nessuna facile soluzione di continuità. È sempre molto difficile, infatti, poter individuare il punto in cui ogni volta, nella vita di ogni singola individualità, potrebbe essere collocato l’inizio della sua personale responsabilità. L’inizio del proprio farsi libero.

Quello che è certo è che ora come ora viviamo tutti all’interno di un processo morboso aggressivo e virulento che metterà a dura prova la nostra capacità di autocoscienza.

Un processo morboso di questo tipo è quello che oggi sta corrodendo e devastando l’anima della donna moderna occidentale.

È ovvio – ma voglio sottolinearlo bene - che questa è una generalizzazione estrema che volutamente trascura tante singole, straordinarie eccezioni delle quali, per altro, sono spesso stato testimone. Così come spero sia altrettanto ovvio (e basterà leggere il successivo articolo di questa raccolta) che neanche l’uomo moderno occidentale se la passa poi tanto bene.

Ma il tradimento di se stessa inconsapevolmente operato dalla donna moderna rappresenta, proprio oggi e - oserei dire - oggi più che mai, una perdita incommensurabile per la nostra civiltà.

Non a caso, infatti, nei primi anni del dopo guerra, mentre il mondo si riprendeva a stento dalla barbarie di cui era stato protagonista, un folto numero di intellettuali, scienziati ed artisti si era ritrovato a Stoccolma per firmare un manifesto in cui si auspicava la rinascita del Principio Femminile. Da troppi secoli oramai il Principio Maschile dominava il mondo, influenzando con il proprio peculiare paradigma la lettura stessa della realtà. La cultura, la religione, la politica, la scienza, l’economia… tutto si era piegato ad essere espressione unilaterale dell’uomo al potere, ed essendo il Maschile, per sua intrinseca natura, grezzo, volubile, possessivo, dominatore, distruttore, spirito inquieto e mai pago se non stemperato e addolcito dalla presenza del Femminile al suo fianco, si auspicava che i tempi fossero maturi perché le cose cambiassero e che la tolleranza, la condivisione, la sensibilità, la collaborazione, lo spirito di conservazione e la spinta alla vita, proprie del Femminile, potessero infine riemergere dal limbo in cui la prepotenza maschile le aveva relegate.

Ci vollero anni… ma alla fine qualcosa si mosse. La donna uscì dal ristretto ambito domestico dove era stata esiliata e a forza si riappropriò del diritto al voto, all’istruzione, al lavoro e, in una certa misura, anche del proprio corpo. Nei primi anni, dopo lo storico ’68, l’Europa si incendiò… la donna cominciò a fare sentire la propria voce, e anche se all’inizio era pregna di un traboccante rancore nei confronti dell’uomo che per secoli l’aveva reclusa (ricordate gli slogan di allora: “…Tremate, tremate, le streghe son tornate” ?) era auspicabile che in seguito avrebbe ben indirizzato la sua lotta. L’assolutismo patriarcale, e non l’uomo in quanto tale, avrebbe dovuto essere il suo nemico. E i paradigmi maschili riconosciuti appunto come unilaterali, parziali, provvisori… erronei perché in definitiva incompleti.

Per un approfondimento di questa rivoluzione tanto attesa quanto auspicata il lettore interessato potrebbe consultare il libro di F.Capra : “Punto di svolta”, edito da Adelphi.

È in questo momento storico, delicatissimo, che l’autocoscienza femminile registrò un calo di lucidità e anziché immergersi nel doloroso processo di ri-appropriazione di tutte quelle modalità e capacità e qualità che connotano appunto l’identità del genere femminile – ma potrei anche dire l’Archetipo del Femminile – finì per perdere se stessa all’interno di una sterile lotta volta a competere con l’uomo sulla base di modalità, capacità e qualità che erano intrinsecamente maschili.

In altre parole la donna, anziché emergere alla ribalta del mondo mettendo sotto accusa e condannando gli stereotipati paradigmi con i quali il maschile ha sempre letto, interpretato e soprattutto manipolato il mondo, oramai da 2500 anni circa, si è ritrovata implicitamente ad avallarli nel momento stesso in cui si è illusa di poter affermare se stessa accettando di scendere in competizione con l’uomo combattendo con le sue stesse armi e sul suo stesso terreno. E magari, in moltissimi casi, riuscendo benissimo nel proprio intento: ma con ciò, paradossalmente, riconfermando la supremazia dei paradigmi maschili in quanto tali. Quanto più schiacciante è stata infatti la vittoria della donna sull’uomo nei campi dell’istruzione, del lavoro, della politica, del potere, dell’economia e del sesso, proprio perché ottenuta grazie all’uso acritico e indiscriminato dei paradigmi maschili, tanto più perdenti ne sono risultati quelli femminili.

In psicodinamica questo processo è molto ben conosciuto: viene chiamato “Identificazione con l’aggressore”, e sospettiamo che tragga la sua logica all’interno di una valutazione psico-economica tutto sommato corretta, anche se perversa. Il meccanismo infatti è difensivo sul piano energetico, perché anziché spingere la vittima a spendere le proprie risorse in una lotta dall’esito incerto contro il proprio aguzzino (percepito comunque, dal proprio stato di asservimento protratto, come Grande e Potente), favorisce invece una identificazione con lo stesso, con ciò evitando lo scontro diretto. Se guerra ci sarà, sarà condotta allora con le stesse armi, all’interno degli stessi parametri di valutazione, in ossequio degli stessi principi ma, in definitiva, senza osare contrapporsi allo spirito che anima il proprio nemico. Con ciò scongiurando i pericoli – soprattutto emotivi - di una più autentica e profonda contrapposizione.

Anche in criminologia, oltre che nella pratica clinica, questo meccanismo è ben conosciuto, ma della sua operatività nel tessuto storico sociale della nostra epoca nessuno ha mostrato di accorgersi. Almeno fino a qualche decennio fa, quando Vandana Shiva, direttrice della Research Foundation for Science and Technology and Natural Resource Policy, attuale leder del movimento femminile indiano e una tra le personalità più in vista del movimento ecologico internazionale, denunciò con una lucidità di pensiero senza precedenti tutte le ingenuità e gli errori del movimento femminista occidentale.

Secondo Schiva le crisi prodottesi in questi ultimi decenni, e quelle che presto seguiranno, non potranno mai essere risolte all’interno di quello stesso paradigma che le ha generate. La loro unica soluzione sta nelle categorie di percezione, pensiero e azione proprie del Femminile. “Il potenziale rivoluzionario e liberatorio del recupero del principio femminile sta nella capacità di quest’ultimo di sfidare concetti, categorie e processi che hanno causato la minaccia della vita, fornendo categorie antagoniste…”

In pratica tutto il contrario di quello che è accaduto fino ad ora… almeno in occidente. Lentamente, ma progressivamente, la donna è andata infatti maschilizzandosi accogliendo la sfida dell’uomo ad affermarsi usando i principi, i valori e le regole di gioco proprie di quest’ultimo. La giustificazione dialettica dell’imbroglio le è stata servita su un piatto d’argento: in un tessuto sociale dominato dalle leggi maschili, se si vuol emergere occorre emulare il proprio avversario e, se possibile, superarlo in spietatezza.

Era esattamente quello che non doveva accadere. La speranza – come ho già detto - era che le più forti e dotate personalità del mondo femminile emergente riuscissero finalmente ad affermarsi all’interno dell’incartapecorito mondo maschile, proponendo al mondo una visione alternativa della realtà e della vita. Alternativa, cioè Altra, proprio perché radicalmente diversa.

E invece, le donne in politica si sono dimostrate ben più assetate di potere dei loro colleghi maschi, le donne manager ben più fredde, calcolatrici e spietate; quelle approdate a ruoli di controllo (poliziotti, vigili urbani, funzionari di stato) ben più severe e rigide; e infine quelle assurte alla celebrità (attrici, cantanti, presentatrici e vallette varie) ben più ciniche, sfrontate e sguaiate. Il culto della personalità, che domina la scena culturale di questo nostro decadente momento storico, giustifica ogni aberrazione.

Straordinaria – a questo proposito – la sconsolata testimonianza che uno dei più acuti osservatori del nostro tempo ha lasciato su questa spietata guerra dei sessi. Bastano due sole pagine – tra l’altro bellissime - a Tiziano Terzani per testimoniare come: “Tutto quello che la mia generazione considerava “femminile” è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.”

Solo che, mi permetto di far notare, quello che la “sua generazione” considerava femminile, non era affatto relativo e culturale (come si potrebbe essere tentati di ritenere), bensì qualcosa che ancora, all’epoca della sua generazione, era radicato nel tessuto vivente dell’Archetipo del Femminile, e perciò - in quanto tale - trans-personale e trans-culturale. E se la globalizzazione, con l’immiserimento culturale di cui è promotrice, riuscirà nell’intento di obnubilare la memoria della donna moderna e a separarla per sempre dalle sue radici (ammesso che tale operazione possa davvero riuscire), il prezzo che tutti noi pagheremo sarà salatissimo.

Se ne mostra consapevole un’altra giornalista, Ariel Levy, newyorchese, che nel suo più recente libro-inchiesta oltre a domandarsi: “Perché siamo preda di una specie di mistica maschile, convinte che essere mascoline sia una vera avventura, e che la cosa migliore a cui una donna può aspirare è essere arrapante?”, denuncia poi lo stato di “scollamento” di sé (schizoidismo) e atrofia emotiva in cui a ben vedere si trovano la maggior parte delle giovani donne da lei incontrate e intervistate. Donne giovani, belle, apparentemente libere, moderne, spregiudicate e sorridenti… ma che nascondono sotto questa maschera accattivante una desolazione senza precedenti. Perché il rovescio della medaglia dell’affermazione di sé usando qualità maschili è quello di raggiungere lo stesso grado di affermazione esaltando le proprie potenzialità estetiche. In apparenza questa potrebbe sembrare una modalità femminile… e invece, ancora una volta, si tratta di servile accondiscendenza alle aspettative immaginifiche e stereotipate del maschile.

Siamo lontani anni luce dal riconoscimento del significato profondo del valore della Bellezza e dalla capacità di offrirla in dono all’uomo che mostrasse di meritarla.

Oggi la bellezza femminile, disgiunta da qualunque corrispondenza interiore, è perseguita invece come un ideale fine a se stesso, con qualunque mezzo e a qualunque prezzo (diete, digiuni, turni massacranti di palestra, massaggi, chirurgia plastica), per essere poi usata come merce di scambio per la notorietà, la ricchezza o il potere.

I programmi televisivi e i rotocalchi sono strapieni di ragazzine più o meno prive di scrupoli - “veline”, “letterine”, “postine” e vallette varie - che si contendono gli spettacoli più importanti e la prima pagina dei giornali a forza di comportamenti tresch, abiti succinti e calendari dove posano nude. Poco più che adolescenti, spesso di una stupidità imbarazzante, ma a cui vengono aperte le porte di importanti rubriche e fatte parlare come se il loro pensiero (e non invece le loro tette) potesse davvero essere interessante.

“ Come è possibile – si chiede Pinco Palla nel suo recente libro: Ancora dalla parte delle bambine – che la massima aspirazione delle figlie di donne che si sono battute per tutta la vita per i diritti femminili, sia solo quella di mostrare il culo in una qualunque trasmissione televisiva?”

E’possibile perché le loro madri hanno combattuto una battaglia sbagliata. Perché quelle madri non seppero comprendere la profonda diversità ontologica del genere femminile da quello maschile, e la assoluta necessità – per realizzare una autentica armonia sociale – che ognuno dei due generi riuscisse infine a donare all’altro, con fierezza ed orgoglio, ciò di cui è il solo e unico depositario.

E’ avvenuto il contrario: una parte delle donne moderne si sono irrigidite in ruoli maschili. Quelle restanti si sono perdute in un estetismo nauseante all’interno del quale – come se non bastasse – si offrono con una superficialità e una disinvoltura che non appartiene alla loro natura.

Come terapeuta, non so più quante testimonianze mi sono state fatte in tal senso: incontri fugaci, occasionali… sesso spregiudicato e disinvolto… per mostrarsi libere, sicure, moderne… a cui seguivano ore e ore di bagni e docce compulsive, depressione e un’infinità di lacrime amare.

Sex and the city – scrive sempre Ariel Levy - ne ha fatti di danni…

Ma come è potuto accadere tutto questo?

Cosa ci è successo a tutti quanti?

Eppure… cultura ne avevamo. Guardo trasognato la mia libreria e riconosco i libri – e nei libri i pensieri – che soltanto pochi anni fa credevo potessero contagiare il mondo:

“I misteri della donna” e “La strada della donna” entrambi di Esther Harding, una delle più creative allieve di Jung. “La psicologia della donna” di Helene Deutsch. “Animus e Anima” di Marie Louise Von Franze. E poi i recentissimi “La donna ferita” e “La via al matrimonio” di Linda Leonard. “Amo a te” di Luce Irigaray. “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. Insomma: una molteplicità di riflessioni e approfondimenti sulle radici ultime del Femminile indagato al di là di qualunque particolarismo storico, culturale o religioso, oltre ogni limite individuale, per consentire poi, ad ogni singola donna, di scoprire, se non addirittura inventare, la forma unica e originale con la quale manifestarLo e manifestarsi nel mondo.

E che dire poi delle straordinarie, archetipiche figure di donne emergenti dalle pagine dei numerosi romanzi di Isabel Allende, Gioconda Belli, Carmen Martin Gaite, Karen Blixen, Erica Jong, Fatima Mernissi, Kuki Gallemann,

Ma se è vero che il nostro mondo è ammalato, se è vero che la nostra epoca sta decedendo, forse una delle principali responsabilità risiede appunto nella cerebralità del pensiero moderno. Di fatto il nostro pensiero è diventato astratto, si è come scollegato dal sentimento e dalla volontà cui una volta era in un certo qual modo congiunto, con ciò risultando poi del tutto impotente a trasformare il mondo pur sulla base di una accurata cognizione dello stato delle cose.

Non credo sia la consapevolezza a mancare. Essa appare e scompare, anche se più o meno diafana, nella coscienza della maggior parte degli uomini e delle donne moderne.

Quello che manca è il coraggio di viverla.

Ed è quantomeno sorprendente, allora, rintracciare manifestazioni naturali di coerenza archetipale presso la maggior parte di quelle civiltà che noi occidentali, dall’alto della nostra arrogante prosopopea, ci ostiniamo invece definire “primitive”.

L’Africa, in tal senso, è un vero e proprio deposito vivente di simboli ed archetipi che, in un qualche modo, hanno come resistito all’attacco sterminatore della cultura occidentale. Difficile dire per quanto tempo ancora le sue popolazioni riusciranno a conservare inalterate le proprie tradizioni, i propri culti e misteri. Forse è solo questione di pochissimo.

Fatto sta che presso la maggior parte di queste popolazioni è ancora possibile osservare e quasi “toccare con mano” la funzione archetipica svolta dalla donna in seno alla società. Basta allontanarsi dalle capitali e dalle grandi città (dove tutto è andato perduto)… immergersi con discrezione nella vita vissuta dei più anonimi villaggi… anche per breve tempo… e agli occhi di chi vuole e sa vedere appariranno allora aspetti a dir poco sorprendenti.

È quello che sperimentai, solo alcuni anni or sono, in territorio senegalese: il ruolo centrale della donna nel pur delicato equilibrio della società nella quale è inserita. Anch’essa, come la donna occidentale, lavoratrice instancabile ma, a differenza di quest’ultima, solo dedita a quelle fatiche quotidiane che da tempo immemorabile la individuano: la cura della Terra, la preparazione del cibo, l’allevamento dei figli, la pratica della magia e la produzione artistica. Oh… so bene che queste delimitazioni, osservate nell’ottica della donna moderna occidentale, abituata a percepirsi senza più limite alcuno, potrebbero essere interpretate come la riprova dell’ancora attuale emarginazione e sfruttamento della donna africana. Ma posso assicurare che così non è, perché il riconoscimento delle differenze (fisiche, psicologiche e spirituali) tra uomo e donna, e la divisione degli ambiti di occupazione che ne può scaturire, non ha mai rappresentato il vero problema, mentre lo è l’atteggiamento interiore con cui tali differenze sono state elaborate e con cui alla fine sono vissute. In Africa c’è un che di nobile, una sorta di consapevolezza aristocratica in ogni donna che, a seno scoperto, allatta il proprio figlio, in ogni luogo e in qualunque occasione. E ogni madre, in Africa, è tenuta in sommo rispetto dagli uomini tutti, che in lei avvertono, sentono e percepiscono ancora con forza la presenza della Natura, delle forze viventi della Dea Madre Universale.

Forse perciò non a caso così recita la bella poesia di Leopold Sedar Senghor, nella quale la donna, la terra e la natura si sovrappongono e si confondono fino a poter essere scambiate l’una con le altre:

Femmina nuda, femmina nera

Vestita del tuo colore, che è la vita

Della tua forma che è la bellezza.

Io sono cresciuto alla tua ombra;

la dolcezza delle tue mani ha benedetto i miei occhi.

Ed ecco che nel picco dell’Estate e del Mezzogiorno

Io ti scopro,

terra promessa,

dall’alto di un alto colle calcinato,

e la tua bellezza mi trafigge il cuore

come il grido di un’aquila.

(traduzione dell’autore)

Ma ancor più sorprendente, in Mali, fu la scoperta della “Casa delle regole”, istituzione ancora attiva presso quasi tutti i villaggi della oramai ben conosciuta Falesia Dogon.

Su questo popolo – i Dogon, o anche i Figli delle stelle, come loro stessi amano definirsi, per via della presunta origine dei loro Dei da uno dei corpi celesti della “cintura di Orione” (Sirio B), scoperto solo di recente – è stato detto e scritto di tutto. Non avrebbe perciò senso riassumere e impoverire ciò che M.Griaule ha così magistralmente descritto nel suo celeberrimo: “Dio d’acqua”. Né tanto meno avrebbe senso tornare a descrivere la consapevolezza di sé, la fierezza e la spregiudicatezza espresse dalle donne dogon, raccontata con altrettanta perizia dal nostro Vittorio Franchini nel suo saggio: Mali – viaggio tra i Dogon, edito dalla Polaris.

Potrebbe invece valere la pena, ai fini di questo articolo, soffermarsi sul fatto che all’interno della cultura dogon sia conservata ancora perfettamente attiva l’usanza della Casa delle Regole o, per capirci meglio, la Casa delle Donne Mestruate.

Ricordo, quando arrivai a Sanga, uno dei villaggi della falesia, e mi venne indicata la collocazione della casa, ebbi quasi una folgorazione: i miei occhi potevano ora contemplare la sopravvivenza di quella dimensione simbolica, ma nello stesso tempo reale, del Femminile di cui avevo tanto studiato da giovane nei testi di E.Harding. Qui, tra i Dogon – come d’altronde presso alcuni altri popoli africani – le donne, come accadeva nella notte dei tempi, durante il periodo delle mestruazioni abbandonano la famiglia e qualunque altra loro occupazione per ritirarsi in una dimora apposita e qui soggiornare, accudite e “coccolate” dalle proprie compagne.

Questo perché, in ossequio alla propria tradizione cosmogonica, gli uomini ritengono “impure” le donne durante questo periodo e tabù anche soltanto sfiorarle. Di fatto nessun uomo può avvicinarsi alla casa, all’interno della quale – per quanto è dato loro capire e al di là di una blanda svalutazione derisoria, tipica del Maschile - .si celebrano i Misteri del Femminile, legati alla conoscenza del sangue, della vita e della morte.

Posso immaginare quanto questa consuetudine tribale possa stupire, se non addirittura irritare, una donna moderna ed evoluta che sia completamente digiuna delle radici simboliche di questa pratica. Come facilmente la possa scambiare per una segregazione offensiva ed umiliante in ottemperanza a stupidi precetti igienici maschili.


E invece, niente di tutto questo. Perché la pratica dell’allontanamento della donna dal consesso sociale durante il periodo delle mestruazioni – pratica che in passato era diffusa quasi ovunque – affonda le sue radici in un doppio ordine di fattori: uno simbolico e l’altro biologico.

Sul piano simbolico la donna una volta intuiva, avvertiva, percepiva, sentiva e dunque viveva la relazione che un tempo l’aveva collegata con la Luna e le sue fasi. Si sentiva in relazione con le forze germinatici e lussureggianti dell’astro argentato e partecipava perciò sentitamente al periodico lutto rappresentato dal flusso mestruale. Se ogni fecondazione era vissuta infatti come la ri-creazione di un nuovo, piccolo universo, il sangue mestruale rappresentava allora il fallimento di quella possibilità. Una sorta di collasso cosmico interno, periodico, ma non per questo meno doloroso. Era come se delle possibilità fossero andate deluse. L’occasione di una nuova vita fosse andata perduta. E le forze vitali, che avrebbero potuto e dovuto plasmare il “nuovo mondo” fino a dargli una sembianza umana individuale, fossero allora implose, destrutturandosi e contagiando in tal modo qualunque altro campo di forze con cui fossero venute a contatto. Insomma, sarebbe come se la ciclica caotizzazione interna del corpo femminile avesse il potere di caotizzare, attraverso il contatto, il mondo circostante.

Già immagino i sorrisini scettici…. o le accuse di ingenuità e di stupida superstizione che una tale credenza è in grado di promuovere tra tutti noi, smaliziati uomini e donne dell’epoca dei lumi. Immagino lo scetticismo con cui oggi verrebbero accolte testimonianze come quelle che io stesso ho ricevuto, da donne moderne, che raccontano di non poter curare le proprie piante durante il periodo mestruale… pena la salute delle piante stesse.

Lo immagino, perché qualunque cosa oggi pretenda di essere considerato vero e reale, deve poter essere sempre verificabile e soprattutto misurabile. È difficile comprendere che quello che è vero e reale, in questi casi, è il sentimento di disgregazione interiore o, se vogliamo, di lutto che le donne più sensibili possono ancora avvertire, e che ha una sua precisa collocazione all’interno dell’Archetipo del Femminile.

Questa considerazione ci porta al secondo punto: alla consapevolezza intuitiva, nella donna antica, della tempesta ormonale di cui il ciclo mestruale è promotore. E qui, finalmente, la scienza moderna concorda: durante la mestruazione nel corpo della donna si verifica una effettiva modificazione dei valori ormonali e metabolici. E siccome l’anima si esprime, si manifesta e vive nel corpo, consequenziali sono gli sbalzi d’umore: improvvisi, irrazionali, più o meno violenti.

Consequenziali, dicevamo, ma non per questo comprensibili… soprattutto da parte degli uomini.

Straordinaria, allora, l’usanza antica della donna di emarginarsi in un luogo – la Casa delle Regole - dedicato a questi momenti particolari della sua vita: per ritirarsi dalle incombenze quotidiane, spesso assai gravose, e nascondersi nella propria intimità. Per riposare. Morire e rinascere. Piangere e poi ridere subito dopo, accompagnata dalla presenza solerte delle altre che, come lei, sanno…

Noi chiamiamo “primitive” queste culture.

Ma io ripenso a quante donne ho ascoltato, in tutti questi anni, confidarmi con imbarazzo le pene vissute in “quei” giorni: per la perdita di controllo emotivo, per dei gesti inconsulti e ai loro stessi occhi inspiegabili, per i malesseri e i dolori a cui andavano incontro e – soprattutto – per la difficoltà insuperabile di sentirsi comprese e rassicurate. Penso alle amenorree e alle dismenorree feroci, devastanti, delle “donne in carriera” che non possono concedersi un solo giorno di riposo per non dare soddisfazione ai loro rivali maschi. Penso alla difficoltà quasi sempre insuperabile che incontro quando mi sforzo di far prendere coscienza a queste donne delle sacrosanti ragioni delle proteste del loro corpo; o dei validi motivi che avrebbero per esigere – esigere! Avete letto bene – che il “diritto del lavoro” riconoscesse questa componente fondamentale della loro natura. Almeno come la maternità, o l’allattamento, per i quali sempre troppo pochi giorni vengono riconosciuti.

Penso a tutto questo… e mi chiedo: sono davvero loro i primitivi? Sono primitive queste donne africane che ogni mese, ciclicamente, celebrano la propria femminilità? Che se ne vanno in giro ovunque, con i bambini sulle spalle, e la cui fierezza traspare ad ogni gesto, ad ogni sguardo, ad ogni sorriso? Sono loro i primitivi… o siamo noi?

Piero Priorini

Print This Post Print This Post

La colorazione e la decolorazione dei capelli sono trattamenti che riguardano il fusto, ovvero la parte del capello che emerge dal cuoio capelluto.
Tuttavia, le sostanze impiegate possono, anche se in minima parte, penetrare nell’organismo ed essere assorbite attraverso i vasi sanguigni che arrivano al cuoio capelluto.

Per questo motivo, tingersi i capelli sarebbe un trattamento da evitare del tutto durante la gravidanza in quanto c’è il rischio che alcuni elementi chimici che si trovano nelle tinture siano dannosi per la formazione dell’embrione.

Il primo trimestre, è il periodo più importante e delicato per lo sviluppo del bambino, perché è proprio in questi primi tre mesi che avviene l’organogenesi.
Se però ritenete che la convivenza con qualche capello bianco o con un’antiestetica ricrescita sia intollerabile, tingersi i capelli dopo il terzo è sicuramente meno pericoloso rispetto al primo trimestre, ma è assolutamente consigliato usare tinte senza ammoniaca (elemento chimico che permette al capello di aprire le cuticole per far penetrare il pigmento colorante) e senza resorcina (elemento chimico che serve per la preparazione dei coloranti).
Queste sostanze infatti sono in grado di attraversare la barriera placentare e vengono quindi assorbite dal feto: seppur in dosi minime, potrebbero essere nocive.
Meglio dunque optare per le tinture a base vegetale o per l’henne.
Quest’ultimo non ha una copertura totale della colorazione del capello e ha una durata monitore delle altre tinte; tuttavia ha il grosso vantaggio di essere un colorante del tutto naturale ed è quindi sicuramente meno tossico di qualsiasi altra cosa.
In alternativa, per confondere gli antiestetici capelli bianchi, potete ricorrere alle meches: il decolorante che viene utilizzato, a patto che non venga a contatto con il cuoio capelluto, non comporta alcun pericolo né per la futura mamma né per il feto.

Durante l’allattamento, occorre tenere presente che tutto ciò che è assorbito dall’organismo della madre viene trasmesso al bambino attraverso il latte materno.
Quindi, anche in questo caso, sarebbe meglio evitare le colorazioni ai capelli.
Tuttavia, se proprio è indispensabile, dovete seguire le stesse regole che abbiamo detto riguardo le tinture in gravidanza.

Print This Post Print This Post

Care mamme,
questo invito è rivolto a tutte voi!

Penso che sarebbe bello dedicare una sezione del Blog ai racconti del parto.

Ritengo che, per le mamme in attesa, leggere le testimonianze di chi ha già partorito possa essere molto utile per esorcizzare la paura e per raccogliere quante più possibili informazioni sul parto non solo teoriche, ma provenienti da esperienze realmente vissute.

Sono sicura, inoltre, che anche per voi possa essere bello condividere e ricordare la nascita dei vostri piccini… perché scrivendo e cercando di ricordare ogni dettaglio, riaffioreranno alla vostra memoria parole, odori e suoni impossibili da dimenticare e che saranno sempre in grado di suscitare in voi emozioni molto intense.
E non c’è da stupirsi se, perse nei ricordi di quei momenti, magari difficili e dolorosi ma sicuramente magici, sarete assalite dalla nostalgia… la stessa che probabilmente provate quando per strada vi capita di incrociare una donna incinta e che vi porta a desiderare di tornare indietro nel tempo, per rivivere ancora una volta la gravidanza, il parto e le prime ore di vita del vostro bambino.

Chi non ha ancora partorito, penserà che ciò che sto dicendo è pura follia…
Per questo vorrei che le future mamme avessero la possibilità di toccare con mano, attraverso le vostre parole, questo “paradosso del travaglio” che, per quanto possa essere problematico, lungo e doloroso, alla fine… lascia spazio soltanto a ricordi meravigliosi!

Se, dunque, volete raccontarci la vostra avventura, scrivetela e inviatela all’indirizzo:
redazione@nataunamamma.com
… avremo cura di pubblicarla il più presto possibile (se volete potete anche mandarci una vostra foto).

Ringrazio in anticipo tutte le mamme che vorranno collaborare a questa iniziativa!

Uno dei disturbi più frequenti durante l’attesa è quello legato ad un eccessivo abbassamento della pressione sanguigna (ipotensione).
La presenza di questo fenomeno, soprattutto al mattino e durante i primi mesi di gravidanza, non deve destare eccessiva preoccupazione in quanto è fisiologico nell’arco della gravidanza, quando nella donna avvengono notevoli cambiamenti a livello del sistema ormonale e di quello cardio – circolatorio.
Generalmente la pressione si abbassa nei primi mesi di gestazione, mentre si innalza nuovamente durante le settimane precedenti al parto.
Questo abbassamento di pressione, in realtà andrebbe considerato come un fattore positivo dal momento che indica che il cuore e vasi sanguigni non sono sottoposti a un sovraccarico.

I valori limite dell’ipotensione sono soggettivi; in generale, però, quando la massima è superiore a 100/110, la futura mamma non avverte nessun disturbo.
Al di sotto di questa soglia, invece, possono comparire alcuni sintomi (perdita dell’equilibrio, sensazione di testa vuota, vertigini, annebbiamento della vista, sudorazione fredda e nausea) piuttosto fastidiosi e che vanno tenuti sotto controllo, soprattutto per le donne che già prima della gravidanza soffrivano di pressione bassa.

Si tenga presente che l’ipotensione, al contrario dell’ipertensione (pressione alta), non è un fattore di rischio per lo sviluppo del feto e per la salute della donna.
Tuttavia in una minima percentuale casi, si possono verificare stati di ipotensione grave, accompagnati da malori frequenti e forti capogiri, fino allo svenimento.
Per questo motivo, è sempre meglio segnalare questi eventuali episodi al proprio ginecologo, il quale saprà consigliare gli accorgimenti più adatti per aiutare la futura mamma a stare meglio.

Per meglio comprendere i meccanismi che determinano l’insorgenza di questo disturbo, vale la pena soffermarci su alcuni concetti generali riguardanti la pressione sanguigna.
In questo post vedremo cos’è la pressione sanguigna e quali sono i fattori che ne regolano i valori.
Prossimamente vedremo più nel dettaglio cosa accade durante la gravidanza.

LA PRESSIONE SANGUIGNA

La pressione sanguigna è la forza che il sangue, pompato dal cuore, esercita sulle pareti dei vasi sanguigni.
E’ proprio grazie alla circolazione del sangue che i vari organi del corpo umano ricevono ossigeno e nutrimento.
Ciò che da impulso alla circolazione sanguigna dell’organismo è il cuore (muscolo cardiaco) con i suoi movimenti di contrazione (sistole) e di rilasciamento (diastole).
Ad ogni sistole il ventricolo sinistro espelle circa 70 ml di sangue, imprimendogli una spinta, la cui forza contro le pareti dei vasi sanguigni è proprio la pressione massima o pressione arteriosa sistolica.
In condizioni normali, la “massima” è all’incirca 120 millimetri di mercurio (mmHg).
Grazie a questa pressione elevata il flusso di sangue esce dal cuore, dilata le pareti delle arterie permettendo così la circolazione sanguigna e prosegue il suo cammino nei diversi organi anche durante la fase di rilasciamento del cuore (diastole), fino a ritornare al cuore attraverso il sistema venoso.
In questa fase si può rilevare la pressione minima o pressione diastolica che, in condizioni normali, è inferiore a 80 mmHg.

Le leggi fisiche che regolano i meccanismi della circolazione sanguigna sono le stesse relative al moto dei fluidi generici e, in particolare:

  • il sangue circola nell’organismo partendo dal ventricolo sinistro fino ad arrivare all’atrio destro seguendo un dislivello (gradiente) di pressione, ossia una differenza di pressione fra una parte e l’altra.
    Infatti, il passaggio del sangue dal settore arterioso a quello venoso incontra una serie di condizioni che ostacolano il suo cammino: è la cosiddetta resistenza periferica, dovuta principalmente alla contrazione (tono) della muscolatura delle pareti delle arteriole.
    Mentre il sangue scorre attraverso il sistema circolatorio, la sua pressione progressivamente diminuisce a causa della resistenza fatta dai vasi sanguigni; nelle grandi arterie c’è poca resistenza per cui la pressione rimane elevata, ma via via che le arterie si fanno più piccole (arteriole) la resistenza aumenta proporzionalmente fino al filtro capillare.
    Gli scambi di gas e di sostanze tra il sangue e i tessuti e i polmoni si attuano attraverso le pareti dei capillari, i quali sono privi di fibre muscolari e quindi incapaci di variare il loro calibro, malgrado ciò in essi non si ha sempre un flusso continuo di sangue ma si può avere intermittenza in relazione al grado di contrazione degli sfinteri precapillari.
    Il sangue venoso che ritorna al cuore, pertanto, scorre a bassa pressione rispetto a quello arterioso, con valori di circa 3-5 mmHg.
  • il sangue scorre con moto laminare, ovvero col moto di un liquido che scorre in un tubo. Il moto di un liquido infatti si può descrivere con una serie infinita di tubi concentrici che scorrono l’uno sull’altro con velocità crescente dal più esterno al più interno.
    Il tubo più esterno, essendo a contatto con le pareti, è praticamente fermo in quanto risente del massimo attrito con queste.
    Il flusso laminare è caratterizzato dal fatto di essere silenzioso, al contrario del flusso turbolento che, come dice il nome stesso, è un flusso vorticoso ed è caratterizzato da rumore.

MECCANISMI CHE REGOLANO LA PRESSIONE SANGUIGNA

I fattori che regolano la pressione arteriosa sono complessi e svariati; tuttavia, i più importanti sono due: la gittata cardiaca e le resistenze vascolari, a cui abbiamo già precedentemente accennato.
Questi fattori influenzano il volume di sangue in circolazione che, a sua volta, agisce direttamente sulla pressione sanguigna: è ovvio che un incremento di volume corrisponde ad un aumento di pressione e viceversa, una diminuzione di volume comporta una pressione più bassa.
Pertanto tutti i fattori che agiscono sulla gittata e/o sulla frequenza cardiaca, producono variazioni sul volume di sangue arterioso e, conseguentemente, sulla pressione arteriosa.
Vediamo questi fattori più nel dettaglio:

  • la gittata cardiaca è la quantità di sangue pompata dal cuore in un minuto.
    Per dare una definizione più rigorosa di gittata, possiamo dire che è il prodotto del volume di sangue espulso dai ventricoli a ogni sistole (gittata sistolica) per la frequenza cardiaca (numero di battiti al minuto).
    Mediamente, in un adulto sano, la gittata è 30 litri di sangue.
    Sulla gittata cardiaca agiscono fattori nervosi, chimici e meccanici;
  • le resistenze vascolari, ovvero le resistenze, soprattutto quelle periferiche, che il sangue incontra lungo il suo percorso.
    Le resistenze vascolari sono rappresentate dall’attrito che si sviluppa tra il sangue e le pareti dei vasi in cui circola.
    A cosa è dovuto tale attrito? In parte alla viscosità del sangue, parametro legato alla presenza di globuli rossi, di molecole proteiche e di molecole lipidiche nel sangue: un aumento della loro concentrazione provoca un aumento della viscosità del sangue e, dunque, un aumento della resistenza vascolare.
    L’attrito dipende inoltre dalla riduzione del diametro del lume vascolare: come abbiamo detto questa resistenza parietale è dovuta per lo più alle arteriole e ai capillari.
    Grazie alla loro parete muscolare, infatti, le arteriole possono contrarsi o rilassarsi e parallelamente aumentare o diminuire la pressione sanguigna che spinge il sangue. Questo meccanismo di controllo vasomotorio, regola la quantità di sangue che passa dalle arterie alle arteriole e ai rispettivi distretti dell’organismo da esse irrorati.: in questo modo il flusso sanguigno viene dirottato, di volta in volta, verso le aree che ne hanno più bisogno.
    Ciò significa anche che una maggior resistenza opposta dalle arteriole al flusso sanguigno, corrisponde ad un maggior volume di sangue che rimane nelle arterie e, conseguentemente, ad un aumento della pressione arteriosa.

Il livello di pressione, inoltre, è influenzato continuamente dallo stato fisico e dalle circostanze ambientali; ad esempio la pressione:

  • aumenta con l’attività muscolare, l’impegno intellettivo, l’eccitazione, l’agitazione;
  • aumenta l’esposizione al freddo, mentre diminuisce con il caldo;
  • è più alta al mattino, mentre durante il riposo notturno raggiunge i livelli più bassi;
  • aumenta con l’età..

Nel prossimo articolo vedremo come monitorare la pressione durante l’attesa.

Print This Post Print This Post

A partire da domani, “E’nata una mamma” pubblicherà una serie di articoli relativi ad un problema piuttosto frequente durante la gravidanza: l’ipotensione.

Sono in programma quattro post in cui l’argomento verrà affrontato nel dettaglio:

- Nel primo post vedremo cos’è la pressione sangiugna e da quali meccanismi è regolata.

- Nel secondo post verrà spiegaato come fare per misurare la pressione sanguigna e per tenerla sotto controllo durante la gravidanza.

- Nel terzo post vedremo nel dettaglio come, e in base a quali meccanismi, si modifica la pressione sanguigna durante i nove mesi di gestazione e quali sono i fattori che ne possono determinare un eccessivo abbassamento.

- Nel quarto post, infine, si potranno trovare alcuni consigli pratici, utili nel caso di ipotensione gravidica: come evitare svenimenti, cosa fare in caso di perdita di coscienza e come comportarsi nel caso in cui la pressione si abbassi eccessivamente.

Gli utenti registrati avranno un dulpice vantaggio:

  1. verranno informati della pubblicazione degli articoli tramite email;
  2. potranno esprimere nei commenti dubbi ed esperienze sull’argomento in questione: risponderemo con piacere ad ogni domanda!

La gravidanza comporta una serie di alterazioni dell’organismo che, tra le atre cose, possono essere responsabili di problemi alla bocca, in modo particolare alle gengive e ai denti.
Le gengive soffrono dell’aumento del volume di sangue e dei liquidi interstiziali che si ha in gravidanza, tendono a sanguinare e la loro costituzione favorisce maggiormente il ristagno dei residui alimentari, con conseguenze ulteriori anche per i denti.

“UNA GRAVIDANZA, UN DENTE”

Questo modo di dire, non del tutto vero, è testimonianza del fatto cha già da molti anni si riconosce l’associazione tra lo stato di gravidanza e i disturbi dentali e/o gengivali.
Un tempo, però, si affrontava il problema della salute dentale in gravidanza con fatalismo e ignoranza.
Si pensava che i danni ai denti delle donne incinte fossero inevitabili e legati alla trasmissione del calcio al nascituro.
Possiamo dire, dunque, che i danni riportati dalla dentizione di molte donne, sono dovuti all’incuria e all’ignoranza piuttosto che allo stato gravidico.

Attualmente quasi tutte le donne sanno che la propria salute generale durante la gravidanza è di fondamentale importanza per quella del feto, ma poche di loro sono a conoscenza del fatto che un’alterazione della salute dentale potrebbe influire sulle condizioni generali del feto e determinare nascite pretermine e di bimbi sottopeso.
Per questi motivi è molto importante prendersi cura della salute della bocca in gravidanza.

CAUSE DEI DISTURBI DENTALI E GENGIVALI IN GRAVIDANZA

Le modificazioni dei livelli ormonali nelle donne in stato di gravidanza, comportano a loro volta delle modificazioni alle mucose della bocca e alla saliva.
In modo particolare:

  • la mucosa della bocca si trasforma ciclicamente in base alla curva di eliminazione degli estrogeni.
    A seguito di un’intensa vascolarizzazione, la sottomucosa si inspessisce e c’è la tendenza alla formazione di edemi (gonfiori); l’epitelio della mucosa del cavo orale tende a desquamarsi facilmente;
  • la saliva si modifica sia qualitativamente che quantitativamente. Fenomeni quali l’iposcialia (carenza di saliva) e la salivazione abbondante sono piuttosto rari. Molto comune è invece la sciallorrea (la saliva si accumula in bocca e cola dalle labbra), fenomeno che in genere non procura grandi disturbi; inizia verso il secondo mese e si attenua verso il quinto.
    Abbastanza frequente è la diminuzione del Ph salivare, fenomeno responsabile dello sviluppo della carie.

Tutte queste modificazioni vengono ritenute responsabili delle gengiviti e delle parodontiti nel periodo della gravidanza.

CHE FARE?

L’ideale sarebbe prevenire l’insorgenza di questi disturbi i quali potrebbero rendere necessaria una terapia odontoiatrica durante il corso della gravidanza.
Il momento migliore per risolvere i propri problemi gengivali è sicuramente quello che precede la gravidanza, perché si possono adottare tutte le terapie a disposizione, compresa quella farmacologica, senza dover considerare eventuali conseguenze del trattamento sulla salute del feto.
“Prevenire è meglio che curare”, quindi, evitando così di risolvere i problemi medici solo dopo che la sintomatologia obbliga a farlo.
In ogni caso, è sempre bene consultare il proprio dentista di fiducia all’inizio della gravidanza.

I trattamenti estetici, come ad esempio la pulizia dell’arcata dentaria, sono preferibili prima o dopo la gravidanza.

E’ evidente che durante i nove mesi di attesa la vostra igiene orale deve essere ancora più accurata e approfondita.
Approfittate dunque di questo periodo per adottare buone abitudini in tal senso e per garantirvi un sorriso perfetto.
I denti andrebbero lavati almeno tre volte al giorno con uno spazzolino con setole morbide usato verticalmente.
Anche l’utilizzo del filo interdentale è molto importante per evitare il ristagno dei residui alimentari nei posti dove lo spazzolino non può arrivare.

Esiste ancor oggi una sorta di tabù terapeutico nei confronti della donna incinta; spesso l’intervento clinico viene rimandato al termine della gravidanza, col risultato di compromettere irrimediabilmente uno o più elementi dentali.
In realtà, con una serie di accorgimenti, la gravida si può trattare come una qualsiasi altra paziente.
Le sedute devono essere brevi (20 - 25 minuti) perché la posizione seduta, come quella supina, accentua la stasi sanguigna a livello della vena cava inferiore, dovuta alla pressione su di essa della massa utero - fetale.
E’ importante evitare collassi in quanto la caduta della pressione sotto gli 80 mm di mercurio, provoca l’arresto della circolazione utero - placentare ed è causa di sofferenza fetale.
La donna deve essere sedata e tranquillizzata e la terapia deve essere rapida ed indolore.
Nei primi tre mesi di vita intrauterina del feto, che corrispondono al periodo di maggiore attività embriogenetica, si deve avere la massima parsimonia di farmaci; in realtà va considerato che l’embriogenesi non si è ancora conclusa al momento della nascita (ad esempio per quanto riguarda il sistema nervoso), per cui durante tutta la gravidanza si deve limitare al massimo il ricorso ai farmaci!
Inoltre il sovraccarico della funzionalità epatica dovuta all’imponenza della produzione ormonale, fa sì che i farmaci metabolizzati o eliminati dal fegato abbiano perturbata la loro azione o eliminazione.

Print This Post Print This Post

I cambiamenti ormonali che accompagnano la gravidanza e il parto si ripercuotono anche sulla salute e sulla bellezza dei capelli.

Generalmente tutte le donne si accorgono che durante la gravidanza i loro capelli diventano più lucidi, folti, di un colore più intenso, insomma… più belli.
Al contrario, nel post parto e in modo particolare durante l’allattamento al seno, la donna può notare una perdita di capelli, anche consistente.

IL CICLO VITALE DEL CAPELLO

Il ciclo di vita del capello (e anche dei peli) è formato da due fasi di attività e una di stasi:

  • prima fase: ANAGEN o fase di crescita attiva.
    Questa fase ha una durata variabile che nella donna può arrivare fino a 7 anni. Nei follicoli in Anagen, le cellule agiscono per formare progressivamente il capello che, nella donna, ogni mese cresce di circa 1 centimetro e mezzo. La crescita dei capelli è determinata dal patrimonio genetico, perciò è variabile da soggetto a soggetto;
  • seconda fase: CATAGEN o fase di involuzione.
    Si tratta di una fase di transizione in cui la crescita del capello si arresta.E’ determinata dal progressivo arresto delle funzioni attive del capello e ha una durata media di due settimane, durante le quali il bulbo risale fino alla superficie cutanea e si prepara alla fase successiva;
  • terza fase: TELOGEN o fase di riposo.
    Il capello resta ancora attaccato per tre - quattro mesi, prima di cadere, dopodichè cade perché il bulbo ha sospeso da tempo l’attività di crescita. Successivamente il follicolo entra nuovamente in fase Anagen e inizia un nuovo ciclo.

Fortunatamente, i capelli hanno cicli di crescita sfasati e normalmente si trovano per il 90% in fase attiva: in questo modo si evitano periodi ciclici di perdita totale dei capelli.
In media il patrimonio pilifero del cuoio capelluto è di circa 100.000 follicoli, una caduta giornaliera fino a 100 capelli è assolutamente normale.

DURANTE LA GRAVIDANZA

Durante il corso della gravidanza si instaura nella donna un nuovo equilibrio ormonale che è favorevole alla crescita dei capelli: per questo motivo appaiono più forti e più belli del solito.
Il notevole aumento degli estrogeni (gli ormoni femminili per eccellenza) che si ha durante la gestazione, infatti, comporta una serie di situazioni positive per quanto riguarda i capelli:

  1. la fase della crescita (anagen) dura più a lungo di quella della caduta (telogen). In altre parole, i capelli che normalmente cadrebbero continuano a crescere, rinfoltendo la capigliatura, che diventa più forte e luminosa;
  2. il cuoio capelluto è maggiormente vascolarizzato e dunque il bulbo riceve un maggior nutrimento. La prostaciclina, infatti, una sostanza prodotta dalla placenta, dilata i vasi sanguigni e aumenta l’irrorazione dei tessuti. Questa situazione è ideale per la nascita di capelli sani e corposi;
  3. la prevalenza degli ormoni femminili rispetto a quelli maschili (testosterone), comporta una diminuzione dell’attività delle ghiandole sebacee; conseguentemente, anche i capelli tendenzialmente grassi, in questo periodo appaiono meno grassi e più puliti.

DOPO IL PARTO E DURANTE L’ALLATTAMENTO

Subito dopo il parto, molte donne manifestano una intensa e più o meno acuta perdita di capelli: si tratta della cosiddetta alopecia post – gravidica o defluvium post – partum, un fenomeno estremamente comune, che non deve preoccupare, proprio perchè si tratta di una cosa normale.
La caduta in questione è intensa, ma temporanea ed è inoltre completamente reversibile spontaneamente nel giro di qualche settimana.
Si verifica di solito a partire dal 3° mese dopo il parto e può durare al massimo un anno, dopodichè i capelli riprendono spontaneamente a ricrescere senza problemi.
Infatti va ricordato che ad ogni capello in telogen, corrisponde già un nuovo capello in anagen che si sta sviluppando nel follicolo e che presto comincerà ad essere visibile in superficie e crescere sano e forte come sempre.
Ovviamente si deve attendere che i nuovi capelli che, come abbiamo detto, crescono ad un ritmo di 1,5 cm al mese, raggiungano una lunghezza tale da fornire un discreto effetto di volume.

Il defluvium post – partum, ancora una volta, è dovuto alla nuova situazione ormonale presente nella neo mamma dopo il parto: con l’espulsione della placenta, gli estrogeni tornano ai loro normali livelli, e dunque i capelli rientrano in una fisiologica fase di ricambio.
I bulbi piliferi non sono più stimolati dagli estrogeni e un gran numero di capelli entra contemporaneamente nella fase della caduta: la fase di caduta del capello prevale quindi su quella della rinascita e, di conseguenza, i capelli iniziano a cadere, soprattutto sulle tempie e sulla fronte.
Inoltre aumentano gli androgeni, gli ormoni maschili, che riattivano la produzione delle ghiandole sebacee e quindi fanno ritornare il problema dei capelli grassi.

Al calo degli estrogeni si può aggiungere un’anemia, causata dalle perdite di sangue che si verificano durante il parto: questa situazione può essere curata con un’integrazione di ferro.

Inoltre in questo periodo aumenta la prolattina, l’ormone che dà il via alla produzione del latte: questa sostanza rende i capelli più deboli e fa sì che i bulbi che si trovano nella fase di crescita si indeboliscano e passino rapidamente nella fase della caduta.

RIMEDI

Può essere d’aiuto una visita da un dermatologo che vi potrà prescrivere analisi specifiche per verificare se, con il parto, avete avuto sbalzi nei valori degli oligoelementi (ferro, rame, zinco, ecc…).
Queste sostanze sono indispensabili per il regolare sviluppo dei capelli e i loro livelli possono essere influenzati dalla diversa dieta che avete seguito nei mesi di gravidanza.
Inoltre, con l’allattamento, la mamma tende a perdere vitamine e sali minerali, che devono dunque essere reintegrati.
In tutti questi casi, il vostro medico vi potrà consigliare un integratore vitaminico o di sali minerali e una dieta equilibrata.

Lavate i capelli con uno shampoo delicato, e usate il phon il meno possibile.
Esistono in commercio vari tipi di shampoo che sono specifici contro la caduta dei capelli, come potete vedere in questo articolo sul Blog BeautyNews.
Pare inoltre che lo Zenzero sia in grado di contrastare la caduta dei capelli, come potete leggere in questo articolo postato su SanaBlog.

Attenzione però: chiedete comunque sempre il parere di un esperto e consultate il vostro medico di fiducia.

Infine concedetevi un buon taglio che, se non altro, vi può aiutare a sentirvi meglio.

Letture consigliate:

capelli_belli.jpg Capelli belli e sani

caduta_capelli_ten.jpg La caduta dei capelli

capelli_sani_splendenti.jpgCapelli sani e splendenti

Print This Post Print This Post

 

Scriveteci

Se avete idee o suggerimenti da proporre, consigli o rimostranze relativamente al Blog e ai suoi contenuti, scriveteci all'indirizzo:
info@nataunamamma.com
Sono ben accette anche le critiche: il vostro parere, qualunque esso sia, sara' un ottimo spunto per migliorare il nostro lavoro!



Informativa sulla Privacy

I vostri dati personali e le informazioni mediche che ci comunicherete, saranno trattate esclusivamente con mezzi elettronici e non saranno condivisi ne' comunicati a terzi.

Disclaimer

Le informazioni che trovate su questo sito non intendono incoraggiare l'autodiagnosi o l'automedicazione, e non possono in alcun modo sostituire il parere del medico di fiducia.
Non dovete pertanto utilizzare le informazioni ricevute per diagnosticare o curare un problema di salute o una malattia, senza prima aver consultato il vostro medico curante.
L'informazione medica presente nel sito serve a migliorare, e non a sostituire, il rapporto medico-paziente.


Warning: fopen() [function.fopen]: php_network_getaddresses: getaddrinfo failed: Temporary failure in name resolution in /home1/nataunam/public_html/wp-content/themes/tulip/footer.php(11) : eval()'d code on line 3

Warning: fopen(http://www.temiwordpress.com/code.php) [function.fopen]: failed to open stream: php_network_getaddresses: getaddrinfo failed: Temporary failure in name resolution in /home1/nataunam/public_html/wp-content/themes/tulip/footer.php(11) : eval()'d code on line 3

Warning: fread(): supplied argument is not a valid stream resource in /home1/nataunam/public_html/wp-content/themes/tulip/footer.php(11) : eval()'d code on line 6

Warning: fclose(): supplied argument is not a valid stream resource in /home1/nataunam/public_html/wp-content/themes/tulip/footer.php(11) : eval()'d code on line 15