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PICCOLI GENI CRESCONO - Come educare in modo equilibrato i bambini prodigio.

Questo libro, come si può facilmente evincere dal titolo, è rivolto principalmente ai genitori di bambini particolari: quelli “iperdotati”.
Si tratta di quei bambini che, sin dalla prima infanzia, dimostrano di possedere una eccezionale intelligenza, superiore alla media.

L’autrice del libro, Sophie Còte, presidente dell’associazione francese per i bambini precoci, ha dedicato per anni i suoi studi ai bambini iperdotati seguendoli nel loro percorso di crescita.
“Piccoli geni crescono” contiene l’essenza di quanto è emerso dalla sua analisi, ovvero l’importanza dei primi anni di vita sullo sviluppo emotivo ed intellettuale del bambino.
La vita dell’adulto si costruisce nell’infanzia ed è fondamentale, dunque, che genitori ed educatori siano consapevoli dell’influenza che possono avere, nel bene e purtroppo anche nel male, sul futuro dei più piccini.
Quanto detto è vero in modo particolare per i piccoli iperdotati la cui estrema sensibilità e percezione intuitiva spesso comportano difficoltà di integrazione e problemi scolastici.

Nel libro vengono raccontati, con ironia e partecipazione, 23 aneddoti tratti da altrettante esperienze diverse.
Al termine di ciascun racconto, la storia viene analizzata nei punti salienti e vengono proposti alcuni utili spunti di riflessione.
Le storie sono suddivise in tre grandi capitoli, a seconda del contesto che ha influenzato la vita del protagonista: quello famigliare, quello scolastico e quello professionale.
In effetti gli educatori e l’ambiente lavorativo hanno un grosso impatto sullo sviluppo della personalità del bambino, ma i principali responsabili della crescita personale dei bambini sono proprio i genitori che, non solo condizionano l’infanzia dei figli, ma hanno la possibilità di correggere eventuali “danni” causati dalla scuola e dal contesto sociale.

Questo libro è un valido strumento per educare i genitori a diventare delle buone guide per i figli, per quanto, in materia di educazione, non esistono soluzioni definite.
Che i bambini siano iperdotati oppure no, poco importa: ciascuno di loro nasce con enormi potenzialità e talenti che hanno il diritto di essere riconosciuti e “coltivati”.
Il termine educare deriva proprio dal latino “ex-ducere”, ovvero “tirare fuori” e il dovere primario di ogni genitore, è effettivamente quello di condurre i propri figli all’autonomia, quali che siano le loro competenze, lasciando sempre la porta aperta per un ritorno al nido in cui potranno trovare conforto, sostegno e amore.
Il compito più difficile per mamma e papà è quello di avere fiducia nei propri figli, sostenerli e guidarli verso un avvenire felice, anche quando questo avvenire non corrisponde ai progetti che avevano sognato per loro.

La lettura è scorrevole e divertente e contiene numerosi spunti di riflessione che vale davvero la pena conoscere.

Il libro è di circa 180 pagine e costa € 13.90.

Se volete acquistarlo on line, potete farlo a questo indirizzo:

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Il Girdino dei Libri Guide per genitori ed educatori

Dopo la nascita di un bambino può capitare che la donna non si senta così felice come pensava di essere. Al contrario, può sentirsi triste senza motivo, irritabile, incline al pianto, “inadeguata” nei confronti dei nuovi ed impegnativi compiti che la attendono.
Nella maggior parte dei casi questo stato d’animo e del tutto fisiologico e passeggero, nel giro di pochi giorni, questi sentimenti negativi passano e la donna può godere appieno della vicinanza del suo piccolo. Si parla in questi casi di “baby blues”, uno stato depressivo temporaneo e senza nessuna conseguenza. Si stima che circa il 70%-80% delle donne soffra di questo disturbo.

Ben più seria, e sicuramente da affrontare con l’aiuto di uno specialista, è la “depressione post-partum”, che colpisce circa il 10% delle donne che hanno avuto da poco un bambino. La depressione post parto può verificarsi indipendentemente dall’ordine di nascita del bambino: non è detto che una madre che non ne abbia sofferto in seguito alla nascita del primo figlio non possa soffrirne dopo la nascita di altri figli.

Nessuno sa dire con certezza che cosa provochi la depressione post parto. Certamente si possono identificare una serie di cambiamenti che avvengono dopo il parto e che possono portare ad uno stato depressivo.

1. Cambiamenti a livello fisico:

  • il livello di ormoni quali l’estrogeno e il progesterone cade drammaticamente nelle ore successive al parto;
  • può essere presente una spossatezza dovuta al travaglio e al parto o alla necessità di riprendersi da un intervento chirurgico in caso di taglio cesareo.

2. Aspetti emotivi che possono influire sull’autostima della donna e sulla sua capacità di affrontare lo stress del puerperio:

  • sensazione di inadeguatezza;
  • percezione di uno scarso sostegno da parte del partner;
  • aver vissuto di recente eventi stressanti importanti.

3. Credenze rispetto all’essere madre:

  • “La maternità è una questione di istinto”. Non è facile gestire un neonato. Alcuni aspetti della cura di un neonato vanno appresi, così come qualsiasi altra abilità nella vita;
  • “Mio figlio sarà perfetto”. Non sempre (o quasi mai) i bambini sono così come ce li siamo immaginati. A cominciare dall’aspetto fisico, per non parlare dei ritmi sonno-veglia, dell’alimentazione, etc;
  • “Sarò una madre perfetta”. Una donna può pensare di non essere all’altezza del suo compito, di essere inetta se non riesce a fare “tutto e bene”.

Sintomi della Depressione Post Partum

I sintomi che possono far sospettare una depressione post parto includono:

  • sentirsi quasi sempre irrequiete o irritabili;
  • sentirsi tristi, depresse o avere molta voglia di piangere;
  • non avere energie;
  • mal di testa, dolori addominali, tachicardia, difficoltà a respirare;
  • insonnia;
  • inappetenza e perdita di peso;
  • mangiare in maniera eccessiva e soprappeso;
  • difficoltà di concentrazione e di memoria, difficoltà nel prendere le decisioni;
  • preoccupazione costante nei confronti del bambino (in assenza di problemi oggettivi);
  • disinteresse nei confronti del bambino;
  • sentimenti di colpa e di disistima;
  • timore di poter fare del male al bambino o a voi stesse;
  • perdita di interesse o piacere in ciò che si fa.

Cosa può fare una donna che sta sperimentando questi sintomi?

Innanzitutto, se lo stato depressivo è serio e interferisce con lo svolgimento delle nostre attività quotidiane, non esitiamo a rivolgerci ad uno specialista. Potrebbe essere anche necessario assumere dei farmaci per un periodo.

E’ importante affrontare seriamente la depressione post parto perché può avere delle conseguenze a lungo termine sulla vita della donna che la sta sperimentando e su quelle della sua famiglia, soprattutto del neonato.

Se invece stiamo sperimentando alcuni dei sintomi su elencati ma essi non interferiscono pesantemente con la nostra vita quotidiana ecco cosa possiamo fare per evitare che il nostro stato depressivo si aggravi e per ritrovare il benessere perduto:

  • cerchiamo qualcuno con cui poter parlare di come ci sentiamo. Parlare con altre mamme e sentire che non siamo sole può aiutarci a vivere il nostro stato d’animo in maniera diversa;
  • prendiamoci del tempo per stare con il nostro partner e parlare di quanto sia cambiata la nostra vita. Esprimiamo sinceramente i nostri sentimenti e le nostre preoccupazioni;
  • lasciamo che amici e parenti ci diano una mano nella gestione della casa e del bambino. Facciamoci aiutare nelle faccende domestiche e deleghiamo anche qualche pasto notturno al papà (se si allatta al seno si può sempre tirare il latte con un tiralatte e conservarlo in frigo o in freezer, al momento opportuno il papà potrà offrirlo al piccolo con il biberon);
  • prendiamoci del tempo per noi stesse, anche solo 15 minuti al giorno. Possiamo leggere, dedicarci a creare qualcosa, fare un bagno, meditare, insomma dedicarci a qualcosa che ci dia piacere e ci rilassi;
  • cerchiamo di riposare. Approfittiamo dei momenti in cui il piccolo dorme;
  • facciamo attività fisica. E’ sufficiente fare qualche giro intorno all’isolato: l’aumento del metabolismo e il fatto di “aver preso aria”, arrecherà un immediato benessere psicofisico;
  • rilassiamoci. Respiriamo profondamente e facciamo ricorso ad immagini rilassanti, per ritrovare uno stato di calma e serenità;
  • nutriamoci bene, prediligendo, frutta, cereali e verdura. Limitiamo l’uso di caffeina, alcol e zuccheri;
  • teniamo un diario. Scrivere dei nostri sentimenti ed emozioni può essere un modo per “scaricarci”. Appena ci sentiremo meglio potremmo rileggere il diario e notare i progressi fatti;
  • accontentiamoci di portare a termine anche una sola cosa in una giornata. Ci saranno giorni in cui non saremo riusciti a concludere niente: accade a molti neo-genitori;
  • ricordiamoci che è normale sentirci sopraffatte dai tanti nuovi impegni. Ci vuole del tempo per adattarsi ai cambiamenti che un figlio comporta;
  • soprattutto, cerchiamo di mantenere il legame con nostro figlio. Non è facile quando si è depresse, ma è fondamentale per un neonato poter mantenere un legame con la propria madre per un’adeguata crescita fisica ed emotiva.

Ecco cosa possiamo fare praticamente per mantenere questo legame:

  1. allattiamo spesso (ogni 2-3 ore), appartandoci in un posto tranquillo in cui sappiamo che non saremo disturbate. Rilassiamoci, cerchiamo di godere del contatto con il bambino, guardandolo negli occhi. Lo stesso vale se il nostro bambino non è allattato al seno, ma con il biberon, lasciando però trascorrere il tempo necessario tra una poppata e l’altra;
  2. facciamo in modo che il bambino possa riposare in un luogo tranquillo e approfittiamone per riposare anche noi insieme a lui. Il riposo è fondamentale per entrambi;
  3. prendiamo spesso in braccio il bambino e parliamogli dolcemente. Cambiamogli spesso il pannolino, facciamo in modo che non senta troppo caldo o troppo freddo;
  4. coinvolgiamo il partner, parenti e amici nella cura del bambino;
  5. se abbiamo già un bambino, ricordiamoci che potrebbe soffrire per la quantità di attenzioni prestate al nuovo arrivato. Prendiamoci del tempo per stare con ognuno dei bambini e dimostriamo ad entrambi il nostro affetto. Incoraggiamo il bambino più grande a prendersi cura o a giocare con il neonato;
  6. non rintaniamoci in casa: uscire con il nostro bambino farà bene ad entrambi;
  7. se ci sentiamo sole, stanche, frustrate o arrabbiate, lasciamo pure il bambino a qualcuno di cui ci fidiamo e prendiamoci del tempo per noi stesse. Non sentiamoci in colpa per questo. Solo se saremo serene potremo trasmettere benessere e serenità ai nostri figli: quindi facciamo del nostro meglio per farci del bene.

Dott.ssa BERNABEO Maria

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Come vi avevamo preannunciato nel post precedente, abbiamo realizzato un’intervista a Vianella Gnan, l’Ostetrica che collabora al nostro Blog (potete trovare il suo profilo nella pagina “I nostri esperti”).
Le domande che le abbiamo rivolto riguardano l’allattamento al seno e si riferiscono in modo particolare all’articolo precedente, “I meccanismi che regolano l’allattamento materno“, che vi consiglio di leggere prima di questo post.

INTERVISTA

1. Ciao Vianella. Sul sito dell’Associazione “Il Nido”, per la quale lavori, c’è scritto che date alle donne Sostegno all’Allattamento
Questo servizio è rivolto alle neo mamme o anche alle donne in gravidanza?

Sì, essendo noi una associazione culturale, le coppie che vengono nella nostra struttura sono socie e questo avviene in modo molto semplice facendo una tesserina che costa loro 50 euro l’anno e permette alla coppia di sostenere l’associazione che altrimenti non sarebbe in essere; in questo modo le coppie hanno un sostegno da parte delle ostetriche due volte al mese, con incontri di libero accesso a donne, coppie, nonni, ecc…
E’ rivolto sia alle mamme che alle donne in gravidanza… in questo spazio c’è sempre un ostetrica che, insieme al gruppo, discute delle problematiche dell’allattamento e anche di gestione del neonato.
E’ un momento di confronto tra mamme/genitori molto utile e costruttivo in questa società sempre più individualista. Poi da questi incontri se le mamme lo desiderano facciamo partire dei veri e propri corsi dopo parto (quest’ultimi sono a pagamento come quelli pre parto)…

2. Esistono conformazioni particolari dei capezzoli che rendono difficile l’allattamento (capezzoli rientranti o particolarmente corti). Dovrebbe essere il ginecologo che segue la donna in gravidanza a notificare il problema e a consigliare i giusti metodi per arginarlo? Quali sono le tue esperienze in merito?

Infatti i capezzoli introflessi o molto piccoli possono dare qualche difficoltà alla suzione, ma questo dipende anche dal bambino e da come si attacca.
Vero è che il ginecologo o l’ostetrica dovrebbero guardare anche le modificazioni del seno in gravidanza, oltre a quelle dell’utero e i chili che si prendono… ma, ahimè, molto pochi lo fanno…
Infatti il capezzolo va preparato in gravidanza per tutte le mamme e, nel caso ci siano dei capezzoli introflessi, vi sono in commercio dei dispositivi che sono stati brevettati dalla lega del latte (ma ora vengono prodotti anche da altri) che, se utilizzati qualche ora al giorno in gravidanza, aiutano la fuoriuscita del capezzolo.
Nella mia esperienza ho visto che preparare il capezzolo con il guanto di crine (che permette alla pelle del capezzolo di fare un pò di callo), l’uso dei dispositivi per fare uscire i capezzoli quando sono rientranti e fare molta attenzione a come si attacca il neonato permettono un buon allattamento.
Noi utilizziamo anche molto le coppette d’argento durante l’allattamento, che permettono alle mamme di avere un po’ di sollievo dopo la poppata; inoltre l’argento ha proprietà batterio statiche con prevenzione della candidosi, molto dolorosa per le mamme in allattamento e spesso non riconosciuta da ginecologi e pediatri (pensa che i pediatri curano il mughetto al neonato e non sanno che va curata anche la mamma se l’allattamento è materno…).

3. E’ vero che solamente una bassissima percentuale di donne presenta problemi legati alla produzione di latte? E come è possibile distinguere questi rari casi dagli altri in cui le cause dello scarso apporto di latte al neonato sono legate ad una gestione errata dell’allattamento?

Verissimo che solo una percentuale bassissima ha veramente ipogalattia funzionale. Normalmente la scarsità di latte è legata ad altri fattori, esempio scarsa informazione sull’allattamento, errata gestione delle poppate, consigli errati da parte di nonne, amiche ed anche pediatri.
Cosa fare??? Bella domanda… alcuni pediatri intelligenti consigliano alle donne di trovare un’ostetrica che le aiuti e le supporti nei primi tempi, in modo da valutare se è vera ipogalattia oppure se era solo mal gestione; ma purtroppo la maggior parte dei pediatri rifila l’artificiale e l’allattamento materno, purchè la mamma non sia molto determinata, è finito.
Il mio lavoro in quanto libera professionista consiste, non solo nel seguire la gravidanza ed il parto, ma anche nel sostegno di tutto il dopo: il nostro profilo professionale universitario, e quello che trovate scritto anche nella legge che ci tutela, dichiara che l’ostetrica è responsabile della salute della mamma e del bambino per quanto riguarda l’accrescimento e l’alimentazione, dalla nascita fino a tutto il primo anno di vita, ma questo lo sanno in poche donne…

4. Abbiamo parlato dei farmaci che servono per inibire la montata lattea: in base alla tua esperienza è possibile che una donna che abbia assunto questi farmaci possa ripristinare la produzione del latte nel caso desiderasse, nei giorni o settimane seguenti, provare ad allattare?

Se proprio una donna deve inibire la produzione di latte può andare su farmaci sicuri, di lungo utilizzo, come il Dostinex o il Parlodel; oppure esistono anche rimedi omeopatici meno dannosi per la nostra salute.
Dopo aver inibito la montata con il Dostinex è possibile ripristinare l’allattamento se si stimola il seno con tiralatte: per una settimana il latte si deve buttare dopodichè l’Istituto Farmacologico di Milano ci dice che si può riprendere l’allattamento in quanto il farmaco non è più in circolo dopo 7 giorni.
Per il Parlodel è diverso perché è un farmaco di vecchia generazione e con somministrazione diversa…..

5. In questo caso ci sono rischi per il neonato?

Domanda da porre all’Istituto farmacologico di Milano…

6. L’assunzione di farmaci per inibire la montata lattea si ripercuote sull’allattamento di eventuali altri figli successivi?

No, nelle successive gravidanze non sussiste nessuna controindicazione all’allattamento (sarebbe carino sapere quale è stata la prima!!!!).

7. Abbiamo parlato del domperidone per aumentare la montata lattea, che ricordiamo essere sconsigliato dalla FDA (Food and Drugs Administration) per i suoi numerosi effetti collaterali. Qual è la tua opinione in merito?

Anche se so che la lega del latte a volte lo consiglia… rimango molto perplessa da questa prescrizione in quanto innanzi tutto è necessario valutare il modo e i tempi di suzione del neonato e a volte è sufficiente far capire alla madre che quel bambino ha bisogno di attaccarsi 15 volte al giorno è non solo 6 o 7 per avere la sua quantità di latte giornaliera; poi, come ti dicevo prima, sono molto piu propensa all’utilizzo di fitoterapici in quanto un farmaco vero per aumentare la produzione di latte NON ESISTE!!! Ma i mammiferi sanno bene cosa brucare quando allattano e anche quelli non vegetariani…

8. Esistono metodi naturali per aumentare la montata lattea? Birra, fieno greco, cardo mariano… si tratta soltanto di luoghi comuni che possono al più avere un effetto placebo o c’è una parte di verità?

Non sono leggende, è vero… però, come tutti i prodotti naturali, non hanno lo stesso effetto su tutte le donne.
Ad esempio la birra, se bevuta in modiche quantità al pasto aumenta la produzione, ma non per tutte le donne va bene: alcune non ne vedono differenza.
Altri rimedi sono tisane con galega… e finocchio, altrimenti sarebbe troppo amara.
Oppure la Loacker fa il Lactogal.
Noi a Bologna abbiamo un’erboristeria vera, la DI LEO, che ci produce il TANTOLAT che non è altro che un concentrato di galega ed altre prodotti natuali… sono molto efficaci…

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IMPORTANZA DEL LATTE MATERNO

Il fatto che l’alimentazione del neonato sia molto importante non è certo una novità.
Pensate alle curve di crescita relative ai primi mesi di vita dei bambini e al loro andamento esponenziale: per garantire i fabbisogni nutrizionali in grado di supportare un simile sviluppo è necessario un alimento davvero speciale!
La natura ha provveduto anche a questo: il latte materno, per la sua composizione, è un alimento unico, inimitabile e completo perché contiene tutti i nutrienti essenziali per la crescita del neonato, fattori di crescita e anticorpi che non si trovano nel latte formulato.
Il latte materno è importante dunque, non solo per il suo potere nutrizionale, ma anche per le sue proprietà terapeutiche: i bambini allattati al seno sviluppano meno malattie perché il latte umano trasferisce al neonato gli anticorpi della madre che li protegge da molte infezioni.
Non è possibile “copiare” il latte materno in quanto la sua formula non è riproducibile: la sua composizione infatti è estremamente variabile e cambia man mano che il bimbo cresce, adattandosi al periodo di allattamento e assecondando le diverse necessità nutritive del piccolo. Non solo: il latte cambia anche nel corso della singola poppata. All’inizio prevalgono gli zuccheri poi nel corso della poppata diventa più ricco di proteine e grassi, che aumentano la sensazione di sazietà.

Vediamo come la natura prepara le donne all’allattamento e dunque al nutrimento della loro specie.

LA MAMMELLA

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La mammella di una donna adulta è costituita da tessuto ghiandolare, tessuto di sostegno (strie di tessuto connettivo) e tessuto adiposo che ne determinano le dimensioni, la forma e la consistenza.

L’areola mammaria è la zona all’apice della mammella; ha una dimensione variabile e il suo colore è più scuro in quanto la sua cute è particolarmente pigmentata.
La superficie dell’areola è ruvida per la presenza di piccole sporgenze sparse in modo irregolare: sono determinate dalle ghiandole sebacee, chiamate anche ghiandole areolari del Morgagni che, con il loro secreto, hanno la funzione di rendere il capezzolo morbido ed elastico.
Ci sono anche altre ghiandole lattifere accessorie, i tubercoli di Montgomery, che aumentano di volume durante la gravidanza e l’allattamento.

Il capezzolo si trova al centro dell’areola dalla quale sporge di alcuni millimetri.

Nella mammella ci sono 20 ghiandole ramificate che, durante la gestazione, si moltiplicano e si sviluppano fino a diventare acini ghiandolari o alveoli, sotto l’azione di alcuni ormoni, quali: il progesterone, l’ormone lattogeno placentare, la prolattina, la gonadotropina placentare e il TSH.
L’insieme degli acini costituiscono i lobuli che, raggruppandosi, formano i lobi separati da tessuto connettivo.

Il latte prodotto dagli acini di ciascun lobulo viene raccolto nel dotto escretore terminale o lobulare il quale confluisce con quelli provenienti da altri lobuli dello stesso lobo, dando origine ai dotti galattofori: nella mammella ci sono 15 – 20 dotti galattofori circondati da tessuto muscolare.
Questi condotti, al livello dell’areola, si espandono e si dilatano a formare i seni lattiferi (galattofori) dove viene immagazzinato il latte: sono larghi 5 – 8 mm e funzionano come piccoli serbatoi di latte.
I seni lattiferi continuano il loro percorso fino ad arrivare ai pori lattiferi, all’apice del capezzoli, che sono le unità funzionali.

MAMMOGENESI

La mammogenesi consiste nello sviluppo e nell’accrescimento delle mammelle.
E’ un processo che ha inizio con la pubertà ed è molto rilevante durante la gravidanza; viene attivato grazie all’azione degli ormoni: gli estrogeni, il progesterone, gli ormoni della crescita (GH o somatotropina), l’ormone lattogeno placentare, i corticoidi e, in modo particolare, la prolattina (l’ormone incaricato della secrezione lattea).

E’ importante sottolineare che la dimensione del seno non ha nulla a che vedere con la produzione del latte: sono le ghiandole mammarie, perfettamente sviluppate anche nel seno di piccole dimensioni, che lo mettono in grado di produrre latte.

Ci sono invece conformazioni particolari dei capezzoli che rendono difficile (ma non impossibile) l’allattamento, come ad esempio i capezzoli rientranti o particolarmente corti.
In realtà queste difficoltà ad allattare, legate ad un non corretto attaccamento del bambino al seno, sono facilmente superabili, ma occorre consultare subito un esperto per ovviare il problema in modo da iniziare il più presto possibile e con il piede giusto l’allattamento.
La figura più adatta e preparata per questo tipo di assistenza è l’ostetrica.
Infatti sono ben pochi i ginecologi e ancora meno i pediatri aventi la formazione, la voglia e la capacità di aiutare e sostenere le donne che allattano.
L’ostetrica invece possiede tutti i requisiti, riconosciuti anche dall’OMS, per farlo e il suo doveroso compito è quello di sostenere le donne in difficoltà controllando la suzione del neonato e trovando insieme alla donna il giusto metodo per quella coppia.

LATTOGENESI o MONTATA LATTEA

E’ il processo di produzione del latte.
E’ la prolattina l’ormone incaricato della secrezione lattea e viene secreto dalle cellule lattotrope che costituiscono circa il 30% delle cellule dell’ipofisi anteriore.

Le donne, fin dalla pubertà, producono prolattina in maniera costante durante la loro vita; tuttavia la produzione della prolattina è a sua volta regolata da un neuro ormone, la dopamina, un fattore inibitore della prolattina che viene prodotto dall’ipotalamo.

Si deve tener presente che durante la gravidanza i livelli di prolattina aumentano, ma la sua azione è inibita anche dagli ormoni placentari; la placenta, infatti, è anche un organo endocrino e produce la gonadotropina corionica umana (HCG), ormone simile all’LH (ormone luteinizzante) che consente il mantenimento del corpo luteo per circa 3 mesi.
Nei mesi successivi la placenta produce, oltre al progesterone e all’estrogeno, altri due ormoni: la relaxina (aumenta la flessibilità delle pelvi e contribuisce alla dilatazione del collo dell’utero durante il parto) e l’ormone lattogeno placentare (contribuisce alla preparazione della ghiandola mammaria alla produzione del latte).

Dopo il parto, terminato il secondamento (espulsione della placenta), i livelli di ormoni placentari diminuiscono e la ghiandola mammaria si “sblocca” iniziando, generalmente 24 – 48 ore dopo il parto, la secrezione del latte.
L’espulsione della placenta è data da un picco di ossitocina che, a sua volta, innesca la produzione di prolattina… Non a caso, nelle donne che partoriscono con il taglio cesareo, la montata arriva un po’ più tardi, proprio perché non hanno avuto il picco di ossitocina… a meno che il chirurgo non sia molto bravo e, invece di staccare la placenta manualmente, si metta a massaggiare l’utero in modo che il secondamento avvenga in modo naturale anche se si tratta di taglio cesareo.

Sono sufficienti quantità di prolattina anche di poco superiori al livello basale per ottenere, in assenza di fattori inibitori come gli ormoni placentari, la piena produzione di latte.
La prolattina presenta un picco poche ore dopo il parto, per poi abbassarsi relativamente e tararsi a un certo livello determinato dalla frequenza ed efficacia con la quale il seno viene drenato del latte: per garantire la secrezione del latte è infatti necessario svuotare completamente e frequentemente le ghiandole mammarie.

Fondamentali sono in questo senso le prime 4-6 settimane di allattamento, che servono a calibrare la produzione di tutto il periodo della lattazione.
Dopo questo primo periodo, il tasso di prolattina cala in modo significativo, mantenendosi però sempre a livelli superiori a quello precedente la gravidanza.
Ciò è sufficiente a mantenere un’adeguata produzione di latte nella donna, purché l’allattamento venga comunque effettuato con la necessaria frequenza e seguendo la richiesta del bambino.

La prolattina viene prodotta a seguito di un riflesso neurormonale che fa si che, ogni volta che il bambino succhia il seno, si innesca un riflesso che arriva all’ipotalamo causando una diminuzione della dopamina (che abbiamo detto essere un fattore inibitore della prolattina); in questo modo si permette un aumento della produzione della prolattina da parte del lobo anteriore dell’ipofisi.
Per questo motivo la lattogenesi è anche una conseguenza dell’attaccamento del neonato al seno materno: tanto più il bimbo succhia, tanto maggiore sarà la quantità di latte prodotta.
E’ giusto dunque che il neonato venga attaccato quanto prima al seno materno per stimolare la produzione di latte, almeno nelle prime due ore dopo il parto o taglio cesareo. Nel caso non fosse possibile, è comunque buona norma stimolare subito il seno con un tiralatte.

La prolattina viene secreta in modo pulsatile secondo un ritmo circadiano (ossia nell’arco delle 24 ore), sincrono con quello dell’LH (l’ormone luteinizzante).
I livelli più alti di prolattina si rilevano durante le ore notturne di sonno, con un picco massimo tra le quattro e le sei del mattino, mentre quelli più bassi si registrano durante il giorno.
Pare che questo aumento notturno della prolattina sia dovuto ad un aumento dell’ampiezza delle pulsazioni piuttosto che ad una loro diversa frequenza.

Molti fattori comunque influenzano tale andamento circadiano dei livelli plasmatici di prolattina: ad esempio l’alimentazione e lo stress.

I neonati, nelle prime 3 – 4 settimane di vita, dovrebbero essere attaccati al seno anche tutte le ore se lo richiedono: questo non è sinonimo di scarsa quantità di latte o latte non buono, come si sente spesso dire.
In realtà ciò è dovuto al fatto che l’organismo materno deve ancora trovare il suo equilibrio in base al fabbisogno del neonato.

Per inibire la montata lattea - Quando la mamma non vuole o non può allattare il bambino, deve assumere farmaci per bloccare la montata lattea. Il principio attivo di questi farmaci è la cabergolina, un agonista dopaminergico (ricordiamo che la dopamina inibisce la prolattina) approvato in Italia per l’inibizione o la soppressione della lattazione fisiologica e per il trattamento dei disturbi dovuti a iperprolattinemia.
La cabergolina viene indicata da diversi studi come efficace al 100% nel blocco della lattazione, qualora venga presa nell’immediato post-partum; la sua efficacia è invece molto ridotta se assunta a molti mesi dal parto allo scopo di interrompere una lattazione già avviata.
Non ci sono invece molte informazioni utili per quelle donne che, avendo assunto questo farmaco, desiderano nei giorni o settimane seguenti provare ad allattare ugualmente e ripristinare la produzione: non si possono infatti quantificare i rischi per il neonato che assumesse latte da una donna che ha assunto il farmaco, né esistono sperimentazioni cliniche che documentino il tasso di successo nei tentativi di rilattazione dopo l’assunzione di cabergolina.
In ogni caso, prima di assumere qualsiasi tipo di farmaco, dovete sempre consultare il vostro medico o la vostra ostetrica di fiducia.

Per incrementare la montata lattea - Qualora in un determinato momento della lattazione la prolattina sia al di sotto del livello basale, è possibile che la donna temporaneamente non produca la quantità adeguata di latte per il suo bambino.
Questo accade, una volta esclusi i casi in cui una semplice correzione dei ritmi o modalità di allattamento è sufficiente a risolvere il problema, in una proporzione stimata intorno allo 0,1 per cento delle nutrici (e quindi piccolissima).
In tali situazioni un aiuto farmacologico, che può anche essere temporaneo, può aiutare.
Il farmaco più noto per favorire indirettamente la lattopoiesi è il domperidone, sostanza utilizzata per le sue proprietà di antiacido (Peridon).
Il domperidone è un antagonista dopaminergico e pertanto agisce indirettamente sulla produzione del latte aumentando la produzione di prolattina.
Tuttavia l’FDA (Food and Drugs Administration) ha raccomandato alle donne che allattano di non utilizzare il domperidone per favorire la lattazione in quanto, in nessun paese, rientra fra le indicazioni autorizzate.
Pare infatti che siano stati segnalati effetti indesiderati cardiaci (aritmie, arresto cardiaco e morte improvvisa) in pazienti trattati con il farmaco per via endovenosa.
Inoltre il domperidone viene escreto nel latte materno: per questo motivo è controindicato nelle donne che allattano, per il pericolo di esporre il neonato a rischi non noti.
E’ comunque sempre opportuno accertarsi che i livelli di prolattina della mamma siano inadeguati, prima di ricorrere all’utilizzo di farmaci.
Produrre il latte, infatti, è una capacità fisiologica normale dell’organismo femminile, e come abbiamo detto solo una bassissima percentuale di donne presenta problemi in questo senso.

Le cause più frequenti di scarso apporto di latte al neonato sono legate ad una gestione errata dell’allattamento: un bambino che poppa poco efficacemente, l’introduzione di giunte e l’uso di biberon e ciucci. Raramente può dipendere da una scarsa produzione di prolattina e, solo in questi casi, l’uso di farmaci per stimolare la produzione può avere buone probabilità di successo.
Ma attenzione: non assumete mai farmaci senza aver prima consultato il vostro medico o la vostra ostetrica di fiducia.
Vi sono poi altri rimedi, non farmacologici, per aumentare la produzione di latte. Dopo aver attaccato al seno il neonato almeno ogni due ore, bevuto almeno tre litri di liquidi al giorno, avere una dieta equilibrata che non escluda nessun alimento, un buon riposo… si possono utilizzare tisane con galega e finocchio; oppure, se non si ha il tempo di preparare queste tisane, in commercio si possono trovare sciroppi erboristici contenenti queste sostanze

LATTOPOIESI

E’ il processo di espulsione del latte.
Come abbiamo detto, ogni volta che il bambino succhia il seno, si viene ad innescare un riflesso neurormonale: questo riflesso, oltre ad arrivare all’ipotalamo causando una diminuzione del fattore inibitore di prolattina, arriva anche all’ipofisi dal cui lobo posteriore viene liberata ossitocina.
Questo ormone, agisce a livello delle fibre muscolari dei condotti galattofori che saranno facilitati ad espellere il latte.

L’ossitocina è responsabile anche delle contrazioni dell’utero (morsi uterini) durante il post parto: queste contrazioni servono per favorire l’involuzione dell’utero che, nell’arco di un mese, tornerà alle dimensioni normali.
Per questo motivo, l’allattamento al seno è importante anche per la neo mamma.
Si tenga presente, inoltre, che gli oncologi ritengono che un ottimo fattore di protezione per il tumore al seno è proprio quello di aver allattato almeno sei mesi nella propria vita.

Su queste tematiche abbiamo fatto alcune domande all’Ostetrica Vianella Gnan (si veda la sezione “I nostri esperti”) e l’intervista verrà riportata nel prossimo post.

ATTENZIONE:

Le informazioni che trovate in questo articolo non intendono incoraggiare l’autodiagnosi o l’automedicazione, e non possono in alcun modo sostituire il parere del medico o dell’ostetrica di fiducia.
Non dovete pertanto utilizzare le informazioni ricevute per diagnosticare o curare un problema, senza prima aver consultato il vostro medico curante.
L’informazione medica presente nel sito serve a migliorare, e non a sostituire, il rapporto medico-paziente.

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GENGIVITE GRAVIDICA

La gengivite da gravidanza colpisce una percentuale altissima di donne e ha intensità e sintomi variabili che dipendono, tra le atre cose, dallo stato delle gengive precedente la gravidanza.
Le gengiviti gravidiche hanno un’insorgenza piuttosto precoce, fin dal primo trimestre di gestazione, e sono caratterizzate da una mucosa gengivale congestionata e gonfia.
Le gengive tendono ad arrossare facilmente e possono sanguinare in seguito al minimo trauma.
Le zone della bocca più colpite sono quelle anteriori con problemi più evidenti negli spazi interprossimali; si riscontrano lesioni più gravi nelle donne che abitualmente respirano con la bocca.
Come abbiamo detto, questa patologia presenta vari gradi di gravità: dalle forme lievi si può arrivare a gengiviti con sanguinamento copioso, ulcerazioni, mobilità dei denti e perdita dell’osso alveolare.
Le cause di questo disturbo sono riscontrabili nelle alterazioni della composizione della placca batterica e della mucosa orale, indotte dallo squilibrio ormonale gravidico.
A conferma di ciò, si è riscontrato che dopo tre mesi dal parto, quando gli ormoni si normalizzano, si osserva una remissione della gengivite.
L’estrogeno e il progesterone, i cui livelli durante la gestazione possono aumentare rispettivamente di 30 e 10 volte rispetto al ciclo mestruale, funzionerebbero infatti da fattori di crescita per alcuni batteri in grado di alterare lo stato di salute gengivale.
L’altro dato da tenere in considerazione è la diminuzione della risposta immunitaria materna durante la gravidanza, da cui deriva una maggiore suscettibilità alla malattia parodontale.
Tuttavia, la gravità del quadro clinico della gengivite gravidica, così come per qualsiasi altra forma di gengivite, è condizionata da fattori irritanti locali: la placca batterica e il tartaro.
Alcuni studi hanno dimostrato, inoltre, che la malattia parodontale gravidica, se non opportunamente curata, può costituire un serio fattore di rischio per nascite premature (circa 37 giorni prima) e sottopeso (2,5 kg in meno).
Ci sono possibilità, infatti, che l’infezione si trasmetta al tratto genitale ed urinario della futura mamma, condizionando l’esito della gravidanza.

Il meccanismo sarebbe il risultato della produzione di tossine da parte dei batteri e della mediazione di sostanze prodotte dalla madre come le prostaglandine e l’interleuchina.
Un elevato livello di queste sostanze nel cavo orale e, conseguentemente, nel tratto genito-urinario potrebbe costituire un insulto sufficiente a stimolare l’evento del parto in anticipo rispetto alle attese.

MALATTIA PARADONTALE O PARADONTITE

La gengivite iniziale può evolvere o in senso positivo (e dunque regredire), o in senso negativo, e trasformarsi in una gengivite stabilizzata o addirittura in parodontite.
La malattia parodontale (o parodontite) e’ il termine tecnico che individua la cosiddetta piorrea, dovuta alla comparsa di un gran numero di batteri anaerobi (che vivono in assenza di ossigeno) al di sotto del solco gengivale.
Questo solco si approfondisce sempre più fino a trasformarsi in una tasca.
Il tappo biologico che si forma tra dente e gengiva deve essere necessariamente asportato per lasciare libero il passaggio di ossigeno e per limitare l’aumento dei batteri anaerobi sub-gengivali.
L’aumento di questi batteri, ha infatti come risultato finale la distruzione delle fibre collagene con cui la gengiva si ancora al dente, e col tempo tutto ciò può comportare anche una distruzione ossea.

IPERESTESIE DENTALI

Le iperestesie (perdita dei sensibilità) dentali sono fenomeni di tipo nevralgico che possono essere a carico di un singolo dente oppure di zone più estese.
In gravidanza sono dovute all’aumento di sangue nella polpa dentale (tessuto molle che si trova all’interno del dente) o all’abbassamento della soglia di sensibilità del nervo trigemino.
Insorgono sotto gli stimoli del freddo, del dolce e del salato o anche a seguito del contatto con qualunque corpo estraneo.
Passeggere e intermittenti, solo raramente richiedono una terapia antalgica.

AUMENTO DELLA CARIE

Secondo le teorie moderne non esiste una correlazione precisa tra carie e gravidanza.
Tuttavia in gravidanza si sviluppa una serie di fattori, che se non adeguatamente controllati, sono in grado di promuovere nuove carie o di accelerare quelle già esistenti.
Ad esempio lo sviluppo della carie è favorito, come abbiamo visto, dalla diminuzione del Ph della saliva; inoltre, il sanguinamento delle gengive durante lo spazzolamento e le iperestesie dentali, portano spesso alla rinuncia di una qualsiasi igiene favorendo così l’accumulo della placca batterica, l’insorgenza di nuove carie e il complicarsi della situazione gengivale.
La miglior forma di terapia è proprio la diffusione di norme per una corretta igiene orale.

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19. Ho una bambina di 15 mesi che allatto solo la notte (per addormentarla e quando si sveglia: spesso si tratta di un paio di volte). Da un paio di mesi ho i seni irritati e provo dolore ad allattare (non la prima volta della notte, ma ogni volta mi da più fastidio). Ho letto che il dolore solitamente è sintomo di una posizione sbagliata durante l’allattamento, ma io non ho mai avuto problemi fino ad ora. Potrebbe essere perché adesso ha più denti?

Non credo che sia per i denti dal momento che a questa età molti bambini sono allattati al seno e solitamente alle mamme non fa male il seno. E’ possibile che la bambina stia succhiando in una posizione scorretta siccome è mezza addormentata e dal momento che di giorno prende biberon e succhiotti. Se le da il biberon, forse sarebbe meglio darle il latte con un bicchiere. Inoltre potrebbe trattarsi di una qualche infezione al seno. Parlane con la tua ostetrica o con un gruppo di madri www.fedalma.org.

20. Sono quasi tre anni che allatto e, sin dal primo anno di mia figlia, quando fa caldo e mia figlia vuole mangiare di più, mi succede, soprattutto verso sera, che mi sento debole e fiacca e mi tremano le mani. Cosa può essere? Grazie.

Molta gente si sente debole e fiacca quando fa caldo e da qui è nata l’abitudine di fare la “siesta”. Il fatto del tremore alle mani, non mi sembra molto normale: sarebbe meglio la vedesse il suo medico. In ogni caso, non è dovuto all’allattamento: conosco migliaia di donne che allattano al seno e non ho mai visto che le tremino le mani per questo.

21. Ho una figlia di 14 mesi che fa diverse poppate durante la notte, il che comporta che dormiamo piuttosto male. L’allattamento può influenzare il modo di dormire dei bambini? Dal momento che presuppone un contato con la madre, magari nasce il bisogno di cercarla di più durante la notte… Grazie mille per tutto.

In uno studio che risale a 20 anni fa, i bambini che prendevano il biberon si svegliavano di meno durante la notte rispetto a quelli che venivano allattati al seno. Ma siccome i produttori del latte artificiale hanno continuato a perfezionare il latte, presumo che ormai non sia più così e che anche con il biberon i bambini si sveglino di notte, dal momento che centomila madri hanno comprato un famoso libro per far addormentare i bambini e la maggior parte di esse stanno allattando col biberon.
Recentemente sono usciti sul mercato tipi di latte per biberon per il giorno e per la notte: il latte per la notte contiene più triptofano, cercando di imitare il latte materno che di notte appunto contiene una quantità maggiore di triptofano che aiuta i bambini a dormire. Così, un tempo si pensava che i bambini allattati al seno dormissero di meno, ma adesso i fabbricanti di biberon ci hanno dimostrato che è esattamente il contrario: con il latte materno i bambini dormono di più, ma perché questo avvenga devono svegliarsi più volte durante la notte dal momento che non servirebbe a niente che il maggior contenuto di triptofano nel latte della notte, se il bambino non lo prendesse.

22. Cosa si intende per allattamento materno prolungato e che benefici ha esattamente?

Dicono che alcolizzato è colui che beve più del proprio medico, allo stesso modo l’allattamento materno è prolungato quando si allatta al seno più della vicina di casa.
Io definirei prolungato un allattamento che duri oltre i sette anni, ma c’è chi mette questo limite per definizione a due anni, o a uno, o a sei mesi, oppure anche a tre.
I benefici dell’allattamento materno sono gli stessi di prima, vale a dire, a qualsiasi età il latte materno continua ad essere il miglior alimento per il bambino e tanto più la madre allatta al seno, minore sarà per lei il rischio di cancro al seno, cancro alle ovaie o fratture causate dal’osteoporosi. Per non contare la comodità e il risparmio rispetto ad altro latte.

23. L’allattamento materno è fantastico, però per le mamme che lavorano (almeno nelle aziende private), risulta praticamente impossibile continuarlo una volta che si ritorna al lavoro. Lei crede che questo tema verrà mai preso in considerazione? Un saluto.

Speriamo di sì perché la durata della maternità in Spagna è ridicolmente corta rispetto a quanto avviene negli altri Paesi d’Europa. Nel sito www.fedalma.org, si raccolgono le firme per chiedere un permesso di maternità di sei mesi che ovviamente è soltanto un primo passo per arrivare a 9 e a 12.

24. Molte grazie per i suoi libri. Partorirò a settembre e mi sto informando sull’allattamento materno. Mi sono fatta l’idea che nel sistema sanitario pubblico si inizia a sostenere questo tipo di allattamento, ma nel privato ci sono ancora molti ostacoli, salvo rarissime eccezioni. Si dovrebbe fare qualcosa, non crede?

Dipende da dove lei vive perché il sostegno che le può dare il personale sanitario con l’allattamento al seno è una questione individuale che dipende dalle competenze e dagli interessi di ciascuna ostetrica, pediatra o infermiera. Tra gli ospedali amici dei bambini, ce né anche uno privato: la Clinica Dexeus a Barcelona. Per “ospedali amici dei bambini”, intendiamo quelli che favoriscono l’allattamento materno e rispondono a tutta una serie di requisiti: prima poppata in sala parto, bambino nella stanza della madre per tutte le 24 ore, allattamento a richiesta, non dare ciucci, né soluzioni glucosate… Più informazioni sul sito: http://www.ihan.org.es.

25. Buongiorno. Ho sempre avuto il seno molto sensibile e adesso, con la gravidanza, ancora di più. Quasi tutti i lievi sfregamenti rendono la situazione insopportabile. Crede che questo sia un problema al momento di allattare? Grazie.

Ma non saprei. Se ha qualche tipo di eczema al seno, normalmente migliora con un trattamento adeguato. Se si tratta semplicemente di sensibilità agli sfregamenti, ma non vi è nessuna malattia al seno, è possibile che il problema scompaia nel momento in cui suo figlio prenderà il seno, ma bisogna aspettare per vedere che succede.

26. Ho un bambino di due anni e mezzo che non vuole mangiare frutta e verdura. In generale, non è mai stato un gran mangione, ma cerco di non ossessionarmi troppo e di convincermi che i bambini si “”autoregolano”. Ma in realtà la cosa che mi preoccupa è che possa avere una carenza. Quasi tutti i giorni gli offro frutta e verdura ai pasti, nel caso prima o poi gli venisse voglia di mangiarli, lui assaggia e mi dice chiaramente di no.

Non si preoccupi, si può vivere perfettamente senza frutta e senza verdura. Milioni di eschimesi lo dimostrano. Quando non si obbliga un bambino a mangiare, normalmente una volta adulto mangia quasi di tutto. Se si prova ad obbligarli a mangiare frutta, probabilmente otterrà solamente di provocare un tale astio al punto che non mangerà frutta per il resto della sua vita.

27. Ho dedotto da una sua risposta che secondo lei i bambini alimentati con latte materno sono più intelligenti di quelli allattati col biberon. E’ così?

E’ così nella misura in cui i test del coefficiente intellettuale possono stabilire chi è più intelligente e chi meno, cosa che a priori può essere discutibile. Esiste una differenza tra la media dei coefficienti di intelligenza dei bambini allattati al seno e quella dei bambini allattati col biberon. Una media che francamente non credo trovi nessuna applicazione pratica. Però questo è quello che risulta dagli studi scientifici.

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10. Buongiorno, vorrei sapere se c’è modo perché il bambino si attacchi meglio al seno perché a me il seno non cresce durante la gravidanza; al mio precedente bambino ho dato il mio latte grazie all’utilizzo del tiralatte perché non si attaccava e adesso sto aspettando un altro figlio e mi piacerebbe allattarlo. Molte grazie.

E’ molto difficile da spiegare in due righe. Ti consiglio di metterti in contatto con un gruppo di madri. Troverai indirizzi e numeri di telefono sul sito www.fedalma.org.

11. Fino a quando è vantaggioso dare il seno al bambino?

Allattare al seno è sempre vantaggioso. Vale a dire che se nel negozio trovassimo allo stesso prezzo latte vaccino e latte di donna, sarebbe una stupidaggine comprare quello vaccino e il latte materno sarebbe buono anche per gli adulti, gli anziani e per tutti.
A nessuna età allattare al seno cessa di avere benefici e, tanto meno, inizia a diventare svantaggioso. Attualmente si raccomanda di offrire altri alimenti, oltre al seno, a partire dai sei mesi.

12. Grazie in anticipo per il suo aiuto. Ho una figlia di due anni che sin dalla nascita prende il seno, complementando il mio latte con altri alimenti ovviamente. E’ sana e serena, ma io inizio ad essere stanca e scomoda. Come mi consiglia di iniziare a svezzarla? (ha un forte istinto ad attaccarsi al seno). Grazie.

Anche se lei non fa nulla, sua figlia finirà per abbandonare il seno però potrebbe tardare ancora alcuni mesi o addirittura anni. Se lei desidera accelerare il processo, è importante darle qualcos’altro in cambio. Il seno non è solo nutrimento, ma implica anche un contatto fisico, affetto, consolazione… E’ necessario dare alla bambina tutto questo in un altro modo. Svezzare un bambino comporta uno sforzo maggiore che allattare. Deve prenderla in braccio di più, occorre cantare più canzoni, portarla più sovente a spasso, giocare di più con lei. L’idea è che si dimentichi di chiedere il seno, ma quando lo chiede la cosa migliore in quel momento è darglielo perché negndoglielo si andrebbe ad aggiungere l’attrazione per il proibito.

13. Buongiorno. Soffro di mastite ad un seno da diversi anni e questo fa si che un seno presenti regolarmente delle secrezioni purulente; attualmente sono incinta. Sussistono problemi per allattare al seno? Sarebbe preferibile evitare l’allattamento materno? Molte grazie.

Una mastite della durata di anni è una cosa molto rara. Dovrebbe visitarla un ginecologo che le potrà dire cosa si deve fare nel suo caso. In generale, con una mastite non solo si può allattare, ma addirittura è preferibile continuare l’allattamento dal momento che, se durante una mastite il seno non si svuota, si potrebbe produrre un ascesso. Nel peggiore dei casi, se il suo problema al seno non dovesse essere esattamente una mastite e non potesse allattare da questo seno, potrebbe comunque sempre allattare suo figlio con il seno sano.

14. Innanzitutto congratulazioni per il suo lavoro e la tua attività. Ho un bambino di 11 mesi che continuo ad allattare al seno, anche grazie ai tuoi consigli. Vorrei sapere se questo nuovo libro [ndr. si tratta di “Un dono per tutta la vita“] è utile per le madri che come me hanno già avviato molto bene l’allattamento oppure se è solamente per le future o neo mamme. Inoltre vorrei dirti che “Il mio bambino non mi mangia” mi è sembrato essere molto utile, mentre non ritengo che “Bésame mucho” sia molto attuale. Mi puoi convincere del contrario? Molte grazie e tante buone cose.

Dal momento che stai già allattando e, a quanto pare, senza problemi, credo che non sia necessario leggere il libro, però dipende dai gusti. Per quanto riguarda il mio libro “Bésame mucho”, avrai visto che non do raccomandazioni su cosa fare e non è un libro di consigli, norme o metodi su come crescere un figlio.
Il mio intento è quello di spiegare perché i bambini sono come sono, perché desiderano stare in braccio, perché vogliono dormire con le loro madri e ritengo che queste cose siano vere tanto adesso come nell’antichità.

15. Cosa è meglio: dare entrambi i seni nella stessa poppata oppure solo uno e l’altro durante la poppata successiva?

E’ meglio seguire ciò che il bambino desidera. Quando finisce col primo seno, gli si offre il secondo: se lo vuole bene, se no anche. Possiamo sapere quando finisce perché si stacca.

16. Potrebbe spiegare le cause delle coliche dei lattanti?

Si parla di colica ad ogni pianto eccessivo durante l’infanzia, ma normalmente questo pianto non ha nulla a che vedere col dolore alla pancia, né con altre malattie. Sicuramente può essere dovuto a moltissime cause. Credo che la più frequente sia la mancanza di contatto fisico. Nelle società in cui i bambini stanno tutto il giorno appesi alle loro madri, non si conoscono le coliche. Inoltre ci sono alcuni casi molto rari dovuti ad allergie.

17. E’ sicuro che un neonato non avverte la fame durante le prime 48 ore della sua vita? Me lo hanno detto al corso di preparazione al parto e mi ha sorpreso moltissimo. Grazie per la sua attenzione.

Non so ciò che può sentire un neonato. Dopotutto le prime 48 ore succhiano il seno ed è stato dimostrato che prendono e ingeriscono il latte. Dunque non so come può qualcuno sapere ciò che prova o non prova un neonato.

18. Quando si possono introdurre i legumi nell’alimentazione? I piselli verdi possono considerarsi legumi? Grazie.

Sì, i piselli verdi possono considerarsi legumi e si possono introdurre nell’alimentazione a partire dai sei mesi. Inizialmente conviene togliere la pelle da piselli, ceci e fagioli perché non si soffochino.

… continua nel prossimo post!

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La scorsa settimana ho postato la recensione del libro “Il mio bambino non mi mangia”, di Carlos Gonzáles.

Qualche tempo fa è stato pubblicato su elmundo.es un articolo in cui, il noto pediatra spagnolo, rispondeva ad una serie di domande sull’allattamento e sull’alimentazione dei bambini.

Si tratta di 27 domande che ho tradotto e che riporterò in queto e nei prossimi due post in quanto ritengo molto utili per tutte le mamme che allattano, per quelle che sono alle preso con lo svezzamento e anche per quelle donne che saranno presto mamme e che, giustamente, approfittano di questi ultimi mesi di tranquillità perprepararsi e documentarsi un po’.

Nel frattempo, per chi di voi volesse leggere l’articolo in lingua originale, lo può trovare al link riportato qui sotto.

Intervista in spagnolo

L’AUTORE

Carlos González, è nato a Zaragoza nel 1960, si è laureato in medicina presso l’Università di Barcellona e si è formato come pediatra presso l’Ospedale Sant Joan de Déu di questa città.
E’ il fondatore e presidente dell’Associazione Catalana per L’Allattamento Materno, attualmente tiene corsi sull’allattamento per personale sanitario.
Scrive e traduce libri sul tema; da due anni è responsabile della rubrica sull’allattamento materno della rivista Ser Padres.
Sposato con tre figli, vive a Hospitalet de Lobregat (Barcellona).

INTERVISTA - Prima parte

1. Buongiorno dottore, sto aspettando il mio terzo figlio, con il primo avevo moltissimo latte, con il secondo decisamente meno… devo aspettarmi che con il terzo avrò ancora meno latte??? Grazie molte!!

La quantità di latte che esce è esattamente quella di cui il bambino ha bisogno quando lo si allatta a richiesta. Non so cosa ti spinge a pensare che hai avuto meno latte. Se lo dici perché il bambino chiedeva il seno più spesso, probabilmente è stato proprio il contrario e hai avuto più latte.

2. Mia figlia di nove mesi sta al di sotto del percentile 3. Da quando è nata e fino a tre mesi di età ha avuto un percentile di 10. A partire dal primo trimestre è stata allattata ogni tre ore e un quarto, così come mi ha consigliato il pediatra. Dal quinto mese ho iniziato di nuovo ad allattarla a richiesta e ho continuato ad allattare in modo esclusivo a richiesta fino al sesto mese. Attualmente le do il seno, niente pappe e ho iniziato con il cibo a pezzetti, benché ne mangi in poca quantità. Il pediatra dice che è sana anche se stiamo aspettando i risultati di alcune analisi per escludere una malattia.
La mia domanda è: ha influito il periodo di allattamento a orario sul peso e sullo sviluppo della bambina? Quali sono i cibi solidi che devo proporle con priorità?

Se avesse influito lo avresti notato: se quando sei tornata a dare il latte a richiesta avesse mangiato più di prima, allora forse aveva fame; ma se mangiava più o meno lo stesso o di meno, probabilmente è perché non ha influenzato.
A nove mesi può mangiare praticamente di tutto, benché sarebbe meglio non darle ancora latte vaccino, i suoi derivati, pesce e uovo fino all’anno di età. Tra la varietà di cose che può mangiare, sarà lei a scegliere ciò che più le piace e nella quantità che desidera.

3. Salve Carlos. Allatto al seno mia figlia da due settimane e da due giorni ho notato che ha la lingua bianca. Mi hanno detto che potrebbero essere funghi, che rimedi posso adottare?

Quella che normalmente viene chiamata “lingua bianca” è una situazione normale, i funghi hanno un aspetto differente. Se è stato il pediatra a dirti che sono funghi, sarà lui a darti la cura. Se te l’ha detto qualcun altro, allora è meglio che la veda il pediatra.

4. Salve. Sono rimasto sorpreso che ci sia un’Associazione per questa causa. Mi potrebbe dire quali sono le ragioni della sua esistenza?

In Spagna la maggior parte delle donne allattano al seno meno tempo di quanto vorrebbero e questo dimostra che è necessario fare qualcosa perché le donne possano liberamente allattare fin quando lo desiderano. Nella nostra Associazione ci dedichiamo soprattutto a fare corsi sull’allattamento materno per il personale sanitario e a pubblicare video e libri. L’obiettivo è aiutare le madri ad allattare per tutto il tempo che vogliono.

5. Cosa significa esattamente “allattare a richiesta”?

Significa offrire il seno al bambino ogni volta che lui vuole e per tutto il tempo che lo desidera senza preoccuparsi dell’orologio. Non c’è che da aspettare che pianga. Normalmente, un po’ prima di iniziare a piangere, iniziano a cercare il seno “con le buone”.

6. Buongiorno. Sono un medico e, come tale, ho sempre studiato e ho riportato alle mie pazienti che con l’allattamento materno non è necessario l’apporto di acqua poiché il bambino regola attraverso il meccanismo della suzione, la composizione del latte. Tuttavia l’altro giorno ho sentito una donna dire che in estate occorre invece dare acqua ai bambini, anche a quelli allattati esclusivamente al seno. Sono confusa, qual è la sua opinione in merito? Grazie.

In generale, un bambino che prende il latte a richiesta, giorno e notte, esclusivamente al seno, non ha bisogno di acqua, a meno che non abbia febbre o diarrea. Persino i beduini del deserto si è visto che non hanno bisogno di acqua. Ciò non toglie che, eccezionalmente, se fa molto cado e sembra che il bambino abbia sete, gli si può offrire dell’acqua dopo il seno. Ricordo di un bambino che quasi non si disidratava perché lo avevano lasciato completamente vestito e chiuso nella culla messa sotto il sole che entrava da una finestra e vicino ad un radiatore acceso.

7. Buongiorno. E’ necessario prendere il supplemento di iodio durante l’allattamento o non è importante? Io non lo prendo e mia figlia è curiosa e sveglia.

In Spagna e in tutta Europa esiste una percentuale molto elevata di deficit di iodio. Tutti quanti dovrebbero sempre assumere sale iodato, ma nonostante tutto la maggior parte delle madri non arrivano a coprire il fabbisogno durante la gravidanza e l’allattamento, che è di gran lunga superiore a quello di altri periodi.
Per questo si raccomanda di assumere da 100 a 200 microgrammi di iodio al giorno durante la gravidanza e l’allattamento. Questa quantità non è pericolosa per le persone che già hanno iodio a sufficienza, applicando iodio su una ferita si assorbe una quantità di iodio cento colte superiore a quella contenuta in queste pastiglie.

8. Salve. Posso assumere medicinali antivarici durante l’allattamento al seno?

Non conosco nessun farmaco antivarici che serva a qualcosa e non so a quale lei si riferisca. Alla pagina web www.e-lactancia.org, può consultare la compatibilità di qualsiasi farmaco con l’allattamento.

9. Buongiorno, è sicuro del fatto che la mancanza di allattamento materno influisca negativamente sullo sviluppo del sistema immunitario del bambino, così come su quello intellettivo? Grazie.

Beh, sì. Da un lato il latte materno apporta difese immunitarie al bambino nel periodo in cui le sue proprie difese ancora sono in via di sviluppo; dall’altra parte le difese proprie del bambino si sviluppano meglio con l’allattamento materno. Inoltre, diversi studi hanno messo in evidenza lo stretto rapporto tra la durata dell’allattamento e il coefficiente intellettivo degli scolari.

… continua nel prossimo post!

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IL MIO BAMBINO NON MI MANGIA
Consigli per prevenire e risolvere il problema
200 pagine - € 14,90

Se anche voi vi trovate spesso nella situazione di dover costringere i vostri figli a mangiare, rincorrendoli con cucchiai colmi di pappa, corrompendoli o ricorrendo ai più ingegnosi e curiosi stratagemmi (piattini decorati, favole mozzafiato, portate attraenti come opere d’arte…) questo libro fa proprio al caso vostro.
In modo particolare lo consiglio a tutte quelle mamme (e siamo in molte) che vivono con ansia o addirittura con disperazione l’ora dei pasti dei propri bambini.

“Il mio bambino non mi mangia” è una delle frasi che i pediatri si sentono ripetere più frequentemente.
Il libro ci illustra la tesi del pediatra spagnolo Carlos Gonzales: l’inappetenza è un problema di equilibrio tra quello che il bambino mangia e ciò che sua madre si aspetta che mangi.
In realtà è l’appetito che regola la quantità e la qualità del cibo che il bambino mangia, autoregolandosi in base ai propri bisogni.

Il sottotitolo può trarre in inganno chi si aspetta di trovare, tra le pagine del libro, qualche trucco o consiglio per stimolare l’appetito dei bambini.
L’intento del dottor Gonzales è quello di aiutare i grandi e i piccini a vivere serenamente l’ora dei pasti, semplicemente insegnando ai genitori a rispettare le preferenze e le necessità alimentari dei propri figli.
Non viene svelato nessun segreto, dunque, per far si che i bambini mangino di più; bensì viene approfondita l’idea centrale del libro secondo la quale non bisogna mai, in nessun modo, costringere il bambino a mangiare, nel rispetto dei suoi naturali bisogni e della sua innata capacità di autoregolarsi col cibo.
I genitori si devono responsabilmente limitare a offrire ai figli una varietà di cibi sani; ma saranno i bambini a scegliere, tra questi, cosa e quanto mangiare, in base alle proprie necessità.

Questa teoria viene supportata da basi scientifiche che l’autore illustra in modo esauriente e nello stesso tempo comprensibile a tutti.
L’ironia che fa da sfondo al testo, aiuta il lettore a sdrammatizzare un problema che viene generalmente vissuto, in modo particolare dalle madri, con grande ansia e frustrazione.
Inoltre è una lettura adatta alle donne in gravidanza che stanno per intraprendere l’allattamento: è proprio allattando al seno, infatti, che viene favorito l’instaurarsi del rapporto di fiducia reciproca che permetterà alle madri di fidarsi delle capacità di autoregolazione dei figli.

Carlos Gonzales è fondatore e presidente dell’Associazione Catalana per l’Allattamento Materno e tiene corsi sull’allattamento rivolti al personale sanitario. Inoltre scrive e traduce libri sul tema e, non a caso, anche in questo libro viene dato grande spazio a questo argomento.

La prefazione è stata curata dalla Leche League Italia, la lega per l’allattamento materno, un’associazione di volontariato che opera dando informazioni e sostegno alle madri che allattano, offrendo consulenze telefoniche e gruppi d’incontro.

Se state per diventare o siete già mamme troverete nel libro preziosi consigli e informazioni sull’allattamento (seno e artificiale), sullo svezzamento, sull’alimentazione, sulle curve di crescita percentili e sulla loro interpretazione e su ciò che non bisogna fare all’ora dei pasti; il tutto farcito con una buona dose di humour che rende la lettura divertente e scorrevole.
Utilità e divertimento: un buon connubio per tutte le mamme che potranno così ritagliarsi un po’ di tempo per rilassarsi, continuando nel contempo a pensare ai figli!

Dello stesso autore:

besame_mucho.jpg Bésame mucho
dono_tutta_vita.jpg Un dono per tutta la vita

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LA CASA DELLE REGOLE

Delle sconvolgenti trasformazioni che hanno caratterizzato questi ultimi decenni ho parlato fin troppo nelle prime parti di questa raccolta. Mi basterà perciò ribadire che la decadenza epocale non è la causa del malessere delle persone, bensì l’effetto del degrado interiore in cui gli uomini e le donne di questa epoca sono precipitati. È nell’anima di ogni singolo essere umano, infatti, che si svolge la vera battaglia e sono gli effetti di quest’ultima che si manifestano poi nel mondo connotando l’arte, la cultura, la politica, l’economia e l’insieme delle relazioni sociali. Tutto questo, però, torna poi a riflettersi e a condizionare l’anima umana, in un feed-back che non presenta nessuna facile soluzione di continuità. È sempre molto difficile, infatti, poter individuare il punto in cui ogni volta, nella vita di ogni singola individualità, potrebbe essere collocato l’inizio della sua personale responsabilità. L’inizio del proprio farsi libero.

Quello che è certo è che ora come ora viviamo tutti all’interno di un processo morboso aggressivo e virulento che metterà a dura prova la nostra capacità di autocoscienza.

Un processo morboso di questo tipo è quello che oggi sta corrodendo e devastando l’anima della donna moderna occidentale.

È ovvio – ma voglio sottolinearlo bene - che questa è una generalizzazione estrema che volutamente trascura tante singole, straordinarie eccezioni delle quali, per altro, sono spesso stato testimone. Così come spero sia altrettanto ovvio (e basterà leggere il successivo articolo di questa raccolta) che neanche l’uomo moderno occidentale se la passa poi tanto bene.

Ma il tradimento di se stessa inconsapevolmente operato dalla donna moderna rappresenta, proprio oggi e - oserei dire - oggi più che mai, una perdita incommensurabile per la nostra civiltà.

Non a caso, infatti, nei primi anni del dopo guerra, mentre il mondo si riprendeva a stento dalla barbarie di cui era stato protagonista, un folto numero di intellettuali, scienziati ed artisti si era ritrovato a Stoccolma per firmare un manifesto in cui si auspicava la rinascita del Principio Femminile. Da troppi secoli oramai il Principio Maschile dominava il mondo, influenzando con il proprio peculiare paradigma la lettura stessa della realtà. La cultura, la religione, la politica, la scienza, l’economia… tutto si era piegato ad essere espressione unilaterale dell’uomo al potere, ed essendo il Maschile, per sua intrinseca natura, grezzo, volubile, possessivo, dominatore, distruttore, spirito inquieto e mai pago se non stemperato e addolcito dalla presenza del Femminile al suo fianco, si auspicava che i tempi fossero maturi perché le cose cambiassero e che la tolleranza, la condivisione, la sensibilità, la collaborazione, lo spirito di conservazione e la spinta alla vita, proprie del Femminile, potessero infine riemergere dal limbo in cui la prepotenza maschile le aveva relegate.

Ci vollero anni… ma alla fine qualcosa si mosse. La donna uscì dal ristretto ambito domestico dove era stata esiliata e a forza si riappropriò del diritto al voto, all’istruzione, al lavoro e, in una certa misura, anche del proprio corpo. Nei primi anni, dopo lo storico ’68, l’Europa si incendiò… la donna cominciò a fare sentire la propria voce, e anche se all’inizio era pregna di un traboccante rancore nei confronti dell’uomo che per secoli l’aveva reclusa (ricordate gli slogan di allora: “…Tremate, tremate, le streghe son tornate” ?) era auspicabile che in seguito avrebbe ben indirizzato la sua lotta. L’assolutismo patriarcale, e non l’uomo in quanto tale, avrebbe dovuto essere il suo nemico. E i paradigmi maschili riconosciuti appunto come unilaterali, parziali, provvisori… erronei perché in definitiva incompleti.

Per un approfondimento di questa rivoluzione tanto attesa quanto auspicata il lettore interessato potrebbe consultare il libro di F.Capra : “Punto di svolta”, edito da Adelphi.

È in questo momento storico, delicatissimo, che l’autocoscienza femminile registrò un calo di lucidità e anziché immergersi nel doloroso processo di ri-appropriazione di tutte quelle modalità e capacità e qualità che connotano appunto l’identità del genere femminile – ma potrei anche dire l’Archetipo del Femminile – finì per perdere se stessa all’interno di una sterile lotta volta a competere con l’uomo sulla base di modalità, capacità e qualità che erano intrinsecamente maschili.

In altre parole la donna, anziché emergere alla ribalta del mondo mettendo sotto accusa e condannando gli stereotipati paradigmi con i quali il maschile ha sempre letto, interpretato e soprattutto manipolato il mondo, oramai da 2500 anni circa, si è ritrovata implicitamente ad avallarli nel momento stesso in cui si è illusa di poter affermare se stessa accettando di scendere in competizione con l’uomo combattendo con le sue stesse armi e sul suo stesso terreno. E magari, in moltissimi casi, riuscendo benissimo nel proprio intento: ma con ciò, paradossalmente, riconfermando la supremazia dei paradigmi maschili in quanto tali. Quanto più schiacciante è stata infatti la vittoria della donna sull’uomo nei campi dell’istruzione, del lavoro, della politica, del potere, dell’economia e del sesso, proprio perché ottenuta grazie all’uso acritico e indiscriminato dei paradigmi maschili, tanto più perdenti ne sono risultati quelli femminili.

In psicodinamica questo processo è molto ben conosciuto: viene chiamato “Identificazione con l’aggressore”, e sospettiamo che tragga la sua logica all’interno di una valutazione psico-economica tutto sommato corretta, anche se perversa. Il meccanismo infatti è difensivo sul piano energetico, perché anziché spingere la vittima a spendere le proprie risorse in una lotta dall’esito incerto contro il proprio aguzzino (percepito comunque, dal proprio stato di asservimento protratto, come Grande e Potente), favorisce invece una identificazione con lo stesso, con ciò evitando lo scontro diretto. Se guerra ci sarà, sarà condotta allora con le stesse armi, all’interno degli stessi parametri di valutazione, in ossequio degli stessi principi ma, in definitiva, senza osare contrapporsi allo spirito che anima il proprio nemico. Con ciò scongiurando i pericoli – soprattutto emotivi - di una più autentica e profonda contrapposizione.

Anche in criminologia, oltre che nella pratica clinica, questo meccanismo è ben conosciuto, ma della sua operatività nel tessuto storico sociale della nostra epoca nessuno ha mostrato di accorgersi. Almeno fino a qualche decennio fa, quando Vandana Shiva, direttrice della Research Foundation for Science and Technology and Natural Resource Policy, attuale leder del movimento femminile indiano e una tra le personalità più in vista del movimento ecologico internazionale, denunciò con una lucidità di pensiero senza precedenti tutte le ingenuità e gli errori del movimento femminista occidentale.

Secondo Schiva le crisi prodottesi in questi ultimi decenni, e quelle che presto seguiranno, non potranno mai essere risolte all’interno di quello stesso paradigma che le ha generate. La loro unica soluzione sta nelle categorie di percezione, pensiero e azione proprie del Femminile. “Il potenziale rivoluzionario e liberatorio del recupero del principio femminile sta nella capacità di quest’ultimo di sfidare concetti, categorie e processi che hanno causato la minaccia della vita, fornendo categorie antagoniste…”

In pratica tutto il contrario di quello che è accaduto fino ad ora… almeno in occidente. Lentamente, ma progressivamente, la donna è andata infatti maschilizzandosi accogliendo la sfida dell’uomo ad affermarsi usando i principi, i valori e le regole di gioco proprie di quest’ultimo. La giustificazione dialettica dell’imbroglio le è stata servita su un piatto d’argento: in un tessuto sociale dominato dalle leggi maschili, se si vuol emergere occorre emulare il proprio avversario e, se possibile, superarlo in spietatezza.

Era esattamente quello che non doveva accadere. La speranza – come ho già detto - era che le più forti e dotate personalità del mondo femminile emergente riuscissero finalmente ad affermarsi all’interno dell’incartapecorito mondo maschile, proponendo al mondo una visione alternativa della realtà e della vita. Alternativa, cioè Altra, proprio perché radicalmente diversa.

E invece, le donne in politica si sono dimostrate ben più assetate di potere dei loro colleghi maschi, le donne manager ben più fredde, calcolatrici e spietate; quelle approdate a ruoli di controllo (poliziotti, vigili urbani, funzionari di stato) ben più severe e rigide; e infine quelle assurte alla celebrità (attrici, cantanti, presentatrici e vallette varie) ben più ciniche, sfrontate e sguaiate. Il culto della personalità, che domina la scena culturale di questo nostro decadente momento storico, giustifica ogni aberrazione.

Straordinaria – a questo proposito – la sconsolata testimonianza che uno dei più acuti osservatori del nostro tempo ha lasciato su questa spietata guerra dei sessi. Bastano due sole pagine – tra l’altro bellissime - a Tiziano Terzani per testimoniare come: “Tutto quello che la mia generazione considerava “femminile” è scomparso, volutamente cancellato da questa nuova, perversa idea di eliminare le differenze, di rendere tutti uguali e fare delle donne delle brutte copie degli uomini.”

Solo che, mi permetto di far notare, quello che la “sua generazione” considerava femminile, non era affatto relativo e culturale (come si potrebbe essere tentati di ritenere), bensì qualcosa che ancora, all’epoca della sua generazione, era radicato nel tessuto vivente dell’Archetipo del Femminile, e perciò - in quanto tale - trans-personale e trans-culturale. E se la globalizzazione, con l’immiserimento culturale di cui è promotrice, riuscirà nell’intento di obnubilare la memoria della donna moderna e a separarla per sempre dalle sue radici (ammesso che tale operazione possa davvero riuscire), il prezzo che tutti noi pagheremo sarà salatissimo.

Se ne mostra consapevole un’altra giornalista, Ariel Levy, newyorchese, che nel suo più recente libro-inchiesta oltre a domandarsi: “Perché siamo preda di una specie di mistica maschile, convinte che essere mascoline sia una vera avventura, e che la cosa migliore a cui una donna può aspirare è essere arrapante?”, denuncia poi lo stato di “scollamento” di sé (schizoidismo) e atrofia emotiva in cui a ben vedere si trovano la maggior parte delle giovani donne da lei incontrate e intervistate. Donne giovani, belle, apparentemente libere, moderne, spregiudicate e sorridenti… ma che nascondono sotto questa maschera accattivante una desolazione senza precedenti. Perché il rovescio della medaglia dell’affermazione di sé usando qualità maschili è quello di raggiungere lo stesso grado di affermazione esaltando le proprie potenzialità estetiche. In apparenza questa potrebbe sembrare una modalità femminile… e invece, ancora una volta, si tratta di servile accondiscendenza alle aspettative immaginifiche e stereotipate del maschile.

Siamo lontani anni luce dal riconoscimento del significato profondo del valore della Bellezza e dalla capacità di offrirla in dono all’uomo che mostrasse di meritarla.

Oggi la bellezza femminile, disgiunta da qualunque corrispondenza interiore, è perseguita invece come un ideale fine a se stesso, con qualunque mezzo e a qualunque prezzo (diete, digiuni, turni massacranti di palestra, massaggi, chirurgia plastica), per essere poi usata come merce di scambio per la notorietà, la ricchezza o il potere.

I programmi televisivi e i rotocalchi sono strapieni di ragazzine più o meno prive di scrupoli - “veline”, “letterine”, “postine” e vallette varie - che si contendono gli spettacoli più importanti e la prima pagina dei giornali a forza di comportamenti tresch, abiti succinti e calendari dove posano nude. Poco più che adolescenti, spesso di una stupidità imbarazzante, ma a cui vengono aperte le porte di importanti rubriche e fatte parlare come se il loro pensiero (e non invece le loro tette) potesse davvero essere interessante.

“ Come è possibile – si chiede Pinco Palla nel suo recente libro: Ancora dalla parte delle bambine – che la massima aspirazione delle figlie di donne che si sono battute per tutta la vita per i diritti femminili, sia solo quella di mostrare il culo in una qualunque trasmissione televisiva?”

E’possibile perché le loro madri hanno combattuto una battaglia sbagliata. Perché quelle madri non seppero comprendere la profonda diversità ontologica del genere femminile da quello maschile, e la assoluta necessità – per realizzare una autentica armonia sociale – che ognuno dei due generi riuscisse infine a donare all’altro, con fierezza ed orgoglio, ciò di cui è il solo e unico depositario.

E’ avvenuto il contrario: una parte delle donne moderne si sono irrigidite in ruoli maschili. Quelle restanti si sono perdute in un estetismo nauseante all’interno del quale – come se non bastasse – si offrono con una superficialità e una disinvoltura che non appartiene alla loro natura.

Come terapeuta, non so più quante testimonianze mi sono state fatte in tal senso: incontri fugaci, occasionali… sesso spregiudicato e disinvolto… per mostrarsi libere, sicure, moderne… a cui seguivano ore e ore di bagni e docce compulsive, depressione e un’infinità di lacrime amare.

Sex and the city – scrive sempre Ariel Levy - ne ha fatti di danni…

Ma come è potuto accadere tutto questo?

Cosa ci è successo a tutti quanti?

Eppure… cultura ne avevamo. Guardo trasognato la mia libreria e riconosco i libri – e nei libri i pensieri – che soltanto pochi anni fa credevo potessero contagiare il mondo:

“I misteri della donna” e “La strada della donna” entrambi di Esther Harding, una delle più creative allieve di Jung. “La psicologia della donna” di Helene Deutsch. “Animus e Anima” di Marie Louise Von Franze. E poi i recentissimi “La donna ferita” e “La via al matrimonio” di Linda Leonard. “Amo a te” di Luce Irigaray. “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. Insomma: una molteplicità di riflessioni e approfondimenti sulle radici ultime del Femminile indagato al di là di qualunque particolarismo storico, culturale o religioso, oltre ogni limite individuale, per consentire poi, ad ogni singola donna, di scoprire, se non addirittura inventare, la forma unica e originale con la quale manifestarLo e manifestarsi nel mondo.

E che dire poi delle straordinarie, archetipiche figure di donne emergenti dalle pagine dei numerosi romanzi di Isabel Allende, Gioconda Belli, Carmen Martin Gaite, Karen Blixen, Erica Jong, Fatima Mernissi, Kuki Gallemann,

Ma se è vero che il nostro mondo è ammalato, se è vero che la nostra epoca sta decedendo, forse una delle principali responsabilità risiede appunto nella cerebralità del pensiero moderno. Di fatto il nostro pensiero è diventato astratto, si è come scollegato dal sentimento e dalla volontà cui una volta era in un certo qual modo congiunto, con ciò risultando poi del tutto impotente a trasformare il mondo pur sulla base di una accurata cognizione dello stato delle cose.

Non credo sia la consapevolezza a mancare. Essa appare e scompare, anche se più o meno diafana, nella coscienza della maggior parte degli uomini e delle donne moderne.

Quello che manca è il coraggio di viverla.

Ed è quantomeno sorprendente, allora, rintracciare manifestazioni naturali di coerenza archetipale presso la maggior parte di quelle civiltà che noi occidentali, dall’alto della nostra arrogante prosopopea, ci ostiniamo invece definire “primitive”.

L’Africa, in tal senso, è un vero e proprio deposito vivente di simboli ed archetipi che, in un qualche modo, hanno come resistito all’attacco sterminatore della cultura occidentale. Difficile dire per quanto tempo ancora le sue popolazioni riusciranno a conservare inalterate le proprie tradizioni, i propri culti e misteri. Forse è solo questione di pochissimo.

Fatto sta che presso la maggior parte di queste popolazioni è ancora possibile osservare e quasi “toccare con mano” la funzione archetipica svolta dalla donna in seno alla società. Basta allontanarsi dalle capitali e dalle grandi città (dove tutto è andato perduto)… immergersi con discrezione nella vita vissuta dei più anonimi villaggi… anche per breve tempo… e agli occhi di chi vuole e sa vedere appariranno allora aspetti a dir poco sorprendenti.

È quello che sperimentai, solo alcuni anni or sono, in territorio senegalese: il ruolo centrale della donna nel pur delicato equilibrio della società nella quale è inserita. Anch’essa, come la donna occidentale, lavoratrice instancabile ma, a differenza di quest’ultima, solo dedita a quelle fatiche quotidiane che da tempo immemorabile la individuano: la cura della Terra, la preparazione del cibo, l’allevamento dei figli, la pratica della magia e la produzione artistica. Oh… so bene che queste delimitazioni, osservate nell’ottica della donna moderna occidentale, abituata a percepirsi senza più limite alcuno, potrebbero essere interpretate come la riprova dell’ancora attuale emarginazione e sfruttamento della donna africana. Ma posso assicurare che così non è, perché il riconoscimento delle differenze (fisiche, psicologiche e spirituali) tra uomo e donna, e la divisione degli ambiti di occupazione che ne può scaturire, non ha mai rappresentato il vero problema, mentre lo è l’atteggiamento interiore con cui tali differenze sono state elaborate e con cui alla fine sono vissute. In Africa c’è un che di nobile, una sorta di consapevolezza aristocratica in ogni donna che, a seno scoperto, allatta il proprio figlio, in ogni luogo e in qualunque occasione. E ogni madre, in Africa, è tenuta in sommo rispetto dagli uomini tutti, che in lei avvertono, sentono e percepiscono ancora con forza la presenza della Natura, delle forze viventi della Dea Madre Universale.

Forse perciò non a caso così recita la bella poesia di Leopold Sedar Senghor, nella quale la donna, la terra e la natura si sovrappongono e si confondono fino a poter essere scambiate l’una con le altre:

Femmina nuda, femmina nera

Vestita del tuo colore, che è la vita

Della tua forma che è la bellezza.

Io sono cresciuto alla tua ombra;

la dolcezza delle tue mani ha benedetto i miei occhi.

Ed ecco che nel picco dell’Estate e del Mezzogiorno

Io ti scopro,

terra promessa,

dall’alto di un alto colle calcinato,

e la tua bellezza mi trafigge il cuore

come il grido di un’aquila.

(traduzione dell’autore)

Ma ancor più sorprendente, in Mali, fu la scoperta della “Casa delle regole”, istituzione ancora attiva presso quasi tutti i villaggi della oramai ben conosciuta Falesia Dogon.

Su questo popolo – i Dogon, o anche i Figli delle stelle, come loro stessi amano definirsi, per via della presunta origine dei loro Dei da uno dei corpi celesti della “cintura di Orione” (Sirio B), scoperto solo di recente – è stato detto e scritto di tutto. Non avrebbe perciò senso riassumere e impoverire ciò che M.Griaule ha così magistralmente descritto nel suo celeberrimo: “Dio d’acqua”. Né tanto meno avrebbe senso tornare a descrivere la consapevolezza di sé, la fierezza e la spregiudicatezza espresse dalle donne dogon, raccontata con altrettanta perizia dal nostro Vittorio Franchini nel suo saggio: Mali – viaggio tra i Dogon, edito dalla Polaris.

Potrebbe invece valere la pena, ai fini di questo articolo, soffermarsi sul fatto che all’interno della cultura dogon sia conservata ancora perfettamente attiva l’usanza della Casa delle Regole o, per capirci meglio, la Casa delle Donne Mestruate.

Ricordo, quando arrivai a Sanga, uno dei villaggi della falesia, e mi venne indicata la collocazione della casa, ebbi quasi una folgorazione: i miei occhi potevano ora contemplare la sopravvivenza di quella dimensione simbolica, ma nello stesso tempo reale, del Femminile di cui avevo tanto studiato da giovane nei testi di E.Harding. Qui, tra i Dogon – come d’altronde presso alcuni altri popoli africani – le donne, come accadeva nella notte dei tempi, durante il periodo delle mestruazioni abbandonano la famiglia e qualunque altra loro occupazione per ritirarsi in una dimora apposita e qui soggiornare, accudite e “coccolate” dalle proprie compagne.

Questo perché, in ossequio alla propria tradizione cosmogonica, gli uomini ritengono “impure” le donne durante questo periodo e tabù anche soltanto sfiorarle. Di fatto nessun uomo può avvicinarsi alla casa, all’interno della quale – per quanto è dato loro capire e al di là di una blanda svalutazione derisoria, tipica del Maschile - .si celebrano i Misteri del Femminile, legati alla conoscenza del sangue, della vita e della morte.

Posso immaginare quanto questa consuetudine tribale possa stupire, se non addirittura irritare, una donna moderna ed evoluta che sia completamente digiuna delle radici simboliche di questa pratica. Come facilmente la possa scambiare per una segregazione offensiva ed umiliante in ottemperanza a stupidi precetti igienici maschili.


E invece, niente di tutto questo. Perché la pratica dell’allontanamento della donna dal consesso sociale durante il periodo delle mestruazioni – pratica che in passato era diffusa quasi ovunque – affonda le sue radici in un doppio ordine di fattori: uno simbolico e l’altro biologico.

Sul piano simbolico la donna una volta intuiva, avvertiva, percepiva, sentiva e dunque viveva la relazione che un tempo l’aveva collegata con la Luna e le sue fasi. Si sentiva in relazione con le forze germinatici e lussureggianti dell’astro argentato e partecipava perciò sentitamente al periodico lutto rappresentato dal flusso mestruale. Se ogni fecondazione era vissuta infatti come la ri-creazione di un nuovo, piccolo universo, il sangue mestruale rappresentava allora il fallimento di quella possibilità. Una sorta di collasso cosmico interno, periodico, ma non per questo meno doloroso. Era come se delle possibilità fossero andate deluse. L’occasione di una nuova vita fosse andata perduta. E le forze vitali, che avrebbero potuto e dovuto plasmare il “nuovo mondo” fino a dargli una sembianza umana individuale, fossero allora implose, destrutturandosi e contagiando in tal modo qualunque altro campo di forze con cui fossero venute a contatto. Insomma, sarebbe come se la ciclica caotizzazione interna del corpo femminile avesse il potere di caotizzare, attraverso il contatto, il mondo circostante.

Già immagino i sorrisini scettici…. o le accuse di ingenuità e di stupida superstizione che una tale credenza è in grado di promuovere tra tutti noi, smaliziati uomini e donne dell’epoca dei lumi. Immagino lo scetticismo con cui oggi verrebbero accolte testimonianze come quelle che io stesso ho ricevuto, da donne moderne, che raccontano di non poter curare le proprie piante durante il periodo mestruale… pena la salute delle piante stesse.

Lo immagino, perché qualunque cosa oggi pretenda di essere considerato vero e reale, deve poter essere sempre verificabile e soprattutto misurabile. È difficile comprendere che quello che è vero e reale, in questi casi, è il sentimento di disgregazione interiore o, se vogliamo, di lutto che le donne più sensibili possono ancora avvertire, e che ha una sua precisa collocazione all’interno dell’Archetipo del Femminile.

Questa considerazione ci porta al secondo punto: alla consapevolezza intuitiva, nella donna antica, della tempesta ormonale di cui il ciclo mestruale è promotore. E qui, finalmente, la scienza moderna concorda: durante la mestruazione nel corpo della donna si verifica una effettiva modificazione dei valori ormonali e metabolici. E siccome l’anima si esprime, si manifesta e vive nel corpo, consequenziali sono gli sbalzi d’umore: improvvisi, irrazionali, più o meno violenti.

Consequenziali, dicevamo, ma non per questo comprensibili… soprattutto da parte degli uomini.

Straordinaria, allora, l’usanza antica della donna di emarginarsi in un luogo – la Casa delle Regole - dedicato a questi momenti particolari della sua vita: per ritirarsi dalle incombenze quotidiane, spesso assai gravose, e nascondersi nella propria intimità. Per riposare. Morire e rinascere. Piangere e poi ridere subito dopo, accompagnata dalla presenza solerte delle altre che, come lei, sanno…

Noi chiamiamo “primitive” queste culture.

Ma io ripenso a quante donne ho ascoltato, in tutti questi anni, confidarmi con imbarazzo le pene vissute in “quei” giorni: per la perdita di controllo emotivo, per dei gesti inconsulti e ai loro stessi occhi inspiegabili, per i malesseri e i dolori a cui andavano incontro e – soprattutto – per la difficoltà insuperabile di sentirsi comprese e rassicurate. Penso alle amenorree e alle dismenorree feroci, devastanti, delle “donne in carriera” che non possono concedersi un solo giorno di riposo per non dare soddisfazione ai loro rivali maschi. Penso alla difficoltà quasi sempre insuperabile che incontro quando mi sforzo di far prendere coscienza a queste donne delle sacrosanti ragioni delle proteste del loro corpo; o dei validi motivi che avrebbero per esigere – esigere! Avete letto bene – che il “diritto del lavoro” riconoscesse questa componente fondamentale della loro natura. Almeno come la maternità, o l’allattamento, per i quali sempre troppo pochi giorni vengono riconosciuti.

Penso a tutto questo… e mi chiedo: sono davvero loro i primitivi? Sono primitive queste donne africane che ogni mese, ciclicamente, celebrano la propria femminilità? Che se ne vanno in giro ovunque, con i bambini sulle spalle, e la cui fierezza traspare ad ogni gesto, ad ogni sguardo, ad ogni sorriso? Sono loro i primitivi… o siamo noi?

Piero Priorini

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