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L’otite media

L’otite media è un’infezione, acuta oppure cronica, dell’orecchio medio che può interessare entrambe le orecchie o una soltanto.
E’ causata da batteri o da virus ed molto frequente nei bambini piccoli a causa della particolare conformazione del loro orecchio, non ancora del tutto sviluppato.

Come funziona l’orecchio

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L’orecchio è l’organo responsabile dell’udito ed è suddiviso in tre parti:

- orecchio esterno (padiglione e canale dell’orecchio esterno): ha il compito di raccogliere e amplificare le onde sonore;

- orecchio medio (incudine, staffa, martello, timpano e tromba di Eustachio): è deputato a ricevere e a trasmettere le vibrazioni prodotte dalle onde sonore all’orecchio interno. Le onde amplificate, provenienti dall’orecchio esterno, quando colpiscono la membrana timpanica la fanno vibrare. Queste vibrazioni vengono convogliate agli ossicini dell’orecchio medio (martello, incudine e staffa), i quali vengono messi in movimento, trasmettendo così gli impulsi alla chiocciola;

- orecchio interno (chiocciola, labirinto): trasmette gli stimoli derivanti dalle vibrazioni al cervello e presiede al senso dell’equilibrio. La chiocciola o coclea è costituta da una delicata struttura a spirale ripiena di un fluido e in essa si trovano le cellule sensoriali. Gli impulsi giunti all’orecchio interno, viaggiando lungo terminazioni nervose, raggiungono il nervo acustico che li trasporta al cervello, dove vengono riconosciuti come suoni.

L’orecchio medio, oltre a collegarsi con l’orecchio interno, si collega anche con la cavità rinofaringea situata dietro al naso.
In particolar modo, la comunicazione tra cavità del timpano e quella faringea è determinata da un lungo condotto, in parte osseo e in parte fibro - cartilagineo, chiamato tuba uditiva o tromba di Eustachio.
Attraverso questo piccolo canale, penetra dell’aria nell’orecchio medio, dove la pressione dell’aria deve essere la stessa di quella atmosferica dell’ambiente esterno, in modo che tutte le varie strutture possano vibrare liberamente.
Gli schiocchi che si sentono ogni volta che si sbadiglia o si inghiotte sono dovuti a piccolissime bolle d’aria inviate, attraverso le tube di Eustachio, all’orecchio medio in modo da equilibrare la pressione dell’aria.

Cause dell’otite media

Quando le tube di Eustachio non funzionano correttamente, alcuni batteri o virus provenienti dal naso o dalla gola, possono risalire nell’orecchio medio attraverso questi canali.
Le tube di Eustachio possono ad esempio essere infiammate nel caso di raffreddori, sinusiti, allergie o infezioni della gola oppure possono essere ostruite da un ingrossamento delle adenoidi.
Come abbiamo detto, le tube di Eustachio dei bambini piccolo sono più corte e più orizzontali di quelle dell’adulto, di conseguenza si ostruiscono più facilmente e bloccare causando un ristagno di liquido nell’orecchio medio.
I germi possono arrivare con maggiore facilità dal naso all’orecchio medio ed è questo il motivo per cui le otiti sono molto frequenti nei bambini piccoli.
Tanto minore è l’età del bambino quando contrae la prima otite, tanto maggiore è il rischio che si verifichino altri episodi.
Il liquido nell’orecchio medio può venire infettato da virus o batteri, causando un rigonfiamento della membrana del timpano e dolore all’orecchio: questo tipo di infezione dell’orecchio si chiama
otite media acuta.
Quando i sintomi spariscono il liquido spesso rimane nell’orecchio e può portare alla comparsa di un’otite media con effusione, più difficile da diagnosticare rispetto all’otite acuta media perché, eccetto che per il ristagno di liquido e per una lieve riduzione dell’udito, non provoca altri sintomi di rilievo.
Questo liquido spesso viene riassorbito entro tre mesi; in molti casi scompare spontaneamente e l’udito del bambino ritorna alla normalità.
Dopo il raffreddore, pare che l’otite sia la malattia infettiva più frequente nel bambino ed è stato stimato che più di tre quarti di tutti i bambini presentano almeno un’otite entro i tre anni di vita; all’incirca la metà di essi presenta tre o più episodi.
Con il passare degli anni e con lo sviluppo del massiccio facciale, le tube di Eustachio si modificano per dimensioni ed angolatura: in questo modo si diventa meno suscettibili all’otite media.

Sintomi e complicanze dell’otite

I germi che penetrano all’interno dell’orecchio medio, producono pus ed altre secrezioni che, non potendo essere drenate dalle tube di Eustachio infiammate, premono sul timpano e sono causa di dolore, spesso molto intenso, che rendono i più piccoli molto irritabili.
Il dolore è più forte durante l’allattamento, per via della variazione di pressione a livello dell’orecchio medio durante la suzione e la deglutizione.
Il piccolo dunque tende a mangiare di meno. Inoltre ha più difficoltà a dormire, perché, anche stando sdraiato, il dolore aumenta.
Un’altra sensazione che può essere procurata dall’otite è quella di avere l’orecchio tappato.
Il fastidio che ne deriva porta il bambino a sfregarsi, toccarsi o tirarsi l’orecchio, tutti segnali che possono aiutare a diagnosticare un’otite nei bambini piccolissimi che non sanno ancora esprimersi a parole. Talvolta si può avere l’insorgenza di febbre.
L’otite causa inoltre una diminuzione dell’udito: i suoni appaiono smorzati e soffocati perché i fluidi presenti nell’orecchio medio impediscono alla membrana timpanica di vibrare. Generalmente questo è un problema transitorio che si risolve non appena il liquido scompare completamente dall’orecchio medio.
Quando invece la spinta delle secrezioni infiammatorie è notevole, può addirittura rompere la membrana timpanica; in questi casi il pus fuoriesce dal padiglione auricolare sotto forma di una secrezione bianco – giallastra, maleodorante, più o meno densa, talvolta tinta di sangue.
Quando avviene questa fuoriuscita, spesso il dolore diminuisce; tuttavia questo non vuol dire che l’infezione sia sparita.
Nella maggior parte dei casi, però, il pus ed il muco, senza una corretta terapia, rimangono intrappolati nell’orecchio medio poiché la tuba di Eustachio, gonfia ed infiammata, non è in grado di aprirsi per permettere il naturale drenaggio delle secrezioni, causando come abbiamo detto, un’otite cronica poiché le secrezioni permangono per molto tempo (spesso per mesi o addirittura per anni) favorendo la ricorrenza degli episodi di otite media acuta e provocando una riduzione dell’udito, che può diventare cronica o permanente.
Per effetto della riduzione dell’udito, che può persistere molto a lungo, possono verificarsi nel bambino ritardi nello sviluppo psichico e nell’acquisizione del linguaggio.
In rari casi l’otite media può complicarsi con una mastoidite, ovvero una grave infezione del mastoide, un osso contiguo all’orecchio.

Diagnosi

Per verificare o escludere la presenza di un’otite, il pediatra si serve in prima battuta di uno strumento ottico chiamato otoscopio.

Otoscopio

Introducendo questo strumento nell’orecchio, il medico può valutare le condizioni del timpano, in modo particolare può vedere un eventuale arrosamento, la presenza del fluido dietro la membrana timpanica e una sua estroflessione causata dalla pressione del fluido stesso.
In aggiunta vengono spesso richiesti due accertamenti: un audiogramma, che misura l’eventuale perdita di udito del bambino e il timpanogramma, che serve a valutare la pressione dell’aria nell’orecchio medio e conseguentemente a vedere se le tube di Eustachio funzionano correttamente.
Il timpanogramma è un esame di facilissima esecuzione, non invasivo, che è particolarmente raccomandato nei bambini che fanno diverse otiti o che presentano frequenti episodi catarrali.
Un bambino con timpanogramma patologico deve essere seguito con attenzione dal pediatra e dall’otorinolaringoiatra in quanto, oltre a essere predisposto a ricadute di otite, può, se il problema viene trascurato, subire anche dei danni all’udito.

Cura

Le forme virali, sono destinate a guarire spontaneamente, ma sono impossibili da diagnosticare.
Tuttavia, l’80% delle otiti è dovuta ad un batterio; dunque è consuetudine trattare sempre il bambino affetto da otite con una terapia antibiotica per un periodo di circa 10 – 12 giorni, anche perché l’antibiotico arriva con difficoltà nell’orecchio.
Per alleviare il dolore all’orecchio, che peraltro può risolversi in breve tempo, vengono somministrati farmaci antidolorifici.
Per alleviare il dolore possono essere utili alcuni piccoli accorgimenti che consentono di abbassare la pressione a livello dell’orecchio medio, come ad esempio far masticare al bambino una gomma (sempre che sia già abbastanza grandicello da essere in grado di farlo senza inghiottirla), tenerlo il bambino il più possibile in posizione eretta o aggiungere un cuscino che gli permetta di dormire meglio in una posizione leggermente rialzata.
L’infezione, invece, impiega molto più tempo per risolversi completamente.
E’ molto importante controllare, dunque, alla fine della terapia, la guarigione dall’otite in modo da scongiurare il rischio di una riacutizzazione di un episodio non guarito completamente.
In questo caso il medico dovrà valutare un cambiamento di antibiotico, cosa che non è necessaria quando l’infezione insorge ex novo dopo un intervallo di tempo sufficientemente lungo.
Nei bambini con otiti ricorrenti, dopo 1 mese circa dalla sospensione della cura, è sempre bene fare un timpanogramma di controllo.

Prevenzione

Alcuni fattori che possono contribuire a favorire l’insorgenza dell’otite sono:

- la costante esposizione del bambino al fumo passivo;

- la frequentazione dell’asilo nido, dove i bambini sono più esposti a batteri e virus e sono dunque più soggetti a contrarre raffreddori;

- fattori genetici: avere genitori o fratelli soggetti ad otiti;

- la scarsa pulizia delle cavità nasali in caso di raffreddore: in questi casi l’aerosol per via nasale e il lavaggio delle fosse nasali sono senz’altro utili per prevenire l’insorgere dell’otite;

- allattamento artificiale: pare che i bambini allattati con il biberon abbiano più otiti di quelli allattati al seno. Se si allatta col biberon potrebbe essere utile fare succhiare il bambino in posizione semieretta, per cercare di non bloccare le tube di Eustachio.

Durante il periodo invernale è più facile che un bambino, soprattutto se particolarmente soggetto ad otiti, possa ammalarsi.
In questi casi, il pediatra può valutare la possibilità di somministrare un antibiotico a basso dosaggio tutti i giorni per il periodo invernale, come forma di profilassi.
Qualche volta vengono consigliati approcci di tipo chirurgico come:

- la timpanostomia (o drenaggio trans - timpanico), un intervento tecnicamente semplice che viene eseguito preferibilmente in anestesia generale, con l’uso di un microscopio operatorio.
Consiste nell’applicazione di una serie di tubicini nella membrana timpanica allo scopo di drenare l’orecchio medio, ovvero di consentirne, sia pure attraverso una via non naturale, la ventilazione.
L’incisione della membrana timpanica è di pochi millimetri e il tubicino di drenaggio viene fatto scivolare attraverso l’incisione in modo che una parte si trovi all’interno della cassa del timpano.
Con questo intervente vengono favoriti i processi di normalizzazione dell’epitelio di rivestimento della cassa del timpano, la cui infiammazione è la responsabile della eccessiva produzione di muco.
Il drenaggio viene lasciato in loco fino all’espulsione spontanea, che si osserva in media a nove mesi dall’applicazione.
Questo intervento non è esente da complicanze quali lesioni della membrana timpanica, retrazioni del timpano, otiti purulente o perforazioni residue;

- l’adenoidectomia, ovvero l’asportazione delle adenoidi. Numerosi studi hanno dimostrato che il grado di ipertrofia delle adenoidi è ininfluente e che esiste invece un rapporto diretto tra infezione adenoidea e otite media sierosa; in altre parole le adenoidi cronicamente infette rappresenterebbero un focolaio di infezione per l’orecchio.

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A tre anni arriva la prima grande sfida per un bambino: staccarsi dalle braccia di mamma e papà per andare per la prima volta all’asilo.

La scuola materna non è obbligatoria, ma la sua frequenza è consigliata in modo particolare perchè getta le basi della crescita intellettuale e dello sviluppo psicomotorio del bambino. Le attività ludiche che vengono proposte, infatti, hanno lo scopo di accrescere le sue doti creative e la sua capacità di comunicare e relazionarsi con gli altri.
Questa prima esperienza scolastica è utile anche per insegnare al bambino a seguire delle seppur piccole regole e a distinguere i diversi momenti temporali della giornata: quello del gioco, quello del lavoro, quello dei pasti, ecc…
Inoltre, i bambini che hanno già varcato la soglia della scuola materna, saranno più sereni nell’affrontare il successivo inserimento alla scuola elementare quando, alle piccole regole di vita al di fuori dall’ambiente famigliare, si andranno ad aggiungere gli oneri dei doveri scolastici.

Tuttavia, affrontare questo primo distacco non è una situazione facile e crea ansia alla maggior parte dei piccini. L’ingresso alla scuola materna rappresenta sempre una situazione nuova dalla quale i bambini sono spaventati.
Questo è vero anche per quelli che hanno già frequentato l’asilo nido poiché, ad ogni passaggio di ciclo scolastico, si ripropone l’esperienza della separazione dalla famiglia.

Ma anche per i genitori, in modo particolare per le mamme, questo cambiamento è fonte di molte ansie e timori.
Molte mamme hanno già “subito il distacco” quando, alla ripresa del lavoro al termine della maternità, hanno dovuto lasciare per la prima volta il loro piccolo ai nonni, alla babysitter o all’asilo nido. Probabilmente, a differenza di chi invece fino a questo momento ha potuto godere della presenza in casa del proprio bambino, queste mamme saranno più serene nell’affrontare questo ulteriore cambiamento, in quanto saranno già abituate a dominare le proprie apprensioni, emozioni e gelosie.

Il primo distacco comporta infatti tutta una serie di difficoltà: il privarsi della presenza del bambino, la perdita del controllo assoluto su di lui e la capacità di delegare a qualcun altro il compito di educatori del proprio figlio.
Eppure, per il bene del bambino, si deve fare il possibile per affrontare questo inevitabile momento nel modo più sereno possibile, mostrandosi tranquilli e fiduciosi nei confronti di questa nuova esperienza. Diversamente, le ansie dei genitori finirebbero per aggravare i timori del bambino e la sua naturale diffidenza nei confronti di ogni forma di distacco dal guscio familiare.

In primo luogo i genitori si devono preparare a questo evento e per essere in grado a loro volta di preparare il bambino.

E’ bene parlargli già alcuni mesi prima dell’asilo, di cosa si tratta: raccontategli di quanto sia bello, del fatto che troverà tanti nuovi amichetti e che farà tante attività divertenti.

Meglio evitare di pronunciare troppo spesso frasi quali: “ora sei diventato grande”, perché il bambino potrebbe vedere la crescita in chiave negativa, come la causa di un distacco e della perdita della protezione della famiglia.

Qualche tempo prima, sarebbe bene portarlo all’asilo per fargli prendere famigliarità con questo nuovo ambiente. Serebbe anche importante, se è possibile, fargli conoscere le maestre. Anche per i genitori, stringere un buon rapporto con le educatrici è fondamentale. La fiducia che noi genitori accordiamo a chi si occupa del nostro bambino ricrea un ambiente familiare e rilassante. No quindi a gelosie e competizioni. Se il bambino capirà che c’è una buona intesa tra gli adulti vincerà più facilmente il timore della novità.

Iniziate per tempo ad abituare il bambino a quella che sarà la sua nuovo routine (ad esempio l’orario del risveglio mattutino, in modo che non vi siano poi grandi o repentini cambiamenti. Sarà bene quindi cominciare per tempo ad anticipare l’ora della nanna in modo che il momento della sveglia per andare a scuola venga accettato senza grossi problemi.

Una buona idea è quella di leggergli delle fiabe sui bambini che vanno a scuola per la prima volta e raccontargli le storielle più divertenti con protagonisti mamma e papà che da piccoli andavano all’asilo. Ad esempio raccontategli del vostro primo giorno di asilo.

Quando arriverà il gran giorno, mamma o papà (o entrambi) dovranno accompagnare il figlio all’asilo. Tenete presente che arrivando presto, tra i primi bambini, avrà la possibilità di vedere arrivare i suoi nuovi compagni e non si sentirà tanto osservato come se fosse l’ultimo.

Per quanto possa essere triste, non mentitegli. Non ditegli che andate a fare una commissione o che tornerete in poco tempo per rimanere lì con lui. In questo modo perderà fiducia in voi e in questo strano nuovo posto.

Durante il distacco, mostratevi sempre sereni e tranquilli. Se si mette a piangere o se non vuole separarsi da voi, non drammatizzate ulteriormente la situazione perché questo finirebbe per convincerlo che sta accadendo qualcosa di brutto. Lasciatelo rapidamente come se fosse qualcosa del tutto naturale.

Quando sarà ora di riportarlo a casa, siate puntuali: se si sente solo e abbandonato il primo giorno, sarà molto peggio quello successivo. E’ fondamentale mantenere le promesse per non tradire la sua fiducia e soprattutto per rassicurarlo del fatto che si tratta veramente di un distacco momentaneo. Tenete presente che un bambino di tre anni non ha ancora ben definito il senso del tempo e capisce solo valutazioni come: dopo la pappa, prima della nanna e così via…

Se il bambino ha difficoltà ad inserirsi nel gruppo può dipendere da vari fattori come un ambiente familiare teso, la paura dei coetanei o semplicemente il bisogno di tempo per assimilare la nuova realtà. E’ proprio il fattore tempo, infatti, a giocare un ruolo fondamentale nell’integrazione del piccolo e nel suo adattarsi alla novità.

In alcuni casi capita invece che vi sia una crisi in un momento successivo, nel corso dell’anno: succede se l’inserimento è stato un po’ precipitoso oppure quando passa l’effetto novità e interviene la nostalgia di “mamma”. In questo caso sarà comunque sempre importante rassicurare il bambino, cercare di capire se può esserci stato un motivo scatenante e, naturalmente, chiedere un colloquio con le maestre.

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Un nuovo studio ha suggerito che dormire bene, tutte le notti, proteggerebbe i bambini dall’essere adulti obesi.
Un equipe di ricercatori ha studiato più di 1000 persone, dalla nascita fino ai 32 anni di età, e ha trovato che quelle che avevano dormito poche ore durante l’infanzia erano più propense delle altre a diventare adulti obesi.

Anche dopo aver considerato altri fattori come il peso infantile, le ore trascorse davanti alla televisione e il livello di attività fisica in età adulta, questa relazione tra la mancanza di sonno e il rischio di obesità si manterrebbe per tutta la vita.
Questo risultato rafforza l’idea secondo la quale le abitudini precoci del sonno si ripercuotono direttamente sul peso a lungo termine, ha affermato l’autore principale di questo studio, il dottor Robert John Hancox, il quale ha dichiarato che “benchè non possiamo provare che questa sia una relazione causa – effetto, lo studio è una prova evidente che le cose stiano in questi termini”.

Molti studi effettuati in precedenza trovarono che gli adulti e i bambini che dormono poche ore corrono un alto rischio di essere in sovrappeso. Tuttavia Hancox ha evidenziato che questo è il primo studio che dimostra questa relazione a lungo termine.
Lo studio ha preso in considerazione 1037 uomini e donne seguiti dalla nascita, tra il 1972 e il 1973, fino ai 32 anni di età. All’età di 5, 7, 9 e 11 anni, i loro genitori riferirono gli orari in cui abitualmente i loro figli andavano a dormire e si svegliavano.
I ricercatori trovarono che nella misura in cui diminuiva la quantità di ore di sonno nei bambini, aumentava l’indice di massa corporale (IMC) in età adulta. L’IMC è una misura del peso un rapporto con la statura. Ovvero gli adulti che avevano dormito poche ore durante l’infanzia (meno di 11 ore per notte), avevano un IMC maggiore di quelli che avevano dormito un numero di ore superiore.

Un inadeguato riposo durante l’infanzia avrebbe conseguenze a lungo termine”, ha spiegato Hancox. I risultati suggeriscono che il controllo del peso sarebbe un motivo in più per cui i bambini dovrebbero dormire bene la notte. Gli esperti raccomandano un sonno della durata di 11 ore per i bambini tra i 5 e i 12 anni; gli adolescenti dovrebbero dormire invece tra le 8.5 e 9.5 ore. Oggi i bambini stanno dormendo meno delle generazioni precedenti, ha segnalato Hancox e ha aggiunto che questa tendenza starebbe promuovendo un aumento dei casi di obesità.

Nessuno sa con certezza perchè la mancanza di sonno è associata ad un maggior peso corporale. Secondo una teoria basata su studi del sonno eseguiti in laboratorio, la mancanza di ore di sonno sarebbe responsabile di un’alterazione del normale equilibrio degli ormoni che stimolano e riducono l’appetito. Inoltre i bambini sonnolenti sarebbero troppo stanchi per fare attività fisica durante il giorno.

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Un recente studio realizzato in Bangladesh ha dimostrato che vaccinare contro l’influenza una donna incinta al terzo trimestre di gravidanza può aiutare a proteggere da infezioni potenzialmente mortali sia la madre che il bambino fino ai 5 mesi successivi al parto.

Lo studio, sembra dunque appurare la validità di una raccomandazione statunitense di vecchia data secondo la quale le donne in gravidanza dovrebbero vaccinarsi contro l’influenza, mentre invece è meglio non vaccinare i bambini più piccoli di sei mesi.

Da dati sperimentali risulta che una sola dose di vaccino contro l’influenza somministrata alla madre, comporta un notevole beneficio sia per la donna stessa che per il feto: così ha scritto lo staff diretto dal Dottor Mark C. Steinhoff, della facoltà della salute pubblica Bloomberg dell’Università Johns Hopkins di Baltimora. Lo studio è stato pubblicato nel New England Journal of Medicine del 17 settembre; in esso l’equipe di Steinhoff ha evidenziato che l’infezione dovuta al virus influenzale nella madre in gravidanza può comportare gravi rischi sia per lei che per il suo bambino, come ad esempio malformazioni fetali o addirittura la morte. Inoltre, nei più piccini l’influenza può comportare lo sviluppo della polmonite batterica o delle otiti e, fanno notare gli autori, “le morti conseguenti all’influenza durante l’infanzia sono più frequenti tra i bambini minori di sei mesi”.

Il vaccino anti influenzale è raccomandato alle donne incinte e ai bambini di età compresa tra i 6 e i 24 mesi, ma non per quelli più piccoli. E’ noto, tuttavia, che il feto possa acquisire una parziale immunità al virus influenzale a partire dagli anticorpi della madre che passano anche nella circolazione fetale. E dunque, si è ceracto di capire se gli anticorpi stimolati dal vaccino contro l’influenza somministrato alla madre, possano proteggere anche il bebè.

Per verificarlo, lo staff di Steinhoff ha seguito un gruppo di 340 coppie di madri e figli del Bangladesh tra il 2004 e il 2005. La metà di queste donne furono vaccinate contro l’influenza durante il terzo trimestre di gravidanza e l’altra metà contro lo pneumococco (microorganismo responsabile della polmonite). Durante le 24 settimane successive al parto, gli studiosi monitorarono l’incidenza di malattie respiratorie tra madri e bambini. Alla nascita i bambini furono sottoposti alle normali pratiche di profilassi, ma non furono ovviamente vaccinati contro l’influenza.

Si è trovato che, “l’immunità della madre ha ridotto significativamente la percentuale di casi di influenza nei bambini”. In pratica, tra il gruppo trattato con i vaccini, il laboratorio confermò sei casi di influenza, mentre nell’altra metà i casi furono 16. Ciò significa che l’efficacia della somministrazione è stata del 63% durante il primo semestre di vita dei bambini. Si ridussero anche le malattie respiratorie accompagnate da febbre, tanto nelle madri (36%), come nei loro figli (29%). Ciò vuol dire che “cinque donne devono essere vaccinate per prevenire un solo caso di malattia respiratoria nella madre o nel bambino (…) e un po’ meno di 16 per evitare un caso di influenza”.

Si è calcolato che, nonostante le attuali raccomandazioni, sono ancora poche le donne incinte che vengono vaccinate contro l’influenza. Al momento di prendere qualsiasi decisione terapeutica, bisogna infatti considerare che la gravidanza è un momento particolarmente delicato. La mancanza di certezze riguardo a come i farmaci agiscono sul feto, l’appurata vulnerabilità del feto stesso e il timore delle madri di fronte alle possibili conseguenze, limitano le possibilità di trattamento e di prevenzione nelle gestanti. Dunque, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute del 2005, molte donne sono ancora restie a vaccinarsi contro l’influenza.

Lo studio del Dottor Steinhoff, il primo che sia mai stato relizzato su questa tematica, offre quella che si può definire una ”prova evidente del fatto che si debba appoggiare la strategia delle vaccinazioni delle donne in gravidanza per prevenire l’influenza nei bambini piccoli e nelle loro madri”.

Pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine

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Ciò che emerge dall’esperienza di Lorella De Luca, mamma di tre bambine è che il rilassamento e la meditazione in gravidanza sono importantissime.
In pratica, con il rilassamento profondo e la meditazione creativa si può modificare in positivo ogni attimo della gravidanza, poiché si raggiunge la consapevolezza di vivere nel “qui e ora” l’esperienza più miracolosa che esista: la creazione di un nuovo essere vivente.

Nel periodo della gravidanza è fondamentale che la donna sia in continuo contatto con la sua coscienza, tramite le onde Theta, per poter così modificare il suo stato d’animo affinché le crei benessere e non ansia e agitazione o paure infondate.
I semi della paura trovano terreno fertile, a prescindere dal fatto che ciò possa essere avvertito a livello mentale o meno; solo con un intento molto grande e con uno stato di coscienza che ci avvicina al sub-cosciente possiamo modificare le nostre credenze, che causano le paure e tutti quei sintomi ad esse legati che le donne in gravidanza spesso vivono.

La “riscoperta” di questa potentissima tecnica di guarigione energetica e vibrazionale, di fatto antichissima - parte dalla memoria della Creazione che si è persa nei secoli- che è stata riportata al mondo da Vianna Stibal, è sempre più confortata scientificamente dalla nuova biologia molecolare dall’epigenetica, senza escludere le neuroscienza più avanzate.
Consiste nel dedicare a se stesse tutti i giorni il tempo necessario per indurre lo stato Theta, in modo simile a quando si medita o si prega.
Questo tempo può essere utile sia per effettuare un collegamento empatico con la nuova creatura che sta crescendo nel grembo materno, sia per ritrovare se stessi e la propria parte “Divina”.
Tutto succede a livello intuitivo, ma la sensazione che la madre proverà sarà colma di gioia e di serenità, emozioni queste che le renderanno i nove mesi un’esperienza indimenticabile.

Lorella de Luca

Se volete saperne di più sul Theta Healing,potete leggere l’articolo “Immersione nelle Onde Theta” che la dottoressa de Luca ha scritto per la rivista “Scienza e Conoscenza”.

di Manuela Brenna

Il 24 e 25 maggio 2008 presso il Campus Universitario di Parma si è tenuto un interessante convegno sulla vita prenatale e perinatale del bambino, vi hanno partecipato molte personalità del mondo scientifico internazionale.
I diversi contributi hanno arricchito a mio avviso il panorama complesso della maturazione psicomotoria del bambino, hanno apportato con ricerche ed esperienze lavorative altri elementi che spiegano sempre più scientificamente come l’individuo sia immerso e avvolto dall’ambiente delle relazioni prima e dopo la nascita, non solo chimiche, biologiche o neurologiche, ma anche e soprattutto affettive, comunicative e sociali.
Questo tessuto di messaggi forma una rete di connessioni che costituiscono fin dal concepimento la sensibilità tonica del nostro essere al mondo: unione creativa del corpo in relazione.
Riporterò un intervento in particolare che ha sottolineato ulteriormente quanto il periodo prenatale sia una fase determinante per lo sviluppo psichico del bambino e quanto la gravidanza per la madre possa diventare un’occasione di crescita personale.
E’ un fatto storico, il legame che s’instaura tra madre e figlio è un tema d’interesse universale.

continua!

Clicka qui per leggere l’articolo completo!

Copertina libro

PICCOLI GENI CRESCONO - Come educare in modo equilibrato i bambini prodigio.

Questo libro, come si può facilmente evincere dal titolo, è rivolto principalmente ai genitori di bambini particolari: quelli “iperdotati”.
Si tratta di quei bambini che, sin dalla prima infanzia, dimostrano di possedere una eccezionale intelligenza, superiore alla media.

L’autrice del libro, Sophie Còte, presidente dell’associazione francese per i bambini precoci, ha dedicato per anni i suoi studi ai bambini iperdotati seguendoli nel loro percorso di crescita.
“Piccoli geni crescono” contiene l’essenza di quanto è emerso dalla sua analisi, ovvero l’importanza dei primi anni di vita sullo sviluppo emotivo ed intellettuale del bambino.
La vita dell’adulto si costruisce nell’infanzia ed è fondamentale, dunque, che genitori ed educatori siano consapevoli dell’influenza che possono avere, nel bene e purtroppo anche nel male, sul futuro dei più piccini.
Quanto detto è vero in modo particolare per i piccoli iperdotati la cui estrema sensibilità e percezione intuitiva spesso comportano difficoltà di integrazione e problemi scolastici.

Nel libro vengono raccontati, con ironia e partecipazione, 23 aneddoti tratti da altrettante esperienze diverse.
Al termine di ciascun racconto, la storia viene analizzata nei punti salienti e vengono proposti alcuni utili spunti di riflessione.
Le storie sono suddivise in tre grandi capitoli, a seconda del contesto che ha influenzato la vita del protagonista: quello famigliare, quello scolastico e quello professionale.
In effetti gli educatori e l’ambiente lavorativo hanno un grosso impatto sullo sviluppo della personalità del bambino, ma i principali responsabili della crescita personale dei bambini sono proprio i genitori che, non solo condizionano l’infanzia dei figli, ma hanno la possibilità di correggere eventuali “danni” causati dalla scuola e dal contesto sociale.

Questo libro è un valido strumento per educare i genitori a diventare delle buone guide per i figli, per quanto, in materia di educazione, non esistono soluzioni definite.
Che i bambini siano iperdotati oppure no, poco importa: ciascuno di loro nasce con enormi potenzialità e talenti che hanno il diritto di essere riconosciuti e “coltivati”.
Il termine educare deriva proprio dal latino “ex-ducere”, ovvero “tirare fuori” e il dovere primario di ogni genitore, è effettivamente quello di condurre i propri figli all’autonomia, quali che siano le loro competenze, lasciando sempre la porta aperta per un ritorno al nido in cui potranno trovare conforto, sostegno e amore.
Il compito più difficile per mamma e papà è quello di avere fiducia nei propri figli, sostenerli e guidarli verso un avvenire felice, anche quando questo avvenire non corrisponde ai progetti che avevano sognato per loro.

La lettura è scorrevole e divertente e contiene numerosi spunti di riflessione che vale davvero la pena conoscere.

Il libro è di circa 180 pagine e costa € 13.90.

Se volete acquistarlo on line, potete farlo a questo indirizzo:

Il Girdino dei Libri Piccoli geni crescono

Se vi interessano altri libri per genitori ed educatori, potete andare qui:

Il Girdino dei Libri Guide per genitori ed educatori

Dopo la nascita di un bambino può capitare che la donna non si senta così felice come pensava di essere. Al contrario, può sentirsi triste senza motivo, irritabile, incline al pianto, “inadeguata” nei confronti dei nuovi ed impegnativi compiti che la attendono.
Nella maggior parte dei casi questo stato d’animo e del tutto fisiologico e passeggero, nel giro di pochi giorni, questi sentimenti negativi passano e la donna può godere appieno della vicinanza del suo piccolo. Si parla in questi casi di “baby blues”, uno stato depressivo temporaneo e senza nessuna conseguenza. Si stima che circa il 70%-80% delle donne soffra di questo disturbo.

Ben più seria, e sicuramente da affrontare con l’aiuto di uno specialista, è la “depressione post-partum”, che colpisce circa il 10% delle donne che hanno avuto da poco un bambino. La depressione post parto può verificarsi indipendentemente dall’ordine di nascita del bambino: non è detto che una madre che non ne abbia sofferto in seguito alla nascita del primo figlio non possa soffrirne dopo la nascita di altri figli.

Nessuno sa dire con certezza che cosa provochi la depressione post parto. Certamente si possono identificare una serie di cambiamenti che avvengono dopo il parto e che possono portare ad uno stato depressivo.

1. Cambiamenti a livello fisico:

  • il livello di ormoni quali l’estrogeno e il progesterone cade drammaticamente nelle ore successive al parto;
  • può essere presente una spossatezza dovuta al travaglio e al parto o alla necessità di riprendersi da un intervento chirurgico in caso di taglio cesareo.

2. Aspetti emotivi che possono influire sull’autostima della donna e sulla sua capacità di affrontare lo stress del puerperio:

  • sensazione di inadeguatezza;
  • percezione di uno scarso sostegno da parte del partner;
  • aver vissuto di recente eventi stressanti importanti.

3. Credenze rispetto all’essere madre:

  • “La maternità è una questione di istinto”. Non è facile gestire un neonato. Alcuni aspetti della cura di un neonato vanno appresi, così come qualsiasi altra abilità nella vita;
  • “Mio figlio sarà perfetto”. Non sempre (o quasi mai) i bambini sono così come ce li siamo immaginati. A cominciare dall’aspetto fisico, per non parlare dei ritmi sonno-veglia, dell’alimentazione, etc;
  • “Sarò una madre perfetta”. Una donna può pensare di non essere all’altezza del suo compito, di essere inetta se non riesce a fare “tutto e bene”.

Sintomi della Depressione Post Partum

I sintomi che possono far sospettare una depressione post parto includono:

  • sentirsi quasi sempre irrequiete o irritabili;
  • sentirsi tristi, depresse o avere molta voglia di piangere;
  • non avere energie;
  • mal di testa, dolori addominali, tachicardia, difficoltà a respirare;
  • insonnia;
  • inappetenza e perdita di peso;
  • mangiare in maniera eccessiva e soprappeso;
  • difficoltà di concentrazione e di memoria, difficoltà nel prendere le decisioni;
  • preoccupazione costante nei confronti del bambino (in assenza di problemi oggettivi);
  • disinteresse nei confronti del bambino;
  • sentimenti di colpa e di disistima;
  • timore di poter fare del male al bambino o a voi stesse;
  • perdita di interesse o piacere in ciò che si fa.

Cosa può fare una donna che sta sperimentando questi sintomi?

Innanzitutto, se lo stato depressivo è serio e interferisce con lo svolgimento delle nostre attività quotidiane, non esitiamo a rivolgerci ad uno specialista. Potrebbe essere anche necessario assumere dei farmaci per un periodo.

E’ importante affrontare seriamente la depressione post parto perché può avere delle conseguenze a lungo termine sulla vita della donna che la sta sperimentando e su quelle della sua famiglia, soprattutto del neonato.

Se invece stiamo sperimentando alcuni dei sintomi su elencati ma essi non interferiscono pesantemente con la nostra vita quotidiana ecco cosa possiamo fare per evitare che il nostro stato depressivo si aggravi e per ritrovare il benessere perduto:

  • cerchiamo qualcuno con cui poter parlare di come ci sentiamo. Parlare con altre mamme e sentire che non siamo sole può aiutarci a vivere il nostro stato d’animo in maniera diversa;
  • prendiamoci del tempo per stare con il nostro partner e parlare di quanto sia cambiata la nostra vita. Esprimiamo sinceramente i nostri sentimenti e le nostre preoccupazioni;
  • lasciamo che amici e parenti ci diano una mano nella gestione della casa e del bambino. Facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon);
  • prendiamoci del tempo per noi stesse, anche solo 15 minuti al giorno. Possiamo leggere, dedicarci a creare qualcosa, fare un bagno, meditare, insomma dedicarci a qualcosa che ci dia piacere e ci rilassi;
  • cerchiamo di riposare. Approfittiamo dei momenti in cui il piccolo dorme;
  • facciamo attività fisica. E’ sufficiente fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di “aver preso aria”, arrecherà un immediato benessere psicofisico;
  • rilassiamoci. Respiriamo profondamente e facciamo ricorso ad immagini rilassanti, per ritrovare uno stato di calma e serenità;
  • nutriamoci bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura. Limitiamo l’uso di caffeina, alcol e zuccheri;
  • teniamo un diario. Scrivere dei nostri sentimenti ed emozioni può essere un modo per “scaricarci”. Appena ci sentiremo meglio potremmo rileggere il diario e notare i progressi fatti;
  • accontentiamoci di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori;
  • ricordiamoci che è normale sentirci sopraffatte dai tanti nuovi impegni. Ci vuole del tempo per adattarsi ai cambiamenti che un figlio comporta;
  • soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva.

Ecco cosa possiamo fare praticamente per mantenere questo legame:

  1. allattiamo spesso (ogni 2-3 ore), appartandoci in un posto tranquillo in cui sappiamo che non saremo disturbate. Rilassiamoci, cerchiamo di godere del contatto con il bambino, guardandolo negli occhi. Lo stesso vale se il nostro bambino non è allattato al seno, ma con il biberon, lasciando però trascorrere il tempo necessario tra una poppata e l’altra;
  2. facciamo in modo che il bambino possa riposare in un luogo tranquillo e approfittiamone per riposare anche noi insieme a lui. Il riposo è fondamentale per entrambi;
  3. prendiamo spesso in braccio il bambino e parliamogli dolcemente. Cambiamogli spesso il pannolino, facciamo in modo che non senta troppo caldo o troppo freddo;
  4. coinvolgiamo il partner, parenti e amici nella cura del bambino;
  5. se abbiamo già un bambino, ricordiamoci che potrebbe soffrire per la quantità di attenzioni prestate al nuovo arrivato. Prendiamoci del tempo per stare con ognuno dei bambini e dimostriamo ad entrambi il nostro affetto. Incoraggiamo il bambino più grande a prendersi cura o a giocare con il neonato;
  6. non rintaniamoci in casa: uscire con il nostro bambino farà bene ad entrambi;
  7. se ci sentiamo sole, stanche, frustrate o arrabbiate, lasciamo pure il bambino a qualcuno di cui ci fidiamo e prendiamoci del tempo per noi stesse. Non sentiamoci in colpa per questo. Solo se saremo serene potremo trasmettere benessere e serenità ai nostri figli: quindi facciamo del nostro meglio per farci del bene.

Dott.ssa BERNABEO Maria

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Come vi avevamo preannunciato nel post precedente, abbiamo realizzato un’intervista a Vianella Gnan, l’Ostetrica che collabora al nostro Blog (potete trovare il suo profilo nella pagina “I nostri esperti”).
Le domande che le abbiamo rivolto riguardano l’allattamento al seno e si riferiscono in modo particolare all’articolo precedente, “I meccanismi che regolano l’allattamento materno“, che vi consiglio di leggere prima di questo post.

INTERVISTA

1. Ciao Vianella. Sul sito dell’Associazione “Il Nido”, per la quale lavori, c’è scritto che date alle donne Sostegno all’Allattamento
Questo servizio è rivolto alle neo mamme o anche alle donne in gravidanza?

Sì, essendo noi una associazione culturale, le coppie che vengono nella nostra struttura sono socie e questo avviene in modo molto semplice facendo una tesserina che costa loro 50 euro l’anno e permette alla coppia di sostenere l’associazione che altrimenti non sarebbe in essere; in questo modo le coppie hanno un sostegno da parte delle ostetriche due volte al mese, con incontri di libero accesso a donne, coppie, nonni, ecc…
E’ rivolto sia alle mamme che alle donne in gravidanza… in questo spazio c’è sempre un ostetrica che, insieme al gruppo, discute delle problematiche dell’allattamento e anche di gestione del neonato.
E’ un momento di confronto tra mamme/genitori molto utile e costruttivo in questa società sempre più individualista. Poi da questi incontri se le mamme lo desiderano facciamo partire dei veri e propri corsi dopo parto (quest’ultimi sono a pagamento come quelli pre parto)…

2. Esistono conformazioni particolari dei capezzoli che rendono difficile l’allattamento (capezzoli rientranti o particolarmente corti). Dovrebbe essere il ginecologo che segue la donna in gravidanza a notificare il problema e a consigliare i giusti metodi per arginarlo? Quali sono le tue esperienze in merito?

Infatti i capezzoli introflessi o molto piccoli possono dare qualche difficoltà alla suzione, ma questo dipende anche dal bambino e da come si attacca.
Vero è che il ginecologo o l’ostetrica dovrebbero guardare anche le modificazioni del seno in gravidanza, oltre a quelle dell’utero e i chili che si prendono… ma, ahimè, molto pochi lo fanno…
Infatti il capezzolo va preparato in gravidanza per tutte le mamme e, nel caso ci siano dei capezzoli introflessi, vi sono in commercio dei dispositivi che sono stati brevettati dalla lega del latte (ma ora vengono prodotti anche da altri) che, se utilizzati qualche ora al giorno in gravidanza, aiutano la fuoriuscita del capezzolo.
Nella mia esperienza ho visto che preparare il capezzolo con il guanto di crine (che permette alla pelle del capezzolo di fare un pò di callo), l’uso dei dispositivi per fare uscire i capezzoli quando sono rientranti e fare molta attenzione a come si attacca il neonato permettono un buon allattamento.
Noi utilizziamo anche molto le coppette d’argento durante l’allattamento, che permettono alle mamme di avere un po’ di sollievo dopo la poppata; inoltre l’argento ha proprietà batterio statiche con prevenzione della candidosi, molto dolorosa per le mamme in allattamento e spesso non riconosciuta da ginecologi e pediatri (pensa che i pediatri curano il mughetto al neonato e non sanno che va curata anche la mamma se l’allattamento è materno…).

3. E’ vero che solamente una bassissima percentuale di donne presenta problemi legati alla produzione di latte? E come è possibile distinguere questi rari casi dagli altri in cui le cause dello scarso apporto di latte al neonato sono legate ad una gestione errata dell’allattamento?

Verissimo che solo una percentuale bassissima ha veramente ipogalattia funzionale. Normalmente la scarsità di latte è legata ad altri fattori, esempio scarsa informazione sull’allattamento, errata gestione delle poppate, consigli errati da parte di nonne, amiche ed anche pediatri.
Cosa fare??? Bella domanda… alcuni pediatri intelligenti consigliano alle donne di trovare un’ostetrica che le aiuti e le supporti nei primi tempi, in modo da valutare se è vera ipogalattia oppure se era solo mal gestione; ma purtroppo la maggior parte dei pediatri rifila l’artificiale e l’allattamento materno, purchè la mamma non sia molto determinata, è finito.
Il mio lavoro in quanto libera professionista consiste, non solo nel seguire la gravidanza ed il parto, ma anche nel sostegno di tutto il dopo: il nostro profilo professionale universitario, e quello che trovate scritto anche nella legge che ci tutela, dichiara che l’ostetrica è responsabile della salute della mamma e del bambino per quanto riguarda l’accrescimento e l’alimentazione, dalla nascita fino a tutto il primo anno di vita, ma questo lo sanno in poche donne…

4. Abbiamo parlato dei farmaci che servono per inibire la montata lattea: in base alla tua esperienza è possibile che una donna che abbia assunto questi farmaci possa ripristinare la produzione del latte nel caso desiderasse, nei giorni o settimane seguenti, provare ad allattare?

Se proprio una donna deve inibire la produzione di latte può andare su farmaci sicuri, di lungo utilizzo, come il Dostinex o il Parlodel; oppure esistono anche rimedi omeopatici meno dannosi per la nostra salute.
Dopo aver inibito la montata con il Dostinex è possibile ripristinare l’allattamento se si stimola il seno con tiralatte: per una settimana il latte si deve buttare dopodichè l’Istituto Farmacologico di Milano ci dice che si può riprendere l’allattamento in quanto il farmaco non è più in circolo dopo 7 giorni.
Per il Parlodel è diverso perché è un farmaco di vecchia generazione e con somministrazione diversa…..

5. In questo caso ci sono rischi per il neonato?

Domanda da porre all’Istituto farmacologico di Milano…

6. L’assunzione di farmaci per inibire la montata lattea si ripercuote sull’allattamento di eventuali altri figli successivi?

No, nelle successive gravidanze non sussiste nessuna controindicazione all’allattamento (sarebbe carino sapere quale è stata la prima!!!!).

7. Abbiamo parlato del domperidone per aumentare la montata lattea, che ricordiamo essere sconsigliato dalla FDA (Food and Drugs Administration) per i suoi numerosi effetti collaterali. Qual è la tua opinione in merito?

Anche se so che la lega del latte a volte lo consiglia… rimango molto perplessa da questa prescrizione in quanto innanzi tutto è necessario valutare il modo e i tempi di suzione del neonato e a volte è sufficiente far capire alla madre che quel bambino ha bisogno di attaccarsi 15 volte al giorno è non solo 6 o 7 per avere la sua quantità di latte giornaliera; poi, come ti dicevo prima, sono molto piu propensa all’utilizzo di fitoterapici in quanto un farmaco vero per aumentare la produzione di latte NON ESISTE!!! Ma i mammiferi sanno bene cosa brucare quando allattano e anche quelli non vegetariani…

8. Esistono metodi naturali per aumentare la montata lattea? Birra, fieno greco, cardo mariano… si tratta soltanto di luoghi comuni che possono al più avere un effetto placebo o c’è una parte di verità?

Non sono leggende, è vero… però, come tutti i prodotti naturali, non hanno lo stesso effetto su tutte le donne.
Ad esempio la birra, se bevuta in modiche quantità al pasto aumenta la produzione, ma non per tutte le donne va bene: alcune non ne vedono differenza.
Altri rimedi sono tisane con galega… e finocchio, altrimenti sarebbe troppo amara.
Oppure la Loacker fa il Lactogal.
Noi a Bologna abbiamo un’erboristeria vera, la DI LEO, che ci produce il TANTOLAT che non è altro che un concentrato di galega ed altre prodotti natuali… sono molto efficaci…

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IMPORTANZA DEL LATTE MATERNO

Il fatto che l’alimentazione del neonato sia molto importante non è certo una novità.
Pensate alle curve di crescita relative ai primi mesi di vita dei bambini e al loro andamento esponenziale: per garantire i fabbisogni nutrizionali in grado di supportare un simile sviluppo è necessario un alimento davvero speciale!
La natura ha provveduto anche a questo: il latte materno, per la sua composizione, è un alimento unico, inimitabile e completo perché contiene tutti i nutrienti essenziali per la crescita del neonato, fattori di crescita e anticorpi che non si trovano nel latte formulato.
Il latte materno è importante dunque, non solo per il suo potere nutrizionale, ma anche per le sue proprietà terapeutiche: i bambini allattati al seno sviluppano meno malattie perché il latte umano trasferisce al neonato gli anticorpi della madre che li protegge da molte infezioni.
Non è possibile “copiare” il latte materno in quanto la sua formula non è riproducibile: la sua composizione infatti è estremamente variabile e cambia man mano che il bimbo cresce, adattandosi al periodo di allattamento e assecondando le diverse necessità nutritive del piccolo. Non solo: il latte cambia anche nel corso della singola poppata. All’inizio prevalgono gli zuccheri poi nel corso della poppata diventa più ricco di proteine e grassi, che aumentano la sensazione di sazietà.

Vediamo come la natura prepara le donne all’allattamento e dunque al nutrimento della loro specie.

LA MAMMELLA

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La mammella di una donna adulta è costituita da tessuto ghiandolare, tessuto di sostegno (strie di tessuto connettivo) e tessuto adiposo che ne determinano le dimensioni, la forma e la consistenza.

L’areola mammaria è la zona all’apice della mammella; ha una dimensione variabile e il suo colore è più scuro in quanto la sua cute è particolarmente pigmentata.
La superficie dell’areola è ruvida per la presenza di piccole sporgenze sparse in modo irregolare: sono determinate dalle ghiandole sebacee, chiamate anche ghiandole areolari del Morgagni che, con il loro secreto, hanno la funzione di rendere il capezzolo morbido ed elastico.
Ci sono anche altre ghiandole lattifere accessorie, i tubercoli di Montgomery, che aumentano di volume durante la gravidanza e l’allattamento.

Il capezzolo si trova al centro dell’areola dalla quale sporge di alcuni millimetri.

Nella mammella ci sono 20 ghiandole ramificate che, durante la gestazione, si moltiplicano e si sviluppano fino a diventare acini ghiandolari o alveoli, sotto l’azione di alcuni ormoni, quali: il progesterone, l’ormone lattogeno placentare, la prolattina, la gonadotropina placentare e il TSH.
L’insieme degli acini costituiscono i lobuli che, raggruppandosi, formano i lobi separati da tessuto connettivo.

Il latte prodotto dagli acini di ciascun lobulo viene raccolto nel dotto escretore terminale o lobulare il quale confluisce con quelli provenienti da altri lobuli dello stesso lobo, dando origine ai dotti galattofori: nella mammella ci sono 15 – 20 dotti galattofori circondati da tessuto muscolare.
Questi condotti, al livello dell’areola, si espandono e si dilatano a formare i seni lattiferi (galattofori) dove viene immagazzinato il latte: sono larghi 5 – 8 mm e funzionano come piccoli serbatoi di latte.
I seni lattiferi continuano il loro percorso fino ad arrivare ai pori lattiferi, all’apice del capezzoli, che sono le unità funzionali.

MAMMOGENESI

La mammogenesi consiste nello sviluppo e nell’accrescimento delle mammelle.
E’ un processo che ha inizio con la pubertà ed è molto rilevante durante la gravidanza; viene attivato grazie all’azione degli ormoni: gli estrogeni, il progesterone, gli ormoni della crescita (GH o somatotropina), l’ormone lattogeno placentare, i corticoidi e, in modo particolare, la prolattina (l’ormone incaricato della secrezione lattea).

E’ importante sottolineare che la dimensione del seno non ha nulla a che vedere con la produzione del latte: sono le ghiandole mammarie, perfettamente sviluppate anche nel seno di piccole dimensioni, che lo mettono in grado di produrre latte.

Ci sono invece conformazioni particolari dei capezzoli che rendono difficile (ma non impossibile) l’allattamento, come ad esempio i capezzoli rientranti o particolarmente corti.
In realtà queste difficoltà ad allattare, legate ad un non corretto attaccamento del bambino al seno, sono facilmente superabili, ma occorre consultare subito un esperto per ovviare il problema in modo da iniziare il più presto possibile e con il piede giusto l’allattamento.
La figura più adatta e preparata per questo tipo di assistenza è l’ostetrica.
Infatti sono ben pochi i ginecologi e ancora meno i pediatri aventi la formazione, la voglia e la capacità di aiutare e sostenere le donne che allattano.
L’ostetrica invece possiede tutti i requisiti, riconosciuti anche dall’OMS, per farlo e il suo doveroso compito è quello di sostenere le donne in difficoltà controllando la suzione del neonato e trovando insieme alla donna il giusto metodo per quella coppia.

LATTOGENESI o MONTATA LATTEA

E’ il processo di produzione del latte.
E’ la prolattina l’ormone incaricato della secrezione lattea e viene secreto dalle cellule lattotrope che costituiscono circa il 30% delle cellule dell’ipofisi anteriore.

Le donne, fin dalla pubertà, producono prolattina in maniera costante durante la loro vita; tuttavia la produzione della prolattina è a sua volta regolata da un neuro ormone, la dopamina, un fattore inibitore della prolattina che viene prodotto dall’ipotalamo.

Si deve tener presente che durante la gravidanza i livelli di prolattina aumentano, ma la sua azione è inibita anche dagli ormoni placentari; la placenta, infatti, è anche un organo endocrino e produce la gonadotropina corionica umana (HCG), ormone simile all’LH (ormone luteinizzante) che consente il mantenimento del corpo luteo per circa 3 mesi.
Nei mesi successivi la placenta produce, oltre al progesterone e all’estrogeno, altri due ormoni: la relaxina (aumenta la flessibilità delle pelvi e contribuisce alla dilatazione del collo dell’utero durante il parto) e l’ormone lattogeno placentare (contribuisce alla preparazione della ghiandola mammaria alla produzione del latte).

Dopo il parto, terminato il secondamento (espulsione della placenta), i livelli di ormoni placentari diminuiscono e la ghiandola mammaria si “sblocca” iniziando, generalmente 24 – 48 ore dopo il parto, la secrezione del latte.
L’espulsione della placenta è data da un picco di ossitocina che, a sua volta, innesca la produzione di prolattina… Non a caso, nelle donne che partoriscono con il taglio cesareo, la montata arriva un po’ più tardi, proprio perché non hanno avuto il picco di ossitocina… a meno che il chirurgo non sia molto bravo e, invece di staccare la placenta manualmente, si metta a massaggiare l’utero in modo che il secondamento avvenga in modo naturale anche se si tratta di taglio cesareo.

Sono sufficienti quantità di prolattina anche di poco superiori al livello basale per ottenere, in assenza di fattori inibitori come gli ormoni placentari, la piena produzione di latte.
La prolattina presenta un picco poche ore dopo il parto, per poi abbassarsi relativamente e tararsi a un certo livello determinato dalla frequenza ed efficacia con la quale il seno viene drenato del latte: per garantire la secrezione del latte è infatti necessario svuotare completamente e frequentemente le ghiandole mammarie.

Fondamentali sono in questo senso le prime 4-6 settimane di allattamento, che servono a calibrare la produzione di tutto il periodo della lattazione.
Dopo questo primo periodo, il tasso di prolattina cala in modo significativo, mantenendosi però sempre a livelli superiori a quello precedente la gravidanza.
Ciò è sufficiente a mantenere un’adeguata produzione di latte nella donna, purché l’allattamento venga comunque effettuato con la necessaria frequenza e seguendo la richiesta del bambino.

La prolattina viene prodotta a seguito di un riflesso neurormonale che fa si che, ogni volta che il bambino succhia il seno, si innesca un riflesso che arriva all’ipotalamo causando una diminuzione della dopamina (che abbiamo detto essere un fattore inibitore della prolattina); in questo modo si permette un aumento della produzione della prolattina da parte del lobo anteriore dell’ipofisi.
Per questo motivo la lattogenesi è anche una conseguenza dell’attaccamento del neonato al seno materno: tanto più il bimbo succhia, tanto maggiore sarà la quantità di latte prodotta.
E’ giusto dunque che il neonato venga attaccato quanto prima al seno materno per stimolare la produzione di latte, almeno nelle prime due ore dopo il parto o taglio cesareo. Nel caso non fosse possibile, è comunque buona norma stimolare subito il seno con un tiralatte.

La prolattina viene secreta in modo pulsatile secondo un ritmo circadiano (ossia nell’arco delle 24 ore), sincrono con quello dell’LH (l’ormone luteinizzante).
I livelli più alti di prolattina si rilevano durante le ore notturne di sonno, con un picco massimo tra le quattro e le sei del mattino, mentre quelli più bassi si registrano durante il giorno.
Pare che questo aumento notturno della prolattina sia dovuto ad un aumento dell’ampiezza delle pulsazioni piuttosto che ad una loro diversa frequenza.

Molti fattori comunque influenzano tale andamento circadiano dei livelli plasmatici di prolattina: ad esempio l’alimentazione e lo stress.

I neonati, nelle prime 3 – 4 settimane di vita, dovrebbero essere attaccati al seno anche tutte le ore se lo richiedono: questo non è sinonimo di scarsa quantità di latte o latte non buono, come si sente spesso dire.
In realtà ciò è dovuto al fatto che l’organismo materno deve ancora trovare il suo equilibrio in base al fabbisogno del neonato.

Per inibire la montata lattea - Quando la mamma non vuole o non può allattare il bambino, deve assumere farmaci per bloccare la montata lattea. Il principio attivo di questi farmaci è la cabergolina, un agonista dopaminergico (ricordiamo che la dopamina inibisce la prolattina) approvato in Italia per l’inibizione o la soppressione della lattazione fisiologica e per il trattamento dei disturbi dovuti a iperprolattinemia.
La cabergolina viene indicata da diversi studi come efficace al 100% nel blocco della lattazione, qualora venga presa nell’immediato post-partum; la sua efficacia è invece molto ridotta se assunta a molti mesi dal parto allo scopo di interrompere una lattazione già avviata.
Non ci sono invece molte informazioni utili per quelle donne che, avendo assunto questo farmaco, desiderano nei giorni o settimane seguenti provare ad allattare ugualmente e ripristinare la produzione: non si possono infatti quantificare i rischi per il neonato che assumesse latte da una donna che ha assunto il farmaco, né esistono sperimentazioni cliniche che documentino il tasso di successo nei tentativi di rilattazione dopo l’assunzione di cabergolina.
In ogni caso, prima di assumere qualsiasi tipo di farmaco, dovete sempre consultare il vostro medico o la vostra ostetrica di fiducia.

Per incrementare la montata lattea - Qualora in un determinato momento della lattazione la prolattina sia al di sotto del livello basale, è possibile che la donna temporaneamente non produca la quantità adeguata di latte per il suo bambino.
Questo accade, una volta esclusi i casi in cui una semplice correzione dei ritmi o modalità di allattamento è sufficiente a risolvere il problema, in una proporzione stimata intorno allo 0,1 per cento delle nutrici (e quindi piccolissima).
In tali situazioni un aiuto farmacologico, che può anche essere temporaneo, può aiutare.
Il farmaco più noto per favorire indirettamente la lattopoiesi è il domperidone, sostanza utilizzata per le sue proprietà di antiacido (Peridon).
Il domperidone è un antagonista dopaminergico e pertanto agisce indirettamente sulla produzione del latte aumentando la produzione di prolattina.
Tuttavia l’FDA (Food and Drugs Administration) ha raccomandato alle donne che allattano di non utilizzare il domperidone per favorire la lattazione in quanto, in nessun paese, rientra fra le indicazioni autorizzate.
Pare infatti che siano stati segnalati effetti indesiderati cardiaci (aritmie, arresto cardiaco e morte improvvisa) in pazienti trattati con il farmaco per via endovenosa.
Inoltre il domperidone viene escreto nel latte materno: per questo motivo è controindicato nelle donne che allattano, per il pericolo di esporre il neonato a rischi non noti.
E’ comunque sempre opportuno accertarsi che i livelli di prolattina della mamma siano inadeguati, prima di ricorrere all’utilizzo di farmaci.
Produrre il latte, infatti, è una capacità fisiologica normale dell’organismo femminile, e come abbiamo detto solo una bassissima percentuale di donne presenta problemi in questo senso.

Le cause più frequenti di scarso apporto di latte al neonato sono legate ad una gestione errata dell’allattamento: un bambino che poppa poco efficacemente, l’introduzione di giunte e l’uso di biberon e ciucci. Raramente può dipendere da una scarsa produzione di prolattina e, solo in questi casi, l’uso di farmaci per stimolare la produzione può avere buone probabilità di successo.
Ma attenzione: non assumete mai farmaci senza aver prima consultato il vostro medico o la vostra ostetrica di fiducia.
Vi sono poi altri rimedi, non farmacologici, per aumentare la produzione di latte. Dopo aver attaccato al seno il neonato almeno ogni due ore, bevuto almeno tre litri di liquidi al giorno, avere una dieta equilibrata che non escluda nessun alimento, un buon riposo… si possono utilizzare tisane con galega e finocchio; oppure, se non si ha il tempo di preparare queste tisane, in commercio si possono trovare sciroppi erboristici contenenti queste sostanze

LATTOPOIESI

E’ il processo di espulsione del latte.
Come abbiamo detto, ogni volta che il bambino succhia il seno, si viene ad innescare un riflesso neurormonale: questo riflesso, oltre ad arrivare all’ipotalamo causando una diminuzione del fattore inibitore di prolattina, arriva anche all’ipofisi dal cui lobo posteriore viene liberata ossitocina.
Questo ormone, agisce a livello delle fibre muscolari dei condotti galattofori che saranno facilitati ad espellere il latte.

L’ossitocina è responsabile anche delle contrazioni dell’utero (morsi uterini) durante il post parto: queste contrazioni servono per favorire l’involuzione dell’utero che, nell’arco di un mese, tornerà alle dimensioni normali.
Per questo motivo, l’allattamento al seno è importante anche per la neo mamma.
Si tenga presente, inoltre, che gli oncologi ritengono che un ottimo fattore di protezione per il tumore al seno è proprio quello di aver allattato almeno sei mesi nella propria vita.

Su queste tematiche abbiamo fatto alcune domande all’Ostetrica Vianella Gnan (si veda la sezione “I nostri esperti”) e l’intervista verrà riportata nel prossimo post.

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